27.09.07
Se non fosse morto, Don Luca non avrebbe permesso a nessuno di allestire il presepe all'interno della sua chiesa . Ora, invece, doveva accontentarsi di osservare il lavoro che il giovane sostituto e la sua perpetua stavano facendo. E non c'era nulla che potesse piacergli: le statuette non erano state spolverate, la lana delle pecore era ingiallita, da cardare o da sostituire, la casupola con il pozzo era visibilmente ammuffita, il muschio che faceva da base a tutto lo scenario era troppo secco e si polverizzava al tocco, mentre la carta che riproduceva le montagne presentava buchi e segni di adesivi utilizzati in qualche anno precedente. Mancavano del tutto quell'amore e quella passione che gli avevano fatto guadagnare numerosi articoli di gionale negli anni passati, quando il presepe della chiesa di S.Rocco era il vanto del paese ed era famoso in tutta la valle.
Purtroppo Don Luca era del tutto impotente. Gli era impossibile toccare, se non con il pensiero, gli oggetti terreni e si limitava a disapprovare ogni cosa, prima di tutto il sostituto.
"Pretino fa rima con cretino", si diceva Don Luca, che non lesinava critiche al suo sostituto. Questi aveva dedicato al presepe pochi minuti, giusto il tempo per delegare alla perpetua il compito di sistemare il tutto. Usciva, il pretino. Usciva sempre e stava via ore e ore. Dove e con chi lo sapeva soltanto lui. Ma quando a Don Luca fu chiaro che il presepe era quello e non ci sarebbero stati miglioramenti, fu preso da un senso di rabbia che non riuscì a reprimere. Se non poteva fare nulla per il presepe avrebbe forse potuto fare qualcosa contro quel prete sempre assente. La mattina del 23 dicembre lo seguì lungo il sentiero innevato che portava alla borgata Tetti Rotti, ai piedi di un bosco di larici. Il percorso era breve e il giovane prete si fermò alla prima casa, quella della "donna". E qui bussò.
Don Luca era furibondo. Conosceva quella donna, una poco di buono, che aveva esercitato il mestiere in città fino a pochi anni prima e si era poi venuta a nascondere in montagna, con un figlio senza padre. Ma non ci si libera così facilmente di certi peccati e forse per questo la donna si era sempre tenuta lontana dalla sua chiesa, circostanza per la quale Don Luca ringraziava Dio.
La porta si aprì e la donna, appena visto il prete, lo abbracciò, nascondendo il volto nella sua tonaca nera. Dopo poco i due entrarono chiudendo la porta.
Possibile che la donna avesse ripreso le vecchie abitudini?
Don Luca, furioso, fece un repentino dietro front e chi fosse stato in quel momento sul sentiero avrebbe visto un turbine di vento improvviso che sollevava dalla neve alcune foglie secche mandandole a ricadere poco piu in là.
Oltre che piangere di rabbia non poteva Don Luca, versando lacrime sulla statuetta rovesciata del pastore, che se fosse stato vero, tutto il vino della sua brocca sarebbe sparso in terra. Tentava di raddrizzare gli oggetti di spostare le cose, ma sapeva di non avere mani per farlo.
La sera del 24 dicembre lo spirito di Don Luca fu visibile per qualche istante, come una lingua di fuoco che attraversava la piccola chiesa da una navata all'altra. Tuttavia nessuno era presente in quel momento e nessuno vide la rabbia che vorticava per la chiesa.
Com'era potuto accadere? Cosa era successo? si chiedeva Don Luca, vedendo che il suo presepe, già così vilipeso, era stato ulteriormente ridotto della metà far posto a una pedana di legno il cui scopo non era chiaro. Quel poco che restava del presepe era compresso in un angolo e non aveva ormai nulla in comune con il suo presepe che tanta gloria aveva portato.
Venne infine la mezzanotte. Il portale della chiesa fu spalancato per la messa. Le campane cominciarono i 12 rintocchi, ma il giovane prete non si vedeva. Avrebbe dovuto deporre la statuetta del Bambin Gesù tra la Vergine e San Giuseppe, ma ciò non stava accadendo, anzi, il giovane prete si era tirato la sciarpa intorno al collo er era uscito a passo veloce.
No! urlò Don Luca, la notte Santa no! E prese a inseguire il prete che si recava anche quella sera alla casupola della donna.
Questa volta Don Luca sarebbe entrato a sua volta per impedire un atto così blasfemo. Ma non ci fu bisogno di fare irruzione nella baita. Infatti ne uscirono subito due uomini che, insieme con il giovane prete presero a trascinare una lettiga con un bambino lungo il sentiero. Il bambino era visibilmente emaciato, sofferente. Per nulla rasserenato, Don Luca si unì al corteo che ritornava verso la chiesa e fu stupito di trovare ogni panca occupata e altri paesani che facevano ressa fuori. Il piccolo corteo entrò in silenzio e la lettiga fu appoggiata vicino al presepe, sulla sua rampa, per permettere all'infermo di assistere alla messa. Arrivarono altri fedeli, l'intero paese, tanto che non fu possibile chiudere la porta. Non era mai successo prima. Don Luca osservava interdetto l'afflusso di persone. Davanti a Don Luca il bambino malato e sua madre risplendevano di grazia più di qualsiasi presepe. Se ne rendeva conto anche lui e allora tentò affannosamente di tirar su una statua, far partire la pompa del ruscelletto. Sistemare almeno la carta crespa. Era così agitato che la sua presenza era tradita da una fiammella che ondeggiava tra ceri e candele.
E infine venne anche Dio. Dio che non si era mai manifestato nei tanti anni in cui era stato parroco. Era lì, adesso, non per il suo presepe, ma per quel bambino. Allora Don Luca finalmente capì. E non potendo ormai fare nulla per rimediare, cominciò silenziosamente a piangere e, piano piano, svanì.
13.09.07
Don Gesso sapeva che era la Pasqua e non il Natale la vera festa dei cristiani, quella in cui si festeggia il Dio che si compie, ma il Natale aveva sempre avuto su di lui un ascendente irresistibile, a maggior ragione quell’anno, che era l’ultimo della sua vita.
Le forze gli erano mancate appena dopo i morti, all’inizio di novembre. Per alcuni giorni non si era alzato dal letto e da allora, a celebrare le funzioni, era stato chiamato il giovane vicario del comune più a valle, che rimontava, senza abbondare di entusiasmo, i tornanti che salivano al villaggio.
Il presepe vivente, che don Gesso aveva istituito molti anni prima era il suo vanto, ma quest’anno non avrebbe potuto occuparsene e chissà quali e quante inutili innovazioni avrebbero apportato i sostituti che si erano offerti di completarlo. Solo la fede lo faceva sperare in un successo. Nessuna speranza invece, di convertire Marco Robotti, che don Gesso conosceva da quando era arrivato in paese molti anni prima. Adesso era un uomo di quasi quarant’anni, che lavorava agli impianti di sci della valle, una stazione poco nota e poco frequentata sul versante settentrionale del Monte Cervo. Robotti era probabilmente l’unica anima del paese che non fosse illuminata dalla fede e Don Gesso si sarebbe presentato al Padre molto presto, portandosi appresso quel doloroso insuccesso.
In quel momento Robotti era proprio sotto la sua finestra e stava sistemando qualcosa sul portapacchi della sua auto. Don Gesso si sentiva debole, ma la sua vista era ancora perfetta e attraverso i vetri un po’ appannati, poteva distinguere la sagoma dell’uomo che armeggiava con certi tiranti elastici. Poco più in là, appena oltre il muro perimetrale della canonica, dove sorgeva il piccolo cimitero del paese, avrebbero allestito la sua tomba.
La buona notizia la portò, stranamente, il medico condotto. Non ne aveva mai portate negli ultimi mesi. Era stato uno stillicidio di piccoli, apparentemente insignificanti, segnali di peggioramento, che sommati uno all’altro, avevano reso chiaro a Don Gesso che i suoi ultimi giorni avevano un numero che stava tra il piccolo e il molto piccolo.
