<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?>
<feed version="0.3" xmlns="http://purl.org/atom/ns#" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xml:lang="en">
  <title>orudis</title>
  <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/" />
  <modified>2007-11-28T16:48:14Z</modified>
  <tagline> 
</tagline>
  <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4</id>
  <generator url="http://www.movabletype.org/" version="3.16">Movable Type</generator>
  <copyright>Copyright (c) 2007, Aldo</copyright>
  <entry>
    <title>USAC NOLE 87 - 54</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009840.html" />
    <modified>2007-11-28T16:48:14Z</modified>
    <issued>2007-11-28T17:44:11+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9840</id>
    <created>2007-11-28T16:44:11Z</created>
    <summary type="text/plain">ll parquet in legno che hanno nella palestra di Vauda noi ce lo sogniamo, i sedili in plastica pure ce li sogniamo, l‘impianto luce nuovo anche quello per noi è un sogno. In compenso l’USAC ha presentato al popolo di...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>Basket Usac</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>ll parquet in legno che hanno nella palestra di Vauda noi ce lo sogniamo, i sedili in plastica pure ce li sogniamo, l‘impianto luce nuovo anche quello per noi è un sogno. <br />
In compenso l’USAC ha presentato al popolo di Vauda un playmaker che, questo, se lo sognano loro: l’incubo dei difensori Nolesi ha il n. 23 e sul referto arbitrale risulta aver messo a segno 30 punti. <br />
Partiamo sotto di 2 e “play” Ciampy ci riporta in pari. Poi andiamo avanti noi e ci rimaniamo per tutto il primo quarto con 6 o 7 punti più degli avversari. Il Nole ci crede ancora, noi soffriamo un po’ ma loro di più, anche a causa dell’allenatore che tuona come un temporale in agosto.<br />
Nel secondo quarto il vantaggio USAC si riduce a soli 2 punti, ma è questione di poco. L’astuto coach fa due cambi e in breve riprendiamo il largo. Parliamo di Ottino?  Andrea si accorge di essere il più alto e si dà da fare sotto il tabellone, Alberto, fresco fresco di benedizione vescovile, alimenta la nostra fede nella vittoria mettendo 21 punti nella rete. Abidin non so che fa, ma lo fa bene. Davide… Davide con quel suo musino simpatico e gli occhietti furbi fa un po’ di passi in partenza; non tanti, ma quelli che bastano per farsi fischiare falli a palla. Il pubblico gli suggerisce che, mancando suo padre in tribuna, si potrebbe anche provare a staccare dal corpicino quei piedini birichini. Allora lui, che alle sue estremità ci tiene, smette di fare passi e comincia a giocare.<br />
Umberto entra in campo e non fa passi, non fa doppio, non sbaglia niente. Si comporta da veterano, ma è il suo esordio in una partita ufficiale. Ale Costa doveva fare 10 punti personali per avere indietro il cellulare che era sotto sequestro. “Mission quasi impossible” perché Ale 10 punti in una partita non li aveva mai fatti. Chi ha ricevuto SMS in questi giorni può dire se l’obiettivo è stato raggiunto o no. Roletti si batte e si sbatte. Matteo Leschiera pensa che dimenticare la borsa a 15 Km faccia fico, ma in mutande o con la divisa, lui c’è sempre e segna 6 punti. Guglielmetti, Bona, Jordano, Vitto e Mattia non ci sono, ma se ci fossero farebbero bene anche loro. <br />
Era scritto che prima o poi dovessimo vincere, e martedì sera, nel paese più buio della provincia di Torino, l’Usac under 14 accende la candelina della prima vittoria dopo 17 sconfitte consecutive tra open e regionale. Vince con 33 punti di vantaggio. Convince anche? Non tantissimo per la verità. Assistendo alle partite dell’U14 di quest’anno si ha come l’impressione che i ragazzi si tengano in tasca delle energie nervose e risparmino grinta e voglia di vincere per altre occasioni. Un po’ come se valutassero l’impegno e decidessero di investire il minimo indispensabile. Il ragionamento si chiama “economia” e può forse funzionare in alcuni campi, ma mai sul parquet. In uno sport, e a maggior ragione in uno sport di squadra, fare calcoli e risparmiarsi è devastante. Quelli che non si risparmiano mai e danno tutto non solo sono i più bravi, ma sono anche i più furbi. Per loro, ma solo per loro, le sconfitte non esistono. Se vincono sono vincitori, se perdono sono comunque vincenti.<br />
 <br />
</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Borgosesia Usac 175  -  160</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009800.html" />
    <modified>2007-10-28T16:57:54Z</modified>
    <issued>2007-10-28T17:52:46+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9800</id>
    <created>2007-10-28T16:52:46Z</created>
    <summary type="text/plain">Non è il punteggio. Ma la media in centimetri delle due squadre. La partita di basket è finita in proporzione: 81 a 68. Loro alti, noi bassi. Loro tanti noi pochi. Se in tutto siamo 14, alla partenza eravamo in...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>Basket Usac</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Non è il punteggio. Ma la media in centimetri delle due squadre. La partita di basket è finita in proporzione: 81 a 68. Loro alti, noi bassi. Loro tanti noi pochi. <br />
Se in tutto siamo 14, alla partenza eravamo in 8, con Vittorio dito rotto, Ottino febbre alta, Francesco in sanatorio, Mattia, Tommaso e Abidin ancora non tesserati.<br />
Se alla partenza eravamo in otto, al fischio di inizio eravamo in sette, con Matteo Leschiera che si sfascia il tallone in  riscaldamento e zoppica fino alla panchina da cui non si alza più.<br />
Se all’inizio partita eravamo in sette, alla fine del primo tempo eravamo in sei, con Costa che non riesce più a nascondere che ha la febbre alta e si siede dappertutto. <br />
Se Angelo potesse, lo lascerebbe in pace seduto in panchina. Se Costa  potesse, entrerebbe in campo con la felpa e la giacca a vento. E dopo un ottimo 1° quarto, esaurisce le energie e striscia come può fino alla fine.<br />
Se alla fine del primo quarto eravamo in 6, all’inizio del secondo rimaniamo quasi in 5. Esce Matteo Guglielmetti per una botta (per fortuna passa subito) ed entra Ciampy. E qui gli avversari non ci capiscono più niente. Ma come? – pensano - Perché questi nanetti non si arrendono? Perché corrono così velocemente? Perché Bellicapelli ci fa soffrire con questi palleggi che non sai dov’è la palla? Perché anche uno che si chiama Bona ci tratta così male? Perché quel piccoletto, che di nome fa Peroglio, e saltella come un pollo ha una mira che non perdona? Perché quell’altro, ancora più piccolo, ci trafigge con 17 punti?<br />
Sono domande legittime, amici del Borgosesia. Ce le siamo posti anche noi per tutto l’anno scorso quando abbiamo sofferto per i risultati, ma non ci siamo mai lamentati per la forza di carattere e l’impegno della squadra. Dunque vincete pure oggi, (domani chissà?) ma soffrite un po’ anche voi. <br />
L’USAC under 14, per dirla con un famoso pennello, non è una squadra di gente grande, ma una grande squadra. <br />
</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Michael Clayton</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009781.html" />
    <modified>2007-10-12T14:16:26Z</modified>
    <issued>2007-10-12T15:16:05+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9781</id>
    <created>2007-10-12T14:16:05Z</created>
    <summary type="text/plain">Tony Gilroy è il regista di “Armageddon”, “The Bourne supremacy”, “L’avvocato del diavolo”, “L’ultima eclissi”. Film di qualche successo, ma che probabilmente non sono annoverati tra i capolavori del cinema di sempre. Nemmeno “Michael Clayton” diventerà materia di studio all’università,...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>film</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Tony Gilroy è il regista di “Armageddon”, “The Bourne supremacy”, “L’avvocato del diavolo”, “L’ultima eclissi”. Film di qualche successo, ma che probabilmente non sono annoverati tra i capolavori del cinema di sempre. <br />
Nemmeno “Michael Clayton” diventerà materia di studio all’università, ma se avrete occasione di andarlo a vedere, sappiate che ha la capacità di strapparvi via dai vostri corpi per restituirvi soltanto due ore dopo, e neanche tanto rilassati. <br />
La trama non è semplicissima: un intrigo tra multinazionali, avvocati, assassini e vittime, ma Gilroy sferruzza bene e dipana il gomitolo per tutto il film, senza che qualche spettatore debba chiedergli di tornare indietro per rivedere un punto. <br />
Tony Gilroy è anche lo sceneggiatore di “Michael Clayton”e con l’uncinetto è ancora meglio del Gilroy regista. Crea la storia e la ricama con dialoghi che non cadono mai di livello, a partire dal monologo iniziale con voce fuori campo che ti rassicura subito sulla qualità di quello che stai per vedere. Non una smagliatura per tutto il film. Bravo davvero.<br />
Bravi anche gli attori nel cast e bravo anche George Clooney. “E bravo Clooney” va letto più come: “Ebbravo”, perché George può essere triste, allegro, preoccupato, indifferente, ma la sua espressione non cambia mai. Lui pensa di ridere, ma le guanciotte non lo seguono. Pensa di adirarsi, ma le sopracciglia non si piegano. Pensa a recitare, ma c’è da chiedersi se effettivamente pensa. In realtà le capacità artistiche di Clooney sono un falso problema. George è bello e affascinante, piace a donne e uomini anche se recita così così ed è utile come test. Se il film risulta godibile nonostante lui significa che è davvero un bel film.<br />
</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>2 giorni a Parigi</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009768.html" />
    <modified>2007-10-05T10:22:45Z</modified>
    <issued>2007-10-05T11:20:22+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9768</id>
    <created>2007-10-05T10:20:22Z</created>
    <summary type="text/plain">Sceneggiatura: Julie Delpy. Regia: Julie Delpy. Protagonista: Julie Delpy. Basta? No. Nel film recitano pure il padre e la madre di Julie Delpy nel ruolo di padre e madre di Jjulie Delpy. I casi sono due. O la famiglia Delpy...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>film</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Sceneggiatura: Julie Delpy. Regia: Julie Delpy. Protagonista: Julie Delpy. Basta? No. Nel film recitano pure il padre e la madre di Julie Delpy nel ruolo di padre e madre di Jjulie Delpy. <br />
I casi sono due. O la famiglia Delpy doveva finire di pagare il mutuo, oppure Julie Delpy non si fida degli attori sul libero mercato. <br />
E il produttore che ha saldato il mutuo e finanziato il film, ha fatto bene a fidarsi di lei? Vediamo.<br />
Sceneggiatura: “2 giorni a Parigi” non è un film per chi guarda solo le figure. Si appoggia pesantemente sui dialoghi per cui nel giudicare bisogna tener conto della quantità di parole scritte. Forse ne bastavano meno. Certamente gli uomini vorrebbero sapere cosa si dicono le donne quando sono sole tra loro, ma le donne hanno le idee confuse e peggiorative su quello che si dicono gli uomini, altrimenti Julie Delpy non avrebbe messo in bocca ai suoi poco probabili personaggi maschili battute che non sentiresti nemmeno nei peggiori bar di Caracas. Voto 6 +<br />
Regia: tutto bene, ad eccezione della sensazione niente affatto gradevole che i dialoghi tra i due protagonisti (praticamente il 90% del film) non siano dialoghi, ma monologhi montati insieme. Ti vedi il doppiatore che legge e la doppiatrice che aspetta di dire la sua battuta ripassando la parte invece che ascoltare quel che dice l'altro. Esattamente quello che capita in ogni momento della nostra vita reale. E beccarsi questo strazio anche la cinema no eh!. Voto 6 meno meno.<br />
Attrice protagonista: Julie Delpy è piena di fascino e di spigoli. Anche gli spigoli sono piacevoli. Mente su tutto ed è brava. Una bugiarda credibile, capace di divertirsi e soffrire. Una donna vera, insomma. Voto: 8<br />
Per quanto riguarda l'altro protagonista, Adam Goldberg, non si capisce se sono le battute a non essere divertenti, se è lui che proprio non ce la fa o se è il suo doppiatore italiano a non essere adeguato (leggi sopra). Voto: scarso.<br />
La media quanto fa? Appena sufficiente. L'alternativa qual è? Bruno Vespa? Allora via, si va al cinema!</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Il cacciatore di aquiloni</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009764.html" />
    <modified>2007-10-02T22:15:46Z</modified>
    <issued>2007-10-02T23:15:27+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9764</id>
    <created>2007-10-02T22:15:27Z</created>
    <summary type="text/plain">Khaled Hosseini è riuscito a farcire le pagine del suo primo, grande, romanzo “Il cacciatore di aquiloni” con la nostalgia per la sua terra sfigatissima (l&apos;Afghanistan), l&apos;odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l&apos;amore per i figli, i...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>libri</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Khaled Hosseini è riuscito a farcire le pagine del suo primo, grande, romanzo “Il cacciatore di aquiloni” con la nostalgia per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo mette ordine nelle nostre lacunose nozioni sulla storia recente del suo Paese, rovistando tra le macerie di Kabul.<br />
Ma Hosseini ha scritto anche “Mille splendidi soli”, nel quale ha saputo comunicare l'amore per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo è riuscito a mettere ordine nelle nostre lacunose nozioni sulla storia recente del suo Paese, rovistando tra le macerie di Kabul.<br />