Tuttavia il medico quel giorno portava davvero buone notizie. Era stato in qualche modo nominato ambasciatore dai paesani, che un po’ non volevano affaticare il prevosto con visite inopportune, un po’ preferivamo stare lontani dalla Malattia. Si trattava del presepe: il proprietario della baita aveva messo a disposizione la malga e il terreno circostante. Su questo, in verità, Don Gesso ci contava. La vera buona notizia era che i ragazzi del paese si erano dati molto da fare e tutto era pronto. Si erano trovate le comparse, i costumi, e avrebbero avuto Rosina come Madonna e il figlio del panettiere per San Giuseppe. Don Gesso non doveva preoccuparsi di nulla: il suo presepe sarebbe stato un successo anche quell’anno.
Il malato sospirò così forte che il medico temette che i polmoni, già così compromessi, si disfacessero del tutto. Ma il sollievo fu più forte del dolore e Don Gesso si tirò seduto contro i cuscini. Il suo sguardo corse ancora a Robotti, da basso oltre i vetri. Se solo fosse riuscito a convertire anche lui… un miracolo ci voleva, un miracolo.
Si erano parlati lui e Robotti soltanto un mese prima, quando l’uomo, che a tempo perso faceva anche l’idraulico, era venuto per una tubazione guasta in sacrestia. Don Gesso lo aveva pregato di raggiungerlo nella sua camera e non aveva perso tempo. Non ne aveva.
- Non ti sei poi sposato, vero? – aveva domandato il vecchio prete pur conoscendo perfettamente la risposta
- No -
- E quella ragazza? Non la faresti felice? -
- Io credo che Lua sia felice anche così. Felice è una parola molto importante. Diciamo che le va bene continuare così. E anche a me -
- Lo sai che Dio non la pensa allo stesso modo, vero? -
- Posso immaginare. Ma è bello avere idee differenti, non trova Don Gesso? –
Robotti non era ironico, non era aggressivo, e il sorriso con cui accompagnava le parole fece sì che Don Gesso non si offendesse.
- Tu hai spesso idee differenti dalle mie, ma lei mie sono mutuate dal volere del Signore. -
- Non saprei Don Gesso. Non lo faccio apposta. -
- La bontà, Robotti, sono la bontà, la carità e l’amore che fanno il cristiano. Solo in Dio e con Dio possiamo essere caritatevoli. Ricordalo sempre. -
Robotti non rispose, e quando vide che non sarebbero giunte altre parole riprese il suo lavoro.
La discussione, tuttavia, si protrasse per altri tre giorni, fino a quando Robotti dichiarò di aver terminato il suo lavoro e radunati gli attrezzi, lasciò la sacrestia. Durante tutte quelle ore, il cammino di fede di Robotti non fece neppure un passo avanti, mentre invece la malattia di Don Gesso fece grandi progressi, Non abbastanza, però, per impedire al parroco di conservare un filo di vita fino alla sera del 24 dicembre.
Come spesso capita, un’improvvisa ondata di energia anima il moribondo e il vecchio prete approfittò della sua per assistere alla messa di Natale, anche se per la prima volta sarebbe stata officiata da altri.
Lacrime di gioia, commozione e anche umiliazione rigavano il volto dalla pelle ormai trasparente segnando ancor di più il naso affilato, mentre quattro uomini traslocavano il letto fino al vicino prato. Lo sistemarono sull’erba secca e le donne si assicurarono che le coperte fossero ben calzate.
- Ma come? - osservò il prete. - Non c’è neppure un po’ di neve…-
Il sorriso svanì dal volto di Don Gesso, che evidentemente da giorni immaginava uno scenario ben più felice.
Robotti si materializzò in quel momento vicino a lui.
- Robotti, vedi la fede? Cosa significa avere fede? Il medico diceva che non sarei arrivato a Natale, invece eccomi qui. Il mio rammarico è non avere neanche un po’ di neve, che magari piacerebbe anche a te.-
- Sicuro che mi piacerebbe! – rispose Robotti – Ma non c’è neanche una nuvola in cielo.-
- Nevicherà – sentenziò Don Gesso. - Nevicherà a mezzanotte in punto. -
- Come può dirlo? - domando l’uomo. - Manca poco ormai. Meno di un’ora. -
- Scommetti? -
- Che cosa Don Gesso? -
- Scommetti che a mezzanotte nevicherà? E se nevicherà tu crederai. -
Robotti riflettè in silenzio, osservando la mano che gli veniva offerta e che, piano piano si abbassava sotto il suo stesso peso.
- D’accordo. Se nevicherà per mezzanotte avrò fede. -
Il prete sorrideva mentre il braccio ricadeva sulla coperta. La Madonna e San Giuseppe erano appena apparsi in fondo al villaggio e stavano bussando alla prima porta per cercare ricovero. Ma la donna che venne ad aprire, visti i due questuanti, scosse la testa e richiuse l’uscio con grande rumore. Don Gesso amava quella pantomima, ma ricordava di avervi assistito con ben altre scenografie. Nevicava molto un tempo, anche tre metri di neve faceva. Ma adesso…
Con la coda dell’occhio Don Gesso cercò Robotti, ma non lo vide tra il pubblico che assisteva alla rappresentazione con grande attenzione.
Robotti era alla guida di una camionetta della Monte Cervo Spa. Lo accompagnavano 3 dei suoi uomini e una pesante attrezzatura. Quando arrivarono nei pressi del paese, scaricarono un macchinario e lo collegarono alla tubazione anti-incendio del paese. Era quasi mezzanotte.
Robotti prese gli ultimi accordi con i suoi uomini e li lasciò a finire l’opera. Aveva un appuntamento.
La sferzata di energia si stava esaurendo. Don Gesso capì che non sarebbe arrivato al giorno seguente. Non si sentiva più lucido. Non sentiva nemmeno freddo. Era convinto di non respirare più.. Aveva ricevuto l’olio già due volte negli ultimi giorni ed era pronto. Tuttavia ricordava vagamente di aver lasciato qualcosa in sospeso, ma non riusciva a capire cosa. Il viso di Robotti gli ricordò la scommessa.
Perduta.
- Pare che non vincerò – mormorò il vecchio.
Robotti distolse lo sguardo. La madonna e San Giuseppe erano già nella stalla rischiarata da un lume.
Ad un tratto si udì un grido. Non l’urlo del parto e neppure il vagito del piccolo Gesù. Era una bambina tra il pubblico che urlava indicando il cielo.
- La neve! La neve!
Improvvisamente nevicava. Grosse, copiose falde precipitavano dal cielo a terra, imbiancando il prato davanti alla baita e le lose del tetto. E tutto il resto. Il pubblico sbandò per la sorpresa ed esplose in urla di gioia, come quando scoppiano i fuochi d’artificio. E tutto accadeva mentre nasceva il Salvatore.
Il parroco non c’era più. Ma doveva aver fatto in tempo a vedere la neve perché nei suoi occhi era ancora impressa un’espressione di gioia, quasi di trionfo. All’ultimo istante il miracolo era avvenuto.
Robotti si calò il cappello in testa e si allontanò. Fatti pochi passi non nevicava più e il terreno era asciutto.
Fece un segnale con un braccio ad un uomo poco distante e un secondo più tardi la nevicata finì, improvvisamente come era iniziata. Tutta quella neve si sarebbe trasformata in fango o in ghiaccio entro poche ore. Dipendeva dalla temperatura dell’aria quella notte.
Robotti ritornò presso Don Gesso, ma qualche smorfia imbarazzata da parte di una donna gli fece capire che non era più gradito. Accanto al corpo del prete c’era posto solamente per fede e carità.
09.10.04
Enzo
- Ormai l'ho tirata talmente tanto in lungo, Enzo, che mi sento ridicola e quello che ti devo dire ti sembrerà banale anche se non lo è affatto. Per me, almeno. Per me non lo è.