Due libri da leggere se davvero amate o volete avvicinarvi a  questo grande scrittore e volete conoscere la nostalgia per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo metterete ordine nelle vostre lacunose nozioni sulla storia recente di quel Paese, rovistando tra le macerie di Kabul. E rovista rovista, sta a vedere che salta fuori anche il terzo romanzo.</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Storie di pastori</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009759.html" />
    <modified>2007-09-27T16:39:02Z</modified>
    <issued>2007-09-27T17:38:13+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9759</id>
    <created>2007-09-27T16:38:13Z</created>
    <summary type="text/plain">Se non fosse morto, Don Luca non avrebbe permesso a nessuno di allestire il presepe all&apos;interno della sua chiesa . Ora, invece, doveva accontentarsi di osservare il lavoro che il giovane sostituto e la sua perpetua stavano facendo. E non...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>racconti</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Se non fosse morto, Don Luca non avrebbe permesso a nessuno di allestire il presepe all'interno della sua chiesa . Ora, invece, doveva accontentarsi di osservare il lavoro che il giovane sostituto e la sua perpetua stavano facendo. E non c'era nulla che potesse piacergli: le statuette non erano state spolverate, la lana delle pecore era ingiallita, da cardare o da sostituire, la casupola con il pozzo era visibilmente ammuffita, il muschio che faceva da base a tutto lo scenario era troppo secco e si polverizzava al tocco, mentre la carta che riproduceva le montagne presentava buchi e segni di adesivi utilizzati in qualche anno precedente. Mancavano del tutto quell'amore e quella passione che gli avevano fatto guadagnare numerosi articoli di gionale negli anni passati, quando il presepe della chiesa di S.Rocco era il vanto del paese ed era famoso in tutta la valle.<br />
Purtroppo Don Luca era del tutto impotente. Gli era impossibile toccare, se non con il pensiero, gli oggetti terreni e si limitava a disapprovare ogni cosa, prima di tutto il sostituto.<br />
"Pretino fa rima con cretino", si diceva Don Luca, che non lesinava critiche al suo sostituto. Questi aveva dedicato al presepe pochi minuti, giusto il tempo per delegare alla perpetua il compito di sistemare il tutto. Usciva, il pretino. Usciva sempre e stava via ore e ore. Dove e con chi lo sapeva soltanto lui. Ma quando a Don Luca fu chiaro che il presepe era quello e non ci sarebbero stati  miglioramenti, fu preso da un senso di rabbia che non riuscì a reprimere. Se non poteva fare nulla per il presepe avrebbe forse potuto fare qualcosa contro quel prete sempre assente. La mattina del 23 dicembre lo seguì lungo il sentiero innevato che portava alla borgata Tetti Rotti, ai piedi di un bosco di larici. Il percorso era breve e il giovane prete si fermò alla prima casa, quella della "donna". E qui bussò.<br />
Don Luca era furibondo. Conosceva quella donna, una poco di buono, che aveva esercitato il mestiere in città fino a pochi anni prima e si era poi venuta a nascondere in montagna, con un figlio senza padre. Ma non ci si libera così facilmente di certi peccati e forse per questo la donna si era sempre tenuta lontana dalla sua chiesa, circostanza per la quale Don Luca ringraziava Dio.<br />
La porta si aprì e la donna, appena visto il prete, lo abbracciò, nascondendo il volto nella sua tonaca nera. Dopo poco i due entrarono chiudendo la porta. <br />
Possibile che la donna avesse ripreso le vecchie abitudini?  <br />
Don Luca, furioso, fece un repentino dietro front e chi fosse stato in quel momento sul sentiero avrebbe visto un turbine di vento improvviso che sollevava dalla neve alcune foglie secche mandandole a ricadere poco piu in là.<br />
Oltre che piangere di rabbia non poteva Don Luca, versando lacrime sulla statuetta rovesciata del pastore, che se fosse stato vero, tutto il vino della sua brocca sarebbe sparso in terra. Tentava di raddrizzare gli oggetti di spostare le cose, ma sapeva di non avere mani per farlo.<br />
La sera del 24 dicembre lo spirito di Don Luca fu visibile per qualche istante, come una lingua di fuoco che attraversava la piccola chiesa da una navata all'altra. Tuttavia nessuno era presente in quel momento e nessuno vide la rabbia che vorticava per la chiesa.<br />
Com'era potuto accadere? Cosa era successo? si chiedeva Don Luca, vedendo che il suo presepe, già così vilipeso, era stato ulteriormente ridotto della metà far posto a una pedana di legno il cui scopo non era chiaro. Quel poco che restava del presepe era compresso in un angolo e non aveva ormai nulla in comune con il suo presepe che tanta gloria aveva portato.<br />
Venne infine la mezzanotte. Il portale della chiesa fu spalancato per la messa. Le campane cominciarono i 12 rintocchi, ma il giovane prete non si vedeva. Avrebbe dovuto deporre la statuetta del Bambin Gesù tra la Vergine e San Giuseppe, ma ciò non stava accadendo, anzi, il giovane prete si era tirato la sciarpa intorno al collo er era uscito a passo veloce.<br />
No! urlò Don Luca, la notte Santa no! E prese a inseguire il prete che si recava anche quella sera alla casupola della donna. <br />
Questa volta Don Luca sarebbe entrato a sua volta per impedire un atto così blasfemo. Ma non ci fu bisogno di fare irruzione nella baita. Infatti ne uscirono subito due uomini che, insieme con il giovane prete presero a trascinare una lettiga con un bambino lungo il sentiero. Il bambino era visibilmente emaciato, sofferente. Per nulla rasserenato, Don Luca si unì al corteo che ritornava verso la chiesa e fu stupito di trovare ogni panca occupata e altri paesani che facevano ressa fuori. Il piccolo corteo entrò in silenzio e la lettiga fu appoggiata vicino al presepe, sulla sua rampa, per permettere all'infermo di assistere alla messa. Arrivarono altri fedeli, l'intero paese, tanto che non fu possibile chiudere la porta. Non era mai successo prima. Don Luca osservava interdetto l'afflusso  di persone. Davanti a Don Luca il bambino malato e sua madre risplendevano di grazia più di qualsiasi presepe. Se ne rendeva conto anche lui e allora tentò affannosamente di tirar su una statua, far partire la pompa del ruscelletto. Sistemare almeno la carta crespa. Era così agitato che la sua presenza era tradita da una fiammella che ondeggiava tra ceri e candele.<br />
E infine venne anche Dio. Dio che non si era mai manifestato nei tanti anni in cui era stato parroco. Era lì, adesso, non per il suo presepe, ma per quel bambino. Allora Don Luca finalmente capì. E non potendo ormai fare nulla per rimediare, cominciò silenziosamente a piangere e, piano piano, svanì.</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>I Simpson</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009743.html" />
    <modified>2007-09-19T18:00:35Z</modified>
    <issued>2007-09-19T19:00:13+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9743</id>