Insomma, Enzo, io voglio un figlio. Ecco, e il favore che ti chiederei sarebbe molto importante, perché questo figlio io lo voglio fare tutto da sola. Vorrei evitare di parlare dei perché e dei percome, non so se riesco a spiegarmi... In realtà ho solo bisogno di un po' di seme. Non mi serve altro. E se ti sembro fuori di testa sappi che io sono fuori di testa. -
Enzo aveva intuito dove voleva portarlo Nadia ancor prima che iniziasse il lucido e delirante discorso che dopo una lunga premessa si era infine compiuto con quella richiesta. Nadia era fatta così: non si era mai posta alcun problema nel dire quello che pensava e non era venuta meno a se stessa nemmeno in quella occasione. Nel recente passato aveva più volte manifestato il desiderio di avere un figlio tutto suo, senza per questo aver mai parlato di desiderare, insieme al figlio, anche un uomo, un compagno con cui dividerlo.
E come sempre Nadia appariva in bilico tra incoscienza e coraggio. Aveva espresso una richiesta difficile, imbarazzante nelle parole, nel significato e anche nelle modalità pratiche a cui dava adito. Si rendeva conto, Nadia, che la sua richiesta veniva ricevuta da un uomo, un maschio e dell'effetto chimico che le sue parole provocavano nella produzione di ormoni? C’era qualcosa di morbosamente irresistibile implicito nell’idea di accontentare Nadia, una serie di immagini ad alta temperatura. Tuttavia Enzo non si faceva grandi illusioni. Se Nadia avesse avuto intenzione di avere un figlio andando a letto con lui, probabilmente lo avrebbe fatto senza neanche manifestare le sue intenzioni, non ne avrebbe avuto bisogno. Invece, con quella lunga e complessa premessa era abbastanza evidente che si trattava di una faccenda asettica, che poco aveva a che fare con il sesso. O forse no, forse Nadia pensava di non essere attraente, forse non aveva ancora capito nulla degli uomini e magari immaginava che per un uomo o, peggio, per un amico di lunga data, possederla fosse un compito ingrato, difficile o doloroso, in altre parole un atto di cui essere riconoscenti.
Comunque fosse le doveva una risposta e gliela doveva subito perché la donna lo stava fissando dritto negli occhi e sollecitava un sì o un no.
- Naturalmente non stai scherzando. Non è una penitenza o qualcosa del genere, una candid camera, che so? - disse Enzo per prendere ancora un po' di tempo. Non si trattava di prendere una decisione e basta. Era più difficile: Enzo era al passo precedente e doveva ancora capire da che parte iniziare per mettere insieme un ragionamento che stesse in piedi. Perché avrebbe dovuto dire di sì? E perché avrebbe dovuto dire no? Così formulò la prima domanda inutile che gli venne in mente. Ma oltre che inutile era la domanda sbagliata:
- Quanto? -
- Quanto seme? - domandò Nadia.- O quanto pago? Cosa vuoi sapere? Perché sai, non ho destinato un budget per una cosa di questo genere. È una donazione quella che cerco.-
- No, no! - si schernì Enzo, non voglio soldi, ci mancherebbe, non si chiedono soldi per queste cose. Poi sei un'amica, non lo farei mai, come ti è venuto in mente?. -
- Allora quanto seme mi serve? - riassunse Nadia corrugando leggermente la fronte.
- Ecco sì – disse infine Enzo, ma non era quella la domanda che voleva porre. In realtà non sapeva cosa voleva dire. Aveva detto “quanto” forse perché gli era venuto in mente che potesse trattarsi di un certo numero di donazioni e voleva forse avere un'idea dell'impegno.Ma non era nemmeno quello, non era nulla. Era confuso e basta.
- Non lo so - disse Nadia, - una cosa normale, credo. Sì, una quantità normale andrà benissimo. Ci sono dei problemi da questo punto di vista? -
- No, no. - rispose subito Enzo, ma poi si corresse:
- Cioè sì, è che potrebbero essercene, sì, magari no, ma probabilmente sì. - Stava improvvisando e non aveva la minima idea del perché lo facesse. Soprattutto non sapeva dove lo avrebbe portato il discorso.
Nadia lo guardava senza incalzarlo, si rendeva conto che Enzo era imbarazzato. Lo stava forzando a rivelare particolari intimi e non avrebbe mai voluto giungere a tanto. Anzi, se solo avesse sospettato quel genere di problemi, avrebbe accuratamente evitato di entrare in argomento. Cercò di rimediare, scusandosi per il disagio che stava provocando, ma Enzo la precedette.
- Purtroppo soffro di una disfunzione endocrina per cui io ne produco pochissimo... -
- Oh! - fece Nadia arrossendo un po' per la prima volta.
- Proprio poco, una quantità praticamente inutile -
Nadia apriva la bocca, ma era senza parole. Aveva involontariamente costretto una persona a rivelare qualcosa di molto personale e per lei si trattava della forzatura più odiosa che potesse immaginare.
Da parte sua Enzo si sentiva sollevato e insieme provava vergogna per la menzogna che aveva appena detto. Ancora non aveva deciso se dire sì o no a Nadia e la sua vigliaccheria, anzi la sua stupidità aveva risposto per lui. La sua sedicente sterilità lo avrebbe tenuto alla larga dai guai, quello era sicuro, ma al prezzo della menzogna, una transazione che non gli piaceva. Aveva ancora pochi secondi per cambiare versione, dire che aveva risposto così solo per impreparazione, per disattenzione o per timidezza. Poteva ancora tornare indietro e cambiare versione. Ancora pochi secondi, dopo di che sarebbe stato troppo tardi e avrebbe dovuto rinunciare per sempre. Si mordeva l'interno della guancia nel tentativo di trovare la forza nel sapore del sangue e nel dolore, ma Nadia lo precedette:
- Enzo... Enzo... mi dispiace davvero. Scusami, scusami tanto.- disse e le palpebre divennero due argini che tentavano di trattenere la piena, ma era evidente che erano destinati a soccombere.
- Ma figurati, Nadia, figurati, non c'è problema. Guarda che per me non è un problema. Non mi sono mai curato perché non ho ancora preso in considerazione l'idea di avere dei figli e questa lieve patologia in realtà va bene proprio come anticoncezionale, anzi le mie ragazze, quelle con cui sono stato finora ne erano contente perché così andavano sul sicuro senza dover...-
Enzo non terminò la frase. Si accorse suo malgrado di saper scrivere sceneggiature credibili. La sua versione sembrava vera e stava per cominciare a crederci lui stesso. Il modo migliore di mentire, si stava dicendo in quei momenti è spararla grossa e crederci.
Sicuramente una cura c'è - riprese Enzo - O se non c'è, ci sarà un giorno.- - Sì, seren non è, seren sarà, se non sarà sereno si rasserenerà – pensava Enzo nel suo cervello che ormai girava in loop
- Scusami tu, davvero.- disse infine e almeno nel chiedere perdono era sincero.
Luca
- E se ti chiedessi perché proprio io? -
- Mi fido di te e ti conosco da abbastanza per potertene parlare. - rispose Nadia
Luca continuò giocare con tre stuzzicadenti, utilizzandoli come rudimentali rulli su cui faceva scorrere il bicchiere del vino, dalla bottiglia fino al piatto e ritorno.
- Non è una cosa da poco quella che chiedi e francamente è la prima volta che mi capita. Non me l'aspettavo proprio, ma questo non vuol dire niente. Si può fare, certo, tutto si può fare. Magari pensandoci un attimo. -
- Ma certo. - concesse Nadia con un sorriso – Puoi pensarci tutto il tempo che vuoi. O un giorno o due, o se no un mesetto. Sono fertile proprio in questi giorni e lo sarò di nuovo a partire dal 20 del prossimo mese. -
Il bicchiere deragliò dalla slitta primitiva e il ruvido attrito della tovaglia di tessuto ne arrestò bruscamente la corsa. Il vino ondeggiò pericolosamente fino a lambire l'orlo del bicchiere, ma non debordò. Per riprendere totalmente il controllo perduto sotto i colpi di maglio del linguaggio semplice e diretto di Nadia Luca bevve un sorso, finse di assaporare il bouquet poi rinunciò a giocare all'inventore della ruota.
- Accidenti, Nadia, non si può dire che tu sia una ragazza timida! - osservò Luca quando il ritorno della salivazione gli concesse di assumere un tono e una voce normali.