    <created>2007-09-19T18:00:13Z</created>
    <summary type="text/plain">I Simpson Molto dipende dalla sala cinematografica che scegliete. Chi vive in Canavese non ha scelta e finisce all’Ambra 1 di Valperga, una sala come non ce ne sono più: fredda in inverno, chiusa d’estate, con l’intervallo che dura in...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>film</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>I Simpson</p>

<p><br />
Molto dipende dalla sala cinematografica che scegliete. Chi vive in Canavese non ha scelta e finisce all’Ambra 1 di Valperga, una sala come non ce ne sono più: fredda in inverno, chiusa d’estate, con l’intervallo che dura in misura direttamente proporzionale alla coda per comprare il pop corn. Se, all’inizio del secondo tempo, non ti ricordi più che film stavi vedendo, non è un ictus, ma più semplicemente la resa della creatività, dell’arte e della magia del cinema, che si consegnano disarmate alla cassiera.</p>

<p>Il pubblico di Valperga per i Simpson è più omogeneo di un puré Fanny. Tutti tra i 14 e i 21 anni, esattamente l’arco di età in cui la curva dell’intelligenza sprofonda sotto l’asse delle ascisse. In provincia per misurare il Q.I. si usa una scala ad hoc, che arriva allo zero Kelvin, ma a Valperga si va oltre. Tutti zitti mentre proiettano le diapositive del mobilificio “La portaerei del mobile”, tutti urlano quello che si stanno inviando via SMS durante il promo del film con Bruce Willis. E continuano sulla sigla dei Simpson. “Adesso smetteranno” pensi, “il biglietto lo avranno pur pagato anche loro”. Ma già nella sigla di apertura intuisci quanto sarà orribile il futuro. Il superbo e sempreverde logo della Twentieth Century Fox, improvvisamente si anima: nell’incavo dello zero che forma il 20 appare Bart Simpson che dice qualcosa che non si capisce. E tutti ridono come matti. E allora realizzi che sei finito all’inferno senza nemmeno passare dall’agonia. La ragazza nella fila dietro, per tutta la durata del film emette gemiti che dovrebbe riservare per il fidanzato. Esso, o il presunto tale, crede di essere uno della Gialappa’s e commenta nel modo più imbecille le scene più semplici, borbottando qualcosa in quelle più complesse, perché evidentemente ha difficoltà ad elaborarle. E così via.</p>

<p>I Simpson… mah! Certo che un grande cartone non diventa più grande solo perché esce dal piccolo schermo. Anzi: perde ritmo, smalto, cattiveria, ironia. Non bastano le voci di Monica Ward che doppia Lisa Simpson e qualche gag divertente a mantenere la tacita promessa. Forse è tardi per il film dei Simpson, magari qualche anno fa… O  forse lo apprezzereste maggiormente in una sala vuota. Ma allora tanto vale vederselo in televisione. Potete tranquillamente aspettare davanti a E-mule che il film venga giù piano piano o noleggiare il DVD. Questo vi eviterà di subire i titoli di coda. Homer avverte: “rimanete lì, che alla fine dei titoli c’è una sorpresa”. E siccome non ti sei divertito durante il film, aspetti. E aspetti. E aspetti. Saranno tremila i nomi che scorrono in 8 minuti di nulla, e allora pensi che la gag sia costituita proprio da quella interminabile lista, uno scherzo da prete, insomma. Invece no. Sono centinaia di cartonisti anonimi che pretendono di essere letti. E alla fine ecco la scenetta costituita da un personaggio che spazza il pavimento del cinema di Springfield: 15 – 20 secondi senza la pretesa o la speranza di un’idea, ma a Valperga ridono lo stesso. Non perché si divertano, no, ma perché hanno pagato e devono ammortizzare fino in fondo il prezzo del biglietto. Chiamali scemi….</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Il Natale di Don Gesso</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009728.html" />
    <modified>2007-09-13T18:05:33Z</modified>
    <issued>2007-09-13T18:46:42+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9728</id>
    <created>2007-09-13T17:46:42Z</created>
    <summary type="text/plain">Don Gesso sapeva che era la Pasqua e non il Natale la vera festa dei cristiani, quella in cui si festeggia il Dio che si compie, ma il Natale aveva sempre avuto su di lui un ascendente irresistibile, a maggior...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>racconti</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Don Gesso sapeva che era la Pasqua e non il Natale la vera festa dei cristiani, quella in cui si festeggia il Dio che si compie, ma il Natale aveva sempre avuto su di lui un ascendente irresistibile, a maggior ragione quell’anno, che era l’ultimo della sua vita.<br />
Le forze gli erano mancate appena dopo i morti, all’inizio di novembre. Per alcuni giorni non si era alzato dal letto e da allora, a celebrare le funzioni, era stato chiamato il giovane vicario del comune più a valle, che rimontava, senza abbondare di entusiasmo, i tornanti che salivano al villaggio.<br />
Il presepe vivente, che don Gesso aveva istituito molti anni prima era il suo vanto, ma quest’anno non avrebbe potuto occuparsene e chissà quali e quante inutili innovazioni avrebbero apportato i sostituti che si erano offerti di completarlo. Solo la fede lo faceva sperare in un successo. Nessuna speranza invece, di convertire Marco Robotti, che don Gesso conosceva da quando era arrivato in paese molti anni prima. Adesso era un uomo di quasi quarant’anni, che lavorava agli impianti di sci della valle, una stazione poco nota e poco frequentata sul versante settentrionale del Monte Cervo. Robotti era probabilmente l’unica anima del paese che non fosse illuminata dalla fede e Don Gesso si sarebbe presentato al Padre molto presto, portandosi appresso quel doloroso insuccesso. <br />
In quel momento Robotti era proprio sotto la sua finestra e stava sistemando qualcosa sul portapacchi della sua auto. Don Gesso si sentiva debole, ma la sua vista era ancora perfetta e attraverso i vetri un po’ appannati, poteva distinguere la sagoma dell’uomo che armeggiava con certi tiranti elastici. Poco più in là, appena oltre il muro perimetrale della canonica, dove sorgeva il piccolo cimitero del paese, avrebbero allestito la sua tomba.<br />
La buona notizia la portò, stranamente, il medico condotto. Non ne aveva mai portate negli ultimi mesi. Era stato uno stillicidio di piccoli, apparentemente insignificanti, segnali di peggioramento, che sommati uno all’altro, avevano reso chiaro a Don Gesso che i suoi ultimi giorni avevano un numero che stava tra il piccolo e il molto piccolo.<br />
Tuttavia il medico quel giorno portava davvero buone notizie. Era stato in qualche modo nominato ambasciatore dai paesani, che un po’ non volevano affaticare il prevosto con visite inopportune, un po’ preferivamo stare lontani dalla Malattia. Si trattava del presepe: il proprietario della baita aveva messo a disposizione la malga e il terreno circostante. Su questo, in verità, Don Gesso ci contava. La vera buona notizia era che i ragazzi del paese si erano dati molto da fare e tutto era pronto. Si erano trovate le comparse, i costumi, e avrebbero avuto Rosina come Madonna e il figlio del panettiere per San Giuseppe. Don Gesso non doveva preoccuparsi di nulla: il suo presepe sarebbe stato un successo anche quell’anno.<br />
Il malato sospirò così forte che il medico temette che i polmoni, già così compromessi, si disfacessero del tutto. Ma il sollievo fu più forte del dolore e Don Gesso si tirò seduto contro i cuscini. Il suo sguardo corse ancora a Robotti, da basso oltre i vetri. Se solo fosse riuscito a convertire anche lui… un miracolo ci voleva, un miracolo.<br />
Si erano parlati lui e Robotti soltanto un mese prima, quando l’uomo, che a tempo perso faceva anche l’idraulico, era venuto per una tubazione guasta in sacrestia. Don Gesso lo aveva pregato di raggiungerlo nella sua camera e non aveva perso tempo. Non ne aveva.<br />
- Non ti sei poi sposato, vero? – aveva domandato il vecchio prete pur conoscendo perfettamente la risposta<br />
- No -<br />
- E quella ragazza? Non la faresti felice? -<br />
- Io credo che Lua sia felice anche così. Felice è una parola molto importante. Diciamo che le va bene continuare così. E anche a me -<br />
- Lo sai che Dio non la pensa allo stesso modo, vero? -<br />
- Posso immaginare. Ma è bello avere idee differenti, non trova Don Gesso? –<br />
Robotti non era ironico, non era aggressivo, e il sorriso con cui accompagnava le parole fece sì che Don Gesso non si offendesse.<br />
- Tu hai spesso idee differenti dalle mie, ma lei mie sono mutuate dal volere del Signore. -<br />
- Non saprei Don Gesso. Non lo faccio apposta. -<br />
- La bontà, Robotti, sono la bontà, la carità e l’amore che fanno il cristiano. Solo in Dio e con Dio possiamo essere caritatevoli. Ricordalo sempre. -<br />
Robotti non rispose, e quando vide che non sarebbero giunte altre parole riprese il suo lavoro.<br />
La discussione, tuttavia, si protrasse per altri tre giorni, fino a quando Robotti dichiarò di aver terminato il suo lavoro e radunati gli attrezzi, lasciò la sacrestia. Durante tutte quelle ore, il cammino di fede di Robotti non fece neppure un passo avanti, mentre invece la malattia di Don Gesso fece grandi progressi, Non abbastanza, però, per impedire al parroco di conservare un filo di vita fino alla sera del 24 dicembre.<br />
Come spesso capita, un’improvvisa ondata di energia anima il moribondo e il vecchio prete approfittò della sua per assistere alla messa di Natale, anche se per la prima volta sarebbe stata officiata da altri.<br />
Lacrime di gioia, commozione e anche umiliazione rigavano il volto dalla pelle ormai trasparente segnando ancor di più il naso affilato, mentre quattro uomini traslocavano il letto fino al vicino prato. Lo sistemarono sull’erba secca e le donne si assicurarono che le coperte fossero ben calzate.<br />
- Ma come? - osservò il prete. - Non c’è neppure un po’ di neve…-<br />
Il sorriso svanì dal volto di Don Gesso, che evidentemente da giorni immaginava uno scenario ben più felice.<br />
Robotti si materializzò in quel momento vicino a lui.<br />
- Robotti, vedi la fede? Cosa significa avere fede? Il medico diceva che non sarei arrivato a Natale, invece eccomi qui. Il mio rammarico è non avere neanche un po’ di neve, che magari piacerebbe anche a te.-<br />
- Sicuro che mi piacerebbe! – rispose Robotti – Ma non c’è neanche una nuvola in cielo.-<br />
- Nevicherà – sentenziò Don Gesso. - Nevicherà a mezzanotte in punto. -<br />
- Come può dirlo? - domando l’uomo. - Manca poco ormai. Meno di un’ora. -<br />
- Scommetti? -<br />
- Che cosa Don Gesso? -<br />
- Scommetti che a mezzanotte nevicherà? E se nevicherà tu crederai. -<br />
Robotti riflettè in silenzio, osservando la mano che gli veniva offerta e che, piano piano si abbassava sotto il suo stesso peso.<br />
- D’accordo. Se nevicherà per mezzanotte avrò fede. -<br />
Il prete sorrideva mentre il braccio ricadeva sulla coperta. La Madonna e San Giuseppe erano appena apparsi in fondo al villaggio e stavano bussando alla prima porta per cercare ricovero. Ma la donna che venne ad aprire, visti i due questuanti, scosse la testa e richiuse l’uscio con grande rumore. Don Gesso amava quella pantomima, ma ricordava di avervi assistito con ben altre scenografie. Nevicava molto un tempo, anche tre metri di neve faceva. Ma adesso… <br />
Con la coda dell’occhio Don Gesso cercò Robotti, ma non lo vide tra il pubblico che assisteva alla rappresentazione con grande attenzione. <br />
Robotti era alla guida di una camionetta della Monte Cervo Spa. Lo accompagnavano 3 dei suoi uomini e una pesante attrezzatura. Quando arrivarono nei pressi del paese, scaricarono un macchinario e lo collegarono alla tubazione anti-incendio del paese. Era quasi mezzanotte.<br />
Robotti prese gli ultimi accordi con i suoi uomini e li lasciò a finire l’opera. Aveva un appuntamento.<br />
La sferzata di energia si stava esaurendo. Don Gesso capì che non sarebbe arrivato al giorno seguente. Non si sentiva più lucido. Non sentiva nemmeno freddo. Era convinto di non respirare più.. Aveva ricevuto l’olio già due volte negli ultimi giorni ed era pronto. Tuttavia ricordava vagamente di aver lasciato qualcosa in sospeso, ma non riusciva a capire cosa. Il viso di Robotti gli ricordò la scommessa. <br />
Perduta.<br />
- Pare che non vincerò – mormorò il vecchio.<br />
Robotti distolse lo sguardo. La madonna e San Giuseppe erano già nella stalla rischiarata da un lume. <br />
Ad un tratto si udì un grido. Non l’urlo del parto e neppure il vagito del piccolo Gesù. Era una bambina tra il pubblico che urlava indicando il cielo.<br />
- La neve! La neve!<br />
Improvvisamente nevicava. Grosse, copiose falde precipitavano dal cielo a terra, imbiancando il prato davanti alla baita e le lose del tetto. E tutto il resto. Il pubblico sbandò per la sorpresa ed esplose in urla di gioia, come quando scoppiano i fuochi d’artificio. E tutto accadeva mentre nasceva il Salvatore.<br />
Il parroco non c’era più. Ma doveva aver fatto in tempo a vedere la neve perché nei suoi occhi era ancora impressa un’espressione di gioia, quasi di trionfo. All’ultimo istante il miracolo era avvenuto.<br />
Robotti si calò il cappello in testa e si allontanò. Fatti pochi passi non nevicava più e il terreno era asciutto.<br />
Fece un segnale con un braccio ad un uomo poco distante e un secondo più tardi la nevicata finì, improvvisamente come era iniziata. Tutta quella neve si sarebbe trasformata in fango o in ghiaccio entro poche ore. Dipendeva dalla temperatura dell’aria quella notte. <br />
Robotti ritornò presso Don Gesso, ma qualche smorfia imbarazzata da parte di una donna gli fece capire che non era più gradito. Accanto al corpo del prete c’era posto solamente per fede e carità.<br />