- In che senso? - domandò Nadia
- Come in che senso? Mi stai dicendo, qui in mezzo ad una cena al ristorante, quali sono i tuoi giorni fertili e quali no, insomma non sono tante le ragazze che manifestano pubblicamente l'andamento del loro ciclo. -
- Beh, non ho parlato tanto forte – rispose Nadia – e poi ti ho detto che mi fido di te, so che domani non troverò sul giornale il mio nome e il calendario del mio corpo. -
- Sì, certo – concesse Luca mentre posava la sua mano su quella di lei – ma volevo dire un'altra cosa: è la prima volta che una ragazza mi chiede di far l'amore con lei con lo scopo preciso di avere un figlio. -
Nadia sorrise ancora, ma si allontanò impercettibilmente dalla tavola recuperando mano e tovagliolo.
- Non si tratta di far l'amore, Luca, ma solo del tuo seme. Scusami se mi sono espressa male-
Nonostante un grosso sforzo di volontà, Luca non riuscì a mascherare la delusione. Aveva già deciso di acconsentire alla richiesta di Nadia e di acconsentire subito, quella sera stessa. Lo avrebbe fatto anche lì sul tavolo della pizzeria, sulla tovaglia macchiata. Sarebbe stato più che piacevole, sarebbe stato travolgente, perché Nadia era una bella ragazza e i suoi discorsi lo avevano eccitato oltre ogni misura. Non aveva mai perso la testa per lei, soprattutto perché aveva sempre pensato di non interessarle, ma più volte il suo corpo aggraziato era stato oggetto di certe sue fantasie erotiche. Luca recuperò il controllo nel tempo di un respiro.
- No, in effetti tu non avevi detto niente del genere, ma io pensavo e sono convinto che il modo migliore per avere un figlio sia fare l'amore, un atto d'amore, no?
Nadia non perse il suo sorriso mentre rispondeva.
- Io sto chiedendo il seme ad un amico, non di fare l'amore, non è la stessa cosa. -
- Ah, che non sia la stessa cosa è sicuro, non ci piove. - ribatté Luca
Nadia sorrideva ancora, seppur solo con gli occhi e gli angoli della bocca. Preferiva non aggiungere nulla perché non voleva forzare la risposta ora che la richiesta era stata circostanziata ed era estremamente chiaro che non si trattava di uno scambio.
Luca sapeva che toccava a lui. Nadia non avrebbe aggiunto altro, era evidente. Ormai la tempesta ormonale era scoppiata e non aveva modo di placarla.
- Una donazione, insomma.... una donazione e basta. -
Il rinnovato sorriso silenzioso di Nadia valeva una conferma.
- Magari cambi idea durante la donazione – azzardò Luca.
Un punto interrogativo occupò ampio spazio sul viso di Nadia.
Sì – disse Luca sentendo il bisogno di spiegarsi - come avevi pensato di fare, nella pratica?
Avevi pensato ai particolari? -
Il punto interrogativo si dissolse in nuova serenità.
- In verità sì. Ti do le chiavi di casa mia. Tu sali, fai la tua donazione. Io ti aspetto sotto. -
Il sorriso di Luca era come congelato.
- Addirittura? - domandò – Così non daresti neanche una mano per la donazione? -
Nadia sorrise cogliendo il doppio senso insito nelle parole di Luca e poggiò una mano sul braccio dell'amico. Il cameriere si avvicinò per chiedere se gradivano il dolce o il caffè. Il caffè fu la scelta di entrambi.
- Un regalo è un regalo, Luca, un dono. - disse Nadia
Luca respirò a fondo ed ebbe tutto il tempo per evitare di rispondere in modo sgradevole, ma Luca era sgradevole.
- Per quest'anno ho già dato il mio contributo alla San Vincenzo, Nadia - rispose.
Il tono e l’espressione di Luca lasciavano intendere che quell’altra opzione, quella a pagamento, era ancora aperta, ma non ci credeva neanche lui. Era evidente che insieme all’opzione stava per finire anche un’amicizia, se mai vi era stata.
Dopo il caffè venne il conto e Luca accettò che Nadia pagasse per entrambi. Del resto era stata
lei ad invitarlo.
Franco
- Ti prego, dimmi qualcosa. Dimmi di no, dimmi qualunque cosa, ma non fissarmi così, in silenzio.-
Nonostante la supplica Franco non parlava. Fissava Nadia come se si fissa la televisione quando va in onda la pubblicità. Sembrava lontano con i pensieri, ma gli occhi si muovevano e seguivano i contorni morbidi del viso di lei.
Anche Nadia smise di parlare. E di guardare. Ora fissava la chiusura del suo braccialetto. Aveva immaginato che Franco avrebbe avuto una reazione forte, ma non avrebbe mai immaginato che la sua richiesta avrebbe provocato un simile choc.
- OK Franco, non parliamone più e, ti prego, dimentichiamoci entrambi di questa sera. Adesso, accompagnami a casa, per favore.-
- Sì – disse finalmente Franco senza avviare il motore e continuando a fissare Nadia.
- Sì? -
-Sì, lo voglio fare. -
- Davvero Franco? Sei sicuro? -
- Sì, ne sono sicuro, come sono sicuro di essere qui adesso e come sono sicuro che questa è la mia auto, che tu sei qui, che sono le sette di sera, che oggi non ha fatto che piovere, che è stata una giornata di merda fino a cinque minuti fa, ma che ora tutto è cambiato e domani sarò felice e dopo domani lo sarò di più e ogni giorno che verrà io sarò un uomo fe-li-ce! Felice, capisci? Felice. Felice perché finalmente sarò completo. È chiaro no? Ma certo che mi capisci perché se sei arrivata a questa decisione è perché anche tu senti questa necessità, questo istinto a colmare un... un... non un vuoto, ma un bisogno di completezza. -
- Franco, non so se stiamo dicendo la stessa cosa, sai? -
- Sì, è la stessa, la stessa. -
- Forse no, Franco. Io voglio un figlio, avrò un figlio.-
- Esatto, è la stessa cosa che desidero anch'io. L'ho sempre desiderato, ma non lo avevo mai razionalizzato prima di questa sera. Ma adesso ho le idee chiare. Vedi? È come se non avessi mai desiderato altro. Mi rendo conto che un figlio è la risposta alla mia vita, il punto di arrivo delle mie ricerche. Sai cosa voglio dire, vero?
- Sì Franco, credo di sì ed è proprio questo che mi preoccupa. Così non va. -
- E perché non dovrebbe andare? Vogliamo la stessa identica cosa, come se , che ne so, non mi viene un esempio, come se tu volessi costruire una casa e io avessi i mattoni. No, scusa, è banale, non mi viene un esempio, ma è abbastanza chiaro: vogliamo la, stessa, cosa. Ecco come la mappa di un tesoro. Io ne ho una metà e tu l’altra. Insieme la ricomponiamo e troviamo il tesoro. Da soli non faremmo nulla -
Francoera visibilmente sollevato per aver trovato una metafora sufficientemente esplicativa.
- No Franco, lo vedi che non ci siamo capiti? Io voglio un figlio da te, non con te. -
- Sai che non ti capisco: da me? con me? Che differenza semantica c’è? È il sesso che ti preoccupa? A me no. Facciamo come dici tu: una donazione. Andiamo da te, facciamo quel che va fatto, separatamente, poi vediamo che succede. Se aspetterai un figlio verrai a stare da me o io da te, insomma diventeremo una coppia e quando lui nascerà avremo tutti e due raggiunto il nostro scopo. A me il sesso non importa, davvero. Potremo essere degli ottimi genitori senza mai sfiorarci con un dito e vivere le nostre vite in modo del tutto indipendente, sempre badando al bene del piccolo, è ovvio. Lui deve stare al primo posto. -
- No, non è questo che voglio. Volevo solo il tuo seme, ma come dono, non a titolo di investimento. Io capisco quello che mi hai detto, forse è la stessa cosa che provo io, ma io non voglio dividere questo bambino con nessuno. Mi dispiace Franco, non puoi avere un figlio da me. Perdonami. -
- Io perdonare te? Che discorsi. Io perdonare te che mi hai aperto gli occhi? Guarda non sarà con te, non sarà oggi, ma un giorno sarà. Sì, adesso lo so. -
Nadia finalmente poté rilassarsi e sorrise nel buio.