</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Second Life</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009681.html" />
    <modified>2007-08-18T14:29:07Z</modified>
    <issued>2007-08-18T15:28:11+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9681</id>
    <created>2007-08-18T14:28:11Z</created>
    <summary type="text/plain">Mia moglie non legge mai quello che scrivo, ma le sue amiche sì. Per cui le prego di far finta di niente, e se proprio devono fare qualcosa, lo facciano carinamente con me, dentro Second Life. Second Life - ne...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>senza parabola</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Mia moglie non legge mai quello che scrivo, ma le sue amiche sì. Per cui le prego di far finta di niente, e se proprio devono fare qualcosa, lo facciano carinamente con me, dentro Second Life. <br />
Second Life - ne tento una prima definizione -  “è una zona franca, un duty free casalingo dove ci si può concedere un po’ di tutto senza sentirsi in colpa per niente”. <br />
Per farvi un’idea di come sia, pensate di andare all’estero in un Paese di cui sapete poco o nulla. Ecco, invece di prendere l’aereo prendete il computer ed entrate. Sapete un po’ di inglese, sì? Meglio.<br />
Una volta dentro, vi muoverete con il vostro pupazzetto 3D e andrete in giro facendo quel che vi pare. Cosa si fa? Innanzi tutto si comunica con gli altri pupazzetti. <br />
Chiariamo che i pupazzetti non assomigliano affatto ai Teletubbies e, almeno quelli antropomorfi, sono fatti molto bene. Le donne spendono un sacco di tempo per cercarsi i capelli più belli, gli occhi più azzurri o più neri, il trucco, gli accessori e i vestiti. E sotto i vestiti? Ogni dettaglio anatomico è a disposizione per essere acquistato e fuso nel proprio corpo. Con un po’ di pazienza ed esperienza ci si può costruire un bel corpo anche gratuitamente, trovando i pezzi qui e là, altrimenti 3 dollari sono sufficienti. Il rapporto di cambio è molto buono in SL. <br />
Gli uomini fanno la stessa cosa, ma il rapporto negozi per donna, negozi per uomo in SL è di 10 a 1. Io non mi lamento. Per un dollaro ho comprato una faccia alla Raz Degan e degli occhi verdi che a me fanno un po’ impressione, ma che invece riscuotono un gran successo presso le ragazze. Tutto quello che devo fare è avvicinarmi abbastanza per apparire in primo piano sui monitor di donne (si spera che siano donne) di Catania, Vancouver o Calcutta. Il resto lo fanno le ciglia che sbattono da sole.<br />
Seconda definizione: “SL è un gioco” Io non ci credo. Secondo me è una droga di tipo oppiaceo che dà assuefazione. Ci sono le prove. La prima  è Liz, che è connessa tutti i giorni 24 ore su 24 e quando glielo fai notare dice “don’t warry” – Liz è inglese e va a sapere come si chiama laggiù – “quando il lavoro ricomincerà smetterò”, afferma. Ma mi sa che non sarà così. Altri sintomi: si trascurano il lavoro e la famiglia, si parla di SL in giro sperando di trovare complicità e comprensione. Se poi SL è down per qualche motivo tecnico, si resta nervosi fino al riavvio. L’effetto ludico più evidente della droga è la perdita delle inibizioni. Quando mai in Real Life (RL = vita reale) una donna bellissima, popputa e scollata ti ferma per strada e ti dice “ciao” e tu le rispondi “Ma che bel mucchietto di pixel che sei!”<br />
Terza definizione: “Second life non è un business”. Questo lo dicono tutti. Addirittura un flop, secondo i giornalisti. Credo che sia vero. Nei palazzi e nelle aree create dalle industrie e dai marchi non c’è mai nessuno, nemmeno le imprese di pulizia. Ci sono le comparse pagate per fare presenza, questo sì, un po’ come alle manifestazioni di Forza Italia. Stai lì, a ballare o seduto su una panca e ti pagano 2 linden dollars ogni 10 minuti. Da una parte fa tristezza. È il segno di qualcosa che non va. Dall’altra è bello vedere che le persone non si comportano come vorrebbe il marketing, ma, al contrario, tradiscono gli strateghi e i business plan disertando loghi e consumi. E in questo, il mondo virtuale ha tanto da insegnare a quello reale.</p>

<p> </p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>La sposa liberata</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009591.html" />
    <modified>2007-06-16T18:43:09Z</modified>
    <issued>2007-06-16T19:42:47+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9591</id>
    <created>2007-06-16T18:42:47Z</created>
    <summary type="text/plain">Ho scritto, cancellato e riscritto l’incipit di questa recensione innumerevoli volte, tanto da provocare un errore nell’applicazione, e adesso Windows mi chiede se desidero inoltrare la segnalazione a Microsoft. È un modo come un altro per suggerirmi di lasciar perdere....</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>libri</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Ho scritto, cancellato e riscritto l’incipit di questa recensione innumerevoli volte, tanto da provocare un errore nell’applicazione, e adesso Windows mi chiede se desidero inoltrare la segnalazione a Microsoft. È un modo come un altro per suggerirmi di lasciar perdere. Il problema è che non ho trovato come commentare “La sposa liberata” in terza persona, come se fossi un osservatore neutrale. Ma come si fa ad essere terzi rispetto ad un libro che ti prende e non ti molla più? Te lo ritrovi ogni sera sul comodino, si infila nella borsa computer nonostante non sia un tascabile, si intrufola in valigia se ti prendi una settimana di vacanza e ti aspetta persino sotto i giornali se stai dando il bianco. <br />
Non è un thriller, non ci sono morti ammazzati, in talune pagine è persino un po’ noioso, eppure mi sembra il miglior libro che abbia mai aperto, assaporato e digerito. Forse perché mi immedesimo con un’intensità totale, che di più non si può.<br />
Io non ho un figlio divorziato che non mi vuole dire il perché di una separazione che appare inspiegabile, come capita a Yohanan Rivlin, il protagonista del libro, ma anch’io, come lui, ho un figlio che, pur essendo appena tredicenne, per alcuni aspetti mi ha già tagliato fuori dalla sua vita. Sarà forse questo, sarà che Rivlin è un uomo pieno di curiosità, sarà che Abraham Yehoshua, l’autore di questo e di altri romanzi come “Il responsabile delle risorse umane” riesce a costruire un intreccio di vite, religioni, civiltà e culture, tale da rendere importante ognuna delle 592 pagine. Sarà merito di una scrittura apparentemente semplice e invece straordinariamente ricca. Sarà merito anche della traduttrice Alessandra Shomroni, ma “La sposa liberata”, a dispetto del titolo, ti cattura e ti tiene tra le strade di Israele e i vicoli di Gerusalemme, prigioniero di un’atmosfera unica. Persino alla fine, quando ti ritrovi a rileggere il retro di copertina per vedere se hai dimenticato qualcosa, ti ritrovi ancora dentro il libro, triste perché lo hai letto, disperato perché è finito.<br />
</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Il responsabile delle risorse umane</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009522.html" />
    <modified>2007-05-11T18:47:39Z</modified>
    <issued>2007-05-11T19:43:24+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9522</id>
    <created>2007-05-11T18:43:24Z</created>
    <summary type="text/plain">Comprate, fatevi prestare o, se preferite, rubate “Il responsabile delle risorse umane” di Abraham Yehoshua, Einaudi, edizione super ET euro 10,50. Poi leggetelo con tutta serenità, perché è così che va letto e perché avete la garanzia “soddisfatti o rimborsati”...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>libri</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Comprate, fatevi prestare o, se preferite, rubate “Il responsabile delle risorse umane” di Abraham Yehoshua, Einaudi, edizione super ET euro 10,50. Poi leggetelo con tutta serenità, perché è così che va letto e perché avete la garanzia “soddisfatti o rimborsati” <br />
Per ottenere il rimborso si dovranno verificare le seguenti condizioni:<br />
A) non dovrete apprezzare l’idea dello scrittore, che evita di inventare nomi per i suoi personaggi e si limita a definirli con la loro carica o qualifica. Sentirete parlare di ex moglie, figlia, madre, titolare, giornalista, cameriere, ragazzo, nonna, fotografo, autisti, direttore, console, doganiere, soldato ecc. Vi accorgerete che i nomi propri non vi mancheranno affatto, che non aggiungono nulla ad una scrittura matura come questa. Anzi, troverete naturale e persino comodo poter capire sempre e senza fatica di chi si sta parlando. Ma ricordate: se questa particolarità vi piace, perdete il diritto al rimborso.<br />
B) non dovrete apprezzare l'unicità di un romanzo che si legge senza che vi sia tensione narrativa. Non è il Codice da Vinci, per intenderci. Andrete avanti semplicemente perché il libro va avanti.  <br />
C) non dovrete apprezzare l’arte dello scrittore  che ha capito, prima di tanti (prima di tutti i giornalisti Rai per esempio) che per evitare la banalità, che è una delle piaghe più profonde di questi anni, basta raccontare i fatti usando parole semplici.<br />
D) non dovrete identificarvi, nemmeno un pochino, con il responsabile delle risorse umane, un impiegato che non vuole impegnarsi nella missione che il suo titolare gli ha affidato perché non la capisce e non la sente sua.<br />
Non dovrete, infine, sentire la mancanza del libro una volta finito e non dovrete correre a comprare o rubare, dello stesso autore, “L’amante” o “La sposa liberata”, rispettivamente del 1977 e del 2001.<br />
Per ottenere il rimborso mettete la vostra copia su e-bay e segnalatemelo. Lo acquisterò volentieri per regalarlo ai migliori amici, con garanzia soddisfatti o rimborsati.<br />
</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Saturno contro</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009399.html" />
    <modified>2007-03-12T22:23:11Z</modified>
    <issued>2007-03-12T21:58:26+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9399</id>
    <created>2007-03-12T20:58:26Z</created>
    <summary type="text/plain">Andreste a vedere un film che si intitola “Storia tragica di due omosessuali e dei loro amici tristi e incasinati”? No? Allora perché dovreste fare la fila per vedere “Saturno contro”? Perché ha un bel titolo, ecco perché. In questo...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>film</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Andreste a vedere un film che si intitola “Storia tragica di due omosessuali e dei loro amici tristi e incasinati”? No? Allora perché dovreste fare la fila per vedere “Saturno contro”? <br />
Perché ha un bel titolo, ecco perché. In questo caso il titolo fa il 50% del film. <br />
Grande idea, come il libro di Bruno Vespa “Il cavaliere e il professore”. Bel titolo. Ma del libro non se ne sa niente perché non lo ha letto nessuno.<br />
“Saturno contro” a suo favore ha anche un trailer di serie A, con un montaggio delle scene che nel film te lo sogni. La colonna sonora, poi, ti prende e ti si appiccica addosso come carta moschicida, con la voce di Gabriella Ferri che canta (cantava) in spagnolo. <br />
Ma non basta: anche gli attori sono belli, da Stefano Accorsi a Isabella Ferrari con il suo buchino tra le labbra. E poi c’è Pierfrancesco Favino.  Non che sia bello, ma il bello è che ormai non si fa più un film senza di lui. Ambra Angiolini è una bella e piacevole sorpresa e se doveva farsi perdonare gli esordi da lolita televisiva, lo ha fatto benissimo.<br />
In ultimo anche il regista è un bel nome. Ferzan Ozpetek, il regista de “Le fate ignoranti” <br />
Peccarto che il film non costituisca la somma delle belle cose che mette insieme. Il problema è la storia: o non hai una storia forte, ma la racconti così bene che sembra ci sia, oppure la storia c’è davvero e allora basta che la racconti così così che tanto sta in piedi lo stesso. Qui, purtroppo, siamo nell’ipotesi in cui la storia non c’è e il regista non ha neanche tutta questa voglia di raccontarla. <br />
Parlare di coppie omosessuali mi sta bene. Ok anche farle vedere. Raccontare una compagnia di amici omo ed etero che stanno bene insieme ci sta. Ma poi ti chiedi: ma non era già così nel film “Le fate ignoranti?” A pensarci bene sì, con la differenza che la storia là c’era, era nuova ed intrigante. “Saturno contro”, invece è fresco come un tramezzino preso in un bar di Valperga. <br />
Andate a vederlo se ci tenete. Vi piacerà. Soprattutto se siete abituati a chiamare consommé la minestra riscaldata.<br />
</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Lettere da Iwo Jima</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009379.html" />
    <modified>2007-03-06T08:41:43Z</modified>
    <issued>2007-03-06T09:41:08+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9379</id>
    <created>2007-03-06T08:41:08Z</created>
    <summary type="text/plain">Se nel 1955 fosse nata Rete 4 invece della RAI, oggi saremmo tutti come i giapponesi della seconda guerra mondiale: fanatici nella fede per l&apos;imperatore (sapete a chi mi riferisco), privati del contatto con la realtà, pronti a suicidarci se...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>film</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Se nel 1955 fosse nata Rete 4 invece della RAI, oggi saremmo tutti come i giapponesi della seconda guerra mondiale: fanatici nella fede per l'imperatore (sapete a chi mi riferisco), privati del contatto con la realtà, pronti a suicidarci se perdessimo l'onore.<br />
Per fortuna, invece, è nata la RAI e oggi siamo tutti fanatici nella fede per il calcio, privati del contatto con la realtà, questo sì, ma pronti a perdere la dignità, oltre all'onore, pur di apparire qualche minuto in TV.<br />