- Chiudi la cintura di sicurezza che ti porto a casa. - disse Franco avviando il motore.
L'auto si mosse e si perse presto nel traffico dell'ora di punta. Franco canticchiava e batteva il tempo sul volante, uomo felice. Ad un tratto un'idea gli illuminò il viso. Si voltò verso Nadia:
- Hai provato con Fabio? -
Alberto
- Nadia chi? Nadia la brunetta con gli occhi carinissimi? Miss maglietta bagnata Loano 98? Sei proprio tu? Quella Nadia?
- Ciao Alberto, tutto bene? -
- Se mi potessi vedere non me lo chiederesti: da quando ci siamo visti l'ultima volta avrò messo su almeno dieci chili. - disse Alberto
- Sto chiamando in un momento inopportuno? - domandò Nadia
- No di certo, perché mai? No, no, ho tutto il tempo, oggi non lavoro e per tutte le faccende del sabato è presto. A quest'ora è ancora tutto chiuso, almeno qui da noi. -
- Sì, anche qui i negozi prima delle quattro non aprono. -
- Ma pensa te, Nadia... Mi ha telefonato Nadia. Ma sai che pensavo a te non più tardi di mercoledì o giovedì? -
- Davvero? -
- Sì, stavo guardando la televisione, un programma che tu non conosci di sicuro perché so che non la guardi mai o non la guardavi...
- In effetti non so perché la tengo – convenne Nadia
- Beh, è un quiz, ma non il solito quiz. Per partecipare devi essere preparato, ma soprattutto devi ragionare, altrimenti non vai avanti. E devi anche saper rischiare. Insomma quando lo guardo mi prende. Bene, la domanda era collegata al sole, a quando è esattamente allo zenith, geografia astronomica, allora mi è venuto in mente il nostro viaggio al tropico del cancro.
- Sì, ma noi ci siamo andati in inverno e il sole non era allo zenith. -
- Ah, sì, certo, ma non importa, mi sei venuta in mente lo stesso. Ma scusami, volevi dirmi qualcosa di particolare? Parlo sempre io e alla fine non ascolto mai la gente. È un difetto sai? Un difetto grosso. Bisogna saper ascoltare, non solo parlare, parlare, parlare. Bla bla bla.
Nadia disse ad Alberto cosa voleva da lui in meno di due minuti. Alberto ascoltò senza interrompere e non appena toccò a lui fu lesto a rispondere:
- è caduta la linea, questo è un nastro, riagganciare, prego: tu tu tu tu tu - Poi, dopo una breve pausa: - Sono ancora qui , non credere che io sia svenuto... quasi svenuto, diciamo – la voce manteneva ilarità e allegrezza e Nadia ne ebbe conforto.
- Mettiti nei miei panni, Nadia – riprese la voce di Alberto, senza cambiare tono né, apparentemente, senza perdere la voglia di scherzare, - te ne stai lì a casa, tranquillo a leggere il Corriere, ti squilla il telefono e una amica che non senti da almeno un anno ti chiede se gentilmente potresti aiutarla a restare incinta. Sai che alla mia età l'infarto è già in agguato? -
- Sai Alberto, non ci sono molti modi per chiedere questa cosa. E la puoi chiedere soltanto ad un amico. -
- Certo, certo. - fece Alberto.
- Posso risponderti tra vent'anni, quando sarai in menopausa? -
- Sarebbe meglio prima – ammise Nadia
- Già, beh, vedi, in linea di principio si potrebbe anche fare. Dovrei pensarci un attimo, perché non è uno scherzo, non è come donare il sangue. Io dono il sangue, ma donare il sangue, se non hai malattie, non è una responsabilità. Donare sperma sì, specialmente se sai dove va a finire. Comunque tu sai che io non mi faccio problemi etici. Non so se fare una donazione del genere sia un peccato oppure no e in linea di massima non me ne frega niente, il problema è un altro. -
- Sì? - domandò Nadia
- Eh sì – confermò Alberto. - Il problema è Laura. -
- Tua moglie? -
- Certo, mia moglie. La cosa la coinvolge, non credi? -
- Aiutami a capire. - disse Nadia
- Metti caso che facciamo questa donazione e che tu rimani incinta per davvero. Nasce un bel bambino e tu te lo tiri su da sola come mi hai detto. Ma poi metti che succeda qualcosa, qualsiasi cosa e salta fuori tutto, come credi che la prenderebbe Laura? -
- Ma che cosa dovrebbe succedere? -
- Qualunque cosa, ad esempio il bambino un giorno potrebbe voler sapere chi è suo padre, ti pare impossibile? Oppure, metti che un giorno esci di casa e sbam, ti mette sotto il 15 mentre attraversi la strada. Io mi ritrovo con un figlio che mi bussa alla porta. E per me passi: è figlio mio, ma a mia moglie vallo a spiegare che si è trattato di una donazione del tutto asettica. No, l'unica sarebbe coinvolgerla fin da adesso, ma non è il momento. -
- Problemi tra voi due? -
- Problemi è una parola piccola e grande al tempo stesso. All'apparenza va tutto bene, ma si sta formando tra noi come una... una... non so spiegarti, come una crosta, un diaframma... non ci capiamo molto. -
- Mi dispiace. -
- No, niente di grave, penso, ma proprio non è il momento per mettere sul campo una storia come questa. Oh, scusa Nadia, mi squilla il cellulare ed è proprio lei, Laura voglio dire, che deve aver trovato occupato. Richiamami tra un po', tre o quattro mesi, dopo l'estate, magari le cose saranno cambiate. Ciao. -
Roberto
- Nadia, ti ho ascoltata fino in fondo e ora io chiedo a te di ascoltarmi. Vuoi? -
- Certo Robi, mi interessa molto il tuo parere -
- Il mio parere potresti immaginarlo visto che ci frequentiamo da anni. Io penso che molto, ma molto semplicemente questa cosa non si può e non si deve fare. Tu dovresti trovarti un uomo, dovresti sposartelo e fare con lui l'amore tutti i giorni, più volte al giorno fino a quando avrai un figlio, forse due, o anche tre. -
- Lo so che i figli si fanno così, Robi, ma io non voglio un marito, né un compagno convivente. -
- Nadia, non mi hai mai detto che ti piacciono le donne e non mi risulta. -
- Infatti non è quello.-
- Sono forse gli uomini che non ti piacciono? -
- Secondo te, Roberto, non è possibile che io voglia avere un figlio da sola? Non ce la fai a capire che questa è la mia volontà oppure la capisci ma la trovi inaccettabile? -
- No, proprio non ci arrivo con tutta la buona volontà. -
- Ma se io ti chiedessi non la tua benedizione, non la tua assoluzione, ma da amica, da compagna di elementari, medie e liceo io ti chiedessi un po' del tuo seme? -
Roberto non rispose e il suo pull over blu scuro sembrò più ruvido sotto la mano di Nadia,
- Lo sai come la penso sui rapporti fuori dal matrimonio. Non potrei comunque. -
- Ma io non ti chiedo di venire a letto con me, ti ho chiesto solo un po' del tuo seme. Non devi toccarmi, non devi neppure vedermi. -
- Nadia, ti rendi conto che mi stai chiedendo di commettere un peccato? In qualsiasi modo io dovessi assecondare questa tua idea commetterei un atto contro le leggi di Dio, ma ti rendi conto? Chiedere ad altri di peccare è la cosa più... più... spregevole e disgustosa che puoi fare. E sai perché? Ci arrivi? -
- No, aiutami tu Roberto, sinceramente. -
- Sul serio non ci arrivi? Sei nelle mani della Bestia, sei un suo strumento, agisci per conto del, Diavolo. Tu tenti, tu chiedi, tu implori, e sembri sinceramente ispirata da buoni propositi, ma così tu fai il suo gioco perché trascini con te nell'abisso del male anche gli altri e, cosa abominevole, offendi Dio. Sei un esempio da manuale Nadia, sei il serpente tentatore che spesso si trasforma in donna per indurre l'uomo in tentazione. Ma non funzionerà, non con me perché io ti esorcizzo, Nadia. Ti impedirò di continuare questa tua peregrinazione blasfema.-
- Non avevo pensato a questo aspetto della cosa, Roberto e mi rendo conto che dal tuo punto di vista sia un atto impossibile. -
- Impossibile! - confermò Roberto, che subito dopo afferrò le mani di Nadia e le strinse tra le sue.