Siamo quindi il pubblico meno indicato per immedesimarci nei soldati di Clint Eastwood, che difendono fino all'ultima goccia di sangue l'isola di Iwo Jima dagli americani che vengono a prendersela.<br />
La prova della nostra inadeguatezza come spettatori è lampante e dice tutto: riusciamo a identificarci soltanto nel soldatino che cerca di disertare per portare a casa la pelle. Ci riesce invece difficile partecipare alle angosce del generale comandante e non ci viene tanta voglia né di combattere né di seguirlo nelle gallerie scavate nella montagna. I dialoghi in lingua originale giapponese non ci aiutano, ma Eastwood non aveva scelta. Ve lo immaginate un soldato giapponese che poco prima di farsi saltare in aria prova a venderti un telefonino 3 con la voce di Claudio Amendola?<br />
Parliamo degli attori. No, non parliamone perché non sappiamo bene chi siano. Chi sa distinguere le fattezze di Ryo Kase da quella di  Shido Nakamura? Siamo dunque costretti a parlare ancora del regista, per ringraziarlo di averci dato, dopo "Mystic river" e "Million Dollar Baby",  una nuova prova di come si fa il cinema. Se il suo film ci è piaciuto, ma non ci ha del tutto conquistati, non se la prenda, non è colpa sua. Siamo noi che siamo fatti così.</p>

<p> </p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Nole  Usac</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009287.html" />
    <modified>2007-01-21T19:10:01Z</modified>
    <issued>2007-01-21T20:09:03+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9287</id>
    <created>2007-01-21T19:09:03Z</created>
    <summary type="text/plain">Il risultato è come una promessa di Berlusconi: tutta da interpretare. Dei 67 punti totalizzati dal Nole, almeno 20, (ma mentre scrivo 20 penso 30) sono stati realizzati perché abbiamo cannato le rimesse. La palla è stata regolarmente messa nelle...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>Basket Usac</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>Il risultato è come una promessa di Berlusconi: tutta da interpretare. Dei 67 punti totalizzati dal Nole, almeno 20, (ma mentre scrivo 20 penso 30) sono stati realizzati perché abbiamo cannato le rimesse. La palla è stata regolarmente messa nelle mani degli avversari, sperando che facessero un po’ di complimenti: “ma no.. dai… non posso accettare… la mamma non vuole… grazie davvero, non insistere…” <br />
Ma a Nole non si usa così e gli sfacciati giocatori in maglia bianca e rossa hanno preso e infilato senza nemmeno dire grazie. <br />
Altri 10-16 punti non li abbiamo fatti noi, perché segnare i liberi non fa fico. E così i ragazzi Usac in maglia blu, gialla, con sotto la t-shirt o senza t-shirt, maniche bianche o rosse, qualcuno gialle, qualcuno senza, con numeri bianchi o gialli, calzoncini neri, qualcuno  blu, bianchi, corti, lunghi e un bellissimo bermuda (grazie Andrea), hanno infilato 2 liberi su 16. <br />
Rifacciamo i conti: 20 punti in meno al Nole per le rimesse  e, diciamo, 10 in più a noi per i liberi, ed ecco che la partita finisce 47 a 34. È vero, avremmo perso lo stesso, ma la speranza di  vincere una volta o l’altra, oggi sarebbe più concreta.<br />
Lunedì allenamento. E ripassare un po’ le rimesse? Chi se ne intende ha parlato di “blocco” per superare il problema. Non ho la minima idea di cosa possa essere, ma sono d’accordo. Ripassiamo il blocco, il gnocco o il cocco; qualunque cosa pur di non vedere i nostri ragazzi dietro la linea di fondo campo, con l’angoscia di non sapere cosa fare, assediati da vicino da un pedofilo con la maglia grigia, che agita il braccio avanti e indietro. E loro, i nostri under13, che pur di non farsi fischiare il tempo, cedono al panico e passano la palla ai nemici. Basta!<br />
Mercoledì incontreremo i bianchi e verdi del Lettera 22. All’andata è finita 67 a 21 per loro, ma con due quarti in parità. Chissà se i nostri in maglia blu, gialla, con sotto la t-shirt o senza t-shirt, maniche bianche o rosse, qualcuno gialle, qualcuno senza, con numeri bianchi o gialli, sapranno mettere in campo la grinta che hanno insieme a un po’ di malizia in più? Pensate che bello: a fine partita uscire dal campo mostrando ben bene agli avversari i calzoncini neri, qualcuno blu, qualcuno bianchi, chi corti, chi lunghi e un bellissimo bermuda. E tutti visti da dietro.<br />
a.c.</p>]]>
      
    </content>
  </entry>
  <entry>
    <title>Casino Royale</title>
    <link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/archives/009265.html" />
    <modified>2007-01-15T12:13:49Z</modified>
    <issued>2007-01-15T13:12:41+01:00</issued>
    <id>tag:www.we-make-money-not-art.com,2007:/orudis/4.9265</id>
    <created>2007-01-15T12:12:41Z</created>
    <summary type="text/plain">“Anche se ti fossero rimasti solo gli occhi, il sorriso e il tuo dito mignolo, saresti più uomo di tutti gli uomini…&quot; dice Vesper Lynd a 007. Vesper è la Bond girl di Casino Royale ed è interpretata da Eva...</summary>
    <author>
      <name>Aldo</name>
      <url>www.copyonline.it</url>
      <email>a.costa@copyonline.it</email>
    </author>
    <dc:subject>film</dc:subject>
    <content type="text/html" mode="escaped" xml:lang="en" xml:base="http://www.we-make-money-not-art.com/orudis/">
      <![CDATA[<p>“Anche se ti fossero rimasti solo gli occhi, il sorriso e il tuo dito mignolo, saresti più uomo di tutti gli uomini…" dice Vesper Lynd a 007. Vesper è la Bond girl di Casino Royale ed è interpretata da Eva Green. Ora, non so se avete presente chi è Eva Green. Eva Gaelle Green, Parigi 1980, è l’interprete femminile di “the dreamer” film del 2002 di Bernardo Bertolucci. A questo punto tutti i maschi che conosco e che hanno visto “the dreamer” stanno certamente ricordando le situazioni in cui hanno pensato a Eva Green, a come hanno onorato la sua immagine, dove, quante volte e se dopo si sono sentiti in colpa oppure no.<br />
Gioite amici, perché Eva Green è tornata a far compagnia ai nostri sogni. Non a seno nudo come Bertolucci l’ha fatta, ma se possibile è ancora più bella. Quei 5 anni di più la torniscono ancora e da leggermente irresistibile quale ella era, diventa oggi totalmente devastante. Per dirla con la Nannini, qui c’è di nuovo da sentire l’America.<br />
“Anche se ti fossero rimasti solo gli occhi, il sorriso e il tuo dito mignolo, saresti più uomo di tutti gli uomini…" dice dunque Vesper a James Bond in convalescenza dopo aver preso un sacco di botte. E 007 Daniel Craig cosa risponde? "Lo dici perché sai cosa posso fare con il dito mignolo". <br />
Grande! Grande ed esplosiva come può essere una battutaccia greve e disgustosa se detta al momento giusto. Geniale come solo 007 e uno sceneggiatore in gamba possono pensare, piena zeppa di sano orgoglio come solo un maschio, sempre meno protagonista e sempre più in discussione può osare.</p>]]>
      
    </content>
  </entry>

</feed>