- Nadia, so che le tue intenzioni sono buone, ma stai sbagliando i tuoi atti perché sei mal consigliata da chi vuole perdere la tua anima. Sai che facciamo adesso? -
Nadia scosse la testa.
- Preghiamo insieme. Recitiamo un Padre Nostro per ringraziare il Signore che ci ha dato la forza di vedere il male e di prendere la decisione giusta.
- Padre Nostro... – cominciò Roberto e fece una breve pausa per aspettare Nadia. Ma Nadia non
lo seguì, ascoltò in silenzio fino al liberaci dal male, dopo di che si riprese le sue mani e se ne
andò.
Davide
Mi è tutto chiaro, Nadia, non devi darmi spiegazioni. Davvero. -
-Grazie Davide, sapevo che tu avresti capito.-
- Perché? -
- Perché cosa? - domandò Nadia
-Perché sapevi che io avrei capito? -
- Non so, forse perché con te ho sempre avuto uno scambio ricco, molto ricco, senza dover dire tante parole, so che capisci le cose al volo, sempre. -
- Come un'amica? -
- Sì, si può dire così, se vuoi. -
- E sai perché hai sempre ricavato questa impressione? - insistette Davide.
- Credo che sia un feeling particolare che ci unisce, o no? -
- Come quello tra due donne – disse Davide
- Stai cercando di dirmi qualcosa, Davide? -
Davide aprì il volto in un sorriso.
-Direi che è abbastanza chiaro, no? Io sono una donna, Nadia. Qui dentro – disse toccandosi la fronte – e qui dentro – e si toccò il petto – sono come te. Non te ne eri mai accorta? -
Nadia non rispose. Era sorpresa per la piega inaspettata che aveva preso il discorso.
- Qui fuori, invece sembro un uomo. È una situazione scomoda e imbarazzante. -
- Giuro che non lo sapevo, e oserei dire che non lo sa nessuno. -
Davide fece un gesto come dire che non aveva importanza.
- Quindi non posso aiutarti. -
- Non te la senti? -
- Hai mai sentito parlare di genetica, Nadia? Vuoi che ti nasca un figlio finocchio? -
- Non è detto e comunque la cosa in questo momento mi preoccupa molto poco. Per quando avrà vent'anni credo che avremo fatto abbastanza progressi in campo sociale di diritti della sessualità per cui essere omosessuale non sarà un gran problema. -
Davide rifletteva sulle parole di Nadia, ma scuoteva la testa.
- Non so. Spero che tu abbia ragione, ma ti posso assicurare che oggi è ancora piuttosto scomodo vivere da dichiarati.- disse Davide.
- E c'è un altro motivo per cui non posso aiutarti. -
Nadia attendeva il seguito con interesse. Davide era una delle persone più interessanti che conosceva e le sue parole erano sempre importanti. -
- Io sono sempre abbastanza attento nei rapporti sessuali, ma abbastanza forse non è sufficiente per me. Non ho mai fatto il test per l'HIV e ti assicuro che ho paura ad affrontarlo. -
Nadia corrugò la fronte esprimendo perplessità. Sì, paura. - confermò Davide - Tu non hai paura a farti l'autopalpazione una volta al mese? La fai sempre? -
- No perché non ho ancora l'età per farla così spesso, credo, comunque non ho problemi. -
- Beh, io sì. Ho voglia di fare quel test come di morire. Quindi ti chiedo, e bada che è una domanda retorica: vuoi tu Nadia ricevere il seme del qui presente Davide, con cromosomi da finocchio e con la possibilità che sia anche sieropositivo?-
Nadia scosse la testa senza smettere di sorridere. Si alzò e raggiunse l'amico sul suo dondolo. Poggiò la testa sulla sua spalla e si lasciò cullare a lungo prima di alzarsi e andarsene.
Nadia
Il parto di Nadia fu veloce. Entrò in sala travaglio alle cinque del pomeriggio e alle nove di sera era già ritornata in reparto, al terzo piano della clinica ostetrica.
Il percorso era iniziato 257 giorni prima sul suo divano. Il donatore era inconsapevole del ruolo che avrebbe giocato nella vita di Nadia. Era un ragazzo conosciuto in discoteca la sera prima. A Nadia erano piaciuti i suoi capelli ricci e gli occhi che non stavano fermi su qualcosa per più di due secondi. Per il resto era un ragazzo da discoteca e basta.
Non era stato un grande amante. Doveva aver avuto dei problemi con qualche ragazza nel passato perché continuava a domandare: - ti ho fatto male? Scusa, ti ho fatto male? -
Non era un grande amante anche perché era durato fin troppo, trattenendosi, fermandosi, aspettando, ma era stato corretto e si era informato con tatto se poteva andare dritto o se doveva prendere delle precauzioni.
Nadia lo aveva rassicurato e il ragazzo, il cui nome non ha alcuna importanza, sembrò felice. Ma non era un grande amante e neanche un grande esperto perché quando finalmente si era irrigidito dentro di lei, aveva confuso il sospiro di sollievo di Nadia con un gemito di piacere e si era gongolato nell'illusione di una grande prestazione per parecchio tempo prima di rivestirsi e tornare a casa.
Nadia non lo aveva mai più rivisto, rifiutandosi al telefono e persino al citofono.
A distanza di tanto tempo non rammentava neanche il viso del donatore, cancellato com'era dal dolore insopportabile che ora provava ai capezzoli. Le labbra che la spellavano viva e la facevano piangere non erano quelle di un amante cattivo, ma quelle della fame di latte e della sete di affetto.
Nadia stringeva la sua creatura al seno e la bagnava con lacrime di gioia, fino a quando quella si addormentava, graffiandosi il viso con le unghie affilate. Allora iniziava la delicata fase di cambio del pannolino. Nadia doveva misurare i movimenti per evitare una sveglia fuori programma che si sarebbe risolta in un pianto e probabilmente in un singhiozzo o in un rigurgito. Teneva la testa con una mano, mentre con l'altra slacciava il pannolino dai suoi attacchi adesivi.
Le gambette da rospo avevano un sussulto quando il pannolino veniva sfilato da sotto e mostravano un sesso arrossato e spalancato, un taglio fuori misura che proseguiva in un tutt'uno con il solco delle natiche magre. Era brutto come il sesso di tutti i neonati, ma alla madre sembrava meraviglioso. Nadia sorrideva e rimaneva beata a guardare il sesso di sua figlia e più lo guardava più le lacrime le rigavano le guance sode da puerpera. Aveva infine quello che aveva desiderato: un figlio. E grazie al cielo, grazie a Dio e grazie al ragazzo della discoteca, suo figlio era una femmina.
FINE
30.09.04
Tratto da "Ultimo grado" - Vivalda Editori 1995
Soltanto un anno fa Cesare aveva i capelli lunghi e fini. Li portava liberi ai lati del volto facendoli passare dietro le orecchie. Quando arrampicava li raccoglieva con un nastrino elastico verde.
Ora quel nastro arrotolato intorno al polso, ma Cesare diventato talmente magro che lelastico spesso scivola dalla mano e si perde in mezzo alle lenzuola.
Cesare ha i capelli spezzati, non cammina pi, non vede pi, sempre pi spesso rimane incosciente per alcuni giorni di seguito. Parla con molta fatica e presto smetter anche di respirare. Lo sa.
Piero vede per lui. Quasi ogni giorno verso sera lo va a trovare. Le sue visite sono brevi, ma a Cesare sono sufficienti perch Piero condivide la sua stessa passione. Piero e Cesare sono una coppia di alpinisti molto affiatata. Insieme hanno tracciato innumerevoli nuove vie su una serie infinita di pareti, dalle Marittime alle Giulie. Per questo sono piuttosto famosi non soltanto presso la piccola sezione del Club Alpino del loro paese, ma in tutto lambiente alpinistico nazionale e internazionale.
- Ciao Cesare, - dice Piero entrando nella stanza e chiudendo delicatamente la porta.
Cesare non risponde, ma sorride e Piero capisce che lamico lo ha sentito.
- Ti porto buone notizie: ieri sera hanno rieletto Manlio Presidente della sezione. Non che sia un premio per lui, con tutto quello che c da fare, ma sono contento. -
Cesare approva continuando a sorridere, ma presto le labbra rosate si stancano e si distendono.
- Basta, non ci sono altre novit in paese. - conclude Piero.
- Racconta, hai voglia? - dice allora Cesare.
Piero temeva quella richiesta, la stessa di ogni giorno, da mesi. E ogni giorno lo accontenta. Respira forte e sistema la sedia vicino alla finestra provocando un po di rumore. Poi si siede e comincia a parlare.
- Oggi c il sole, ma non mica bello. Io e te non si arrampicherebbe mai in una giornata come questa. Al massimo si farebbe un po di palestra gi da basso. Il cielo quasi bianco, un po filamentoso direi. Capace che si rannuvola in un momento e che fa temporale. -
Piero si volta verso Cesare. Il volto disteso, ma non dorme: in ascolto. Piero continua.
- C afa addirittura, infatti ho sudato a venire su lungo la strada. Ho fatto il giro lungo per vedere se era nato il vitello della Rita, ma non credo...-
- E la Becca Gialla? - domanda Cesare. la stessa domanda di ogni giorno e Piero ogni giorno cerca nuove parole per descrivere al compagno la montagna che si erge a dominare il loro paese.
- sempre l. - risponde. - La vetta di roccia nuda, di quel colore impreciso che conosci bene: a volte sembra zolfo e a volte sembra ruggine. Poco sotto la cima si vede quella pietraia in cui ci siamo persi quella volta, ricordi? Ho ancora male alle gambe adesso. Non se ne usciva pi. E ci eravamo finiti seguendo le indicazioni di quel tale appena arrivato in sezione, come si chiamava? -
- Vattarin. -
- Giusto! La pietraia Vattarin, se un giorno vogliamo fare uno scherzo a qualcuno lo facciamo passare di l.
Verso il basso la pietraia invasa dai cespugli e sotto i cespugli c la parete a picco. Ora del tutto asciutta e quella s che meriterebbe una bella visita in arrampicata libera. -
Cesare non risponde e Piero si chiede se si addormentato.
Come sempre i suoi occhi corrono alle lenzuola tirate sopra il petto. Le osserva con attenzione per capire se si muovono. Si accorge di non provare nessuna emozione mentre compie questo controllo, ma non si biasima per questo. stanco. Non riesce a sentirsi in colpa nemmeno quando, salendo i gradini che portano alla stanza, si augura di entrare e di non trovarlo pi.
Cesare dorme. Piero lo guarda ancora per qualche istante, poi rivolge lo sguardo oltre i vetri. La luce accecante gli fa socchiudere le palpebre. Si alza e raggiunge la porta. Inutile rimanere, Cesare dormir per ore.
- Ciao Cesare, - dice Piero entrando nella stanza - Disturbo? -
Cesare sveglio e muove la testa verso la voce. Non tiene mai gli occhi aperti, e non solo perch non vede, ma perch ha paura di non fare in tempo a chiuderli quando verr il momento.
- Scusami per ieri, non ce lho proprio fatta a venire, per ho una buona scusa. Non me la chiedi? Te la dico lo stesso. -
Cesare pare divertito e aspetta il resto della storia.
- No, ho cambiato idea, forse non il caso di darti questa informazione, forse meglio che la tenga per me. Tu non stai bene e potresti emozionarti troppo. No, fai finta che non ti abbia detto niente e non pensarci pi. -
Piero ha tirato in lungo il gioco e sa di aver conquistato tutta lattenzione di Cesare. Si preparato quella premessa per strada, provandola persino tra s e s, allo scopo di creare una grande attesa. C riuscito, ma Cesare non pare interessato. Lunica cosa che desidera da lui sentire ogni giorno la descrizione della valle e delle sue cime. La notizia per buona davvero e Piero gliela vuole comunicare.
- Va bene, giusto perch insisti e perch una volta mi hai tenuto la corda in una caduta, te lo dico lo stesso: stamattina mi ha telefonato un giornalista, ma non un giornalista qualunque, uno della Rivista. Vuole che io e te scriviamo una serie di sette articoli sulle nostre vie pi difficili. E vuole anche tutte le foto. o non una bella notizia? -
Cesare apre la bocca per parlare, ma poi rinuncia. Scuote la testa.
- Ho visto gente pi entusiasta. - commenta Piero che non capisce la reazione dellamico. Cesare misura il silenzio e intuisce di averlo deluso. Decide di investire le energie della giornata per scusarsi.
- Sono troppo stanco. -
- Certo, - risponde fin troppo prontamente Piero. - Infatti pensavo di buttarli gi io gli articoli, a casa, uno per volta naturalmente, e di leggerteli prima di metterli in bella e spedirli. -
- Piero, -
- Dimmi. -
- Pensi mai di trovarmi morto quando vieni qui? -
- S. -
- Bene, ora dimmi cosa vedi fuori, per favore. -
Piero riprende a respirare. Aveva smesso per qualche secondo. Il sangue gli martella le tempie come dopo una corsa in salita. Sente persino un senso di vertigine. Lo domina. Solleva la sedia e la avvicina alla finestra.
- Oggi brutto - esordisce - Sulla cima della Becca probabilmente piove, le nuvole sono basse e la nascondono completamente. Certi sbuffi di nebbia pendono dal cielo come mammelle di vacca e corrono indipendenti lungo la valle. tutto pi verde con questo tempo. E pi lucido anche. Le pietre che riempiono il canalone di sinistra della Becca quasi luccicano tanto sono pulite, mentre i resti della valanga nel canalone di destra si sono quasi completamente sciolti e se non si sono sciolti sono comunque ricoperti di terriccio.
A circa met altezza, dove c la grande cengia obliqua, i larici crescono storti, non me ne ero mai accorto, ma forse oggi, con la pioggia, tutto sembra pi vero, pi vicino. -
Cesare si assopito. Piero si alza e si avvicina al letto. Lo guarda a lungo prima di infilarsi il giubbotto.
- Ciao Cesare, piove ancora! -
- Ciao Piero, -
- Siamo in forma oggi o sbaglio? -
Cesare annuisce, poi risponde:
- sempre cos lultimo giorno. C un miglioramento apparente, poi la corda frega la roccia e zac, si spezza. -
Piero incassa il colpo. contento che Cesare non possa vedere la sua espressione in quel momento.
Infine ritrova la forza. Gli viene in mente una battuta in risposta, ma non sa se ancora il momento per farla. Potrebbe apparire costruita. Se ci pensa troppo, sicuro, diventa vecchia. Non rispondere sarebbe peggio:
- Ah, bene, cos finalmente erediter la tua attrezzatura. -
Cesare fa segno di s con la testa e sorride. Piero pu continuare.
- In cambio ti racconter anche oggi la Becca Gialla.-
Piero interpreta il silenzio di Cesare come un consenso e inizia a parlare.
- Si vede poco della montagna oggi. quasi tutto coperto dalla nebbia e dalla pioggia. Sui pascoli pi bassi, gli unici che si scorgono nonostante la pioggia, c qualcuno che ha portato fuori le bestie. Oh, ecco l, si formata una cascatella di scolo proprio sotto lultimo salto, dove ci allenavamo una volta con la corda doppia. -
- E il tempo che preferisco. - dice Cesare improvvisamente e Piero quasi si spaventa. Cesare continua:
- La nebbia mi ha sempre aiutato a sognare. Perch dietro ci pu essere qualunque cosa: un vallone segreto, la baita di una strega, un burrone, un sentiero nascosto, un bosco fitto, una donna, qualunque cosa.-
Piero pensa che Cesare ha ragione, tutto quello che non si vede magico, ha fascino. Aspetta altre parole, ma non ne arrivano. Cos come si accesa, la fiammata si spenta e Cesare rimasto svuotato da ogni energia. Uscendo Piero saluta lamico addormentato.
- Ciao Cesare, anche oggi pioggia e nebbia, sarai contento. -
Piero irrompe nella stanza portando odore di bagnato. Cesare non risponde e Piero si ferma con il giubbotto fradicio sfilato a met braccia.
Nessuno lo ha avvertito. Nessuno gli ha detto nulla e nonostante i mesi di attesa non preparato a vedere Cesare con le mani intrecciate sul petto, le scarpe lucide ai piedi e un abito grigio con cravatta nera.
Gli hanno risparmiato solo il fazzoletto intorno alla testa.
Dunque successo.
contento? Forse un poco s. Per Cesare, per se stesso, per tutti.
Per adesso Cesare non c pi e lui rimasto solo.
Va alla finestra. Con un gesto automatico prende la sedia che nessuno ha spostato dal giorno prima e la sistema vicino al letto. Si siede, poi ci ripensa e torna alla finestra. Getta unultima occhiata al di l dei vetri.
una pessima giornata.
Tutto grigio e bagnato. Grigio il cielo, grigio lasfalto della via, grigie le automobili, grigie le facce delle persone che si muovono sotto i neon negli uffici del palazzo di fronte. A Piero non piace la pioggia e sopporta male la citt. Milano, in particolare, quando piove fa schifo.
08.03.04
Di giorno invisibile, annullato com' dalla luce abbagliante e dalla pigrizia ottusa delle ore pi calde, ma sul tardi, quando le ombre restituiscono forma alle montagne e i colori si rinfrescano, il fantasma del cane si disegna poco a poco nell'aria quieta e livida della sera.
Non c' nessuno gi al paese che non lo conosca e che non si sia recato almeno una volta a vederlo con i propri occhi, o che non abbia accompagnato qualche conoscente venuto dalla pianura per vederlo. Il percorso che conduce alla sua prigione facile da seguire: imbocca la mulattiera principale del vallone e la lascia solamente nel punto pi stretto, dove il torrente urla contro la roccia e la roccia urla contro il torrente e non si capisce chi fa la voce e chi l'eco.
In quel punto un sentiero abbandonato si fa strada tra i cespugli invadenti e l'erba alta e comincia a salire. Ma non occorre faticare molto, poich, giusto il tempo di pentirsi di essere partiti, inaspettato su quella montagna asciutta e brulla, si apre un prato che qualcuno chiss quanti secoli fa ha spietrato in parte. E qui, legato ad un masso con una corda di canapa, c' il fantasma del cane.
In paese, fino a poco tempo fa c'era chi sosteneva che si trattasse di un cane arrabbiato, ucciso a bastonate un secolo addietro, tornato ora per vendicarsi dei suoi esecutori. Per questo ai ragazzi del villaggio era interdetto ogni viaggio alla balza del cane e le madri vigilavano affinch il divieto fosse rispettato.
Non tutti, per, erano d'accordo sulla storia del cane. Gli obiettori, che rappresentavano una minoranza, ma che vantavano il prevosto tra le loro file, erano invece convinti che il cane non fosse affatto un fantasma, ma il diavolo in persona, che, come sua abitudine, aveva preso le sembianze di animale. Essi basavano il loro convincimento sul fatto che le bestie non possiedono un'anima e per questo non possono tornare in nessun caso dopo la morte. Anche per questo partito, a maggior ragione per esso, il luogo delle apparizioni del cane era interdetto a tutti, soprattutto ai fanciulli e alle donne, vista la nota e perfida abitudine del Maligno ad accoppiarsi con le vergini per procreare i suoi figli immondi.
Il divieto di recarsi dal cane non cadde nemmeno quando si conobbe la sua vera storia. La raccont Gnasu, poco prima di morire.
Gnasu era un pastore, curvato dagli anni e dai carichi di fieno. Era l'unico in paese che non fosse mai salito alla balza a vedere il cane. Nessuno si era mai accorto di questa particolarit, ma quando egli lo fece notare, tutti convennero che era vero: non era mai stato visto lungo il sentiero invaso dalle erbe, n, tanto meno, sul prato vicino al cane, e per questo solo fatto la sua versione fu generalmente accettata.
Il cane che appariva come un fantasma su quel prato, raccont Gnasu raccogliendo l'ultimo fiato, era il suo. Si chiamava Grigio ed era stato il migliore cane da pastore che avesse avuto. Sapeva raccogliere una mandria di trenta vacche nel medesimo tempo che egli impiegava per arrotolarsi una sigaretta, ed era in grado di menarla da solo fino agli alpeggi estivi. Quando un capo si disperdeva, Grigio partiva di corsa per recuperarlo e non tornava che dopo aver compiuto con successo la missione. Bastava un cenno del capo del suo padrone perch scendesse di corsa fino a valle a prendere il tabacco e tornasse spingendo il vento dinanzi a s e il cuore oltre ogni limite, pur di essere al pi presto vicino al suo Gnasu e sentirsi sfiorare dalla sua mano.
Aveva cominciato a lavorare prestissimo, Grigio. Era un cucciolo di pochi mesi quando il vecchio cane di Gnasu fu morsicato e ucciso da una vipera. Quello stesso giorno Grigio conobbe il bastone e nei mesi a seguire lo rivide pi spesso di quanto non incontrasse la ciotola di pane e acqua. D'inverno, poi, furono pi le notti trascorse legato fuori dalla baita, che quelle in cui era ammesso tra le zampe delle vacche a finire gli avanzi di polenta. Ma impar bene il mestiere e riusc a trasformare l'irrefrenabile energia in concentrazione sul lavoro e l'istinto per il gioco in amore per il padrone.
Pi Grigio cresceva e maturava esperienza, pi importanti divenivano i compiti che Gnasu gli affidava, fino al giorno in cui la mandria intera venne posta sotto la sua amministrazione. Grigio si destava e scivolava silenzioso fuori dalla baita, che ancora le stelle non erano sbiadite. Con i denti toglieva il paletto alla porta della stalla e faceva uscire giovenche e vitelli in ordine e in silenzio. Quelli che protestavano muggendo o provocavano rumori in grado di disturbare il sonno di Gnasu venivano subito redarguiti con profonde e dolorose morsicature. Accompagnava quindi la mandria al pascolo scegliendo ogni giorno una zona diversa, affinch le bestie trovassero sempre erba fresca e abbondante. Badava che nessun capo si allontanasse e restava di guardia fino a sera, quando riportava le bestie nella stalla richiudendo la porta.
Una mattina, per, era un giorno di nebbia, un vitello si era sbandato ed era intrappolato sopra una roccia a strapiombo sul sentiero. Grigio era partito come sempre di corsa per recuperarlo, ma la troppa foga e la roccia umida lo avevano tradito, facendolo scivolare oltre l'orlo del masso.
Era precipitato per una decina di metri e quando Gnasu lo aveva raggiunto, il cane non riusciva a sollevarsi sulle zampe. Senza dire una parola Gnasu lo aveva caricato sul mulo e lo aveva trasportato fino a valle, sistemandolo nella stalla in attesa che si riprendesse oppure che morisse. Dopo una settimana Grigio si era rialzato, ma pareva non essere pi in grado di correre e nemmeno di camminare. Si trascinava appena, saltellando su una sola zampa posteriore.
Consapevole di non poter pi lavorare per il padrone, il cane sembrava provare pi angoscia nel cuore che dolore negli arti offesi. Gnasu attese un'intera altra settimana, poi, giudicando inutile esitare ancora, caric il cane sul mulo e imbocc un sentiero scosceso sul versante di mezzogiorno della valle. Conosceva un pascolo abbandonato, proprio sopra il torrente e vi condusse Grigio. Non aveva il coraggio di uccidere il cane a colpi di bastone, per questo leg una robusta corda al collo dell'animale e fiss saldamente l'altro capo ad un grosso masso. Quindi si rialz e, senza voltarsi, ridiscese lungo lo stretto sentiero, accompagnato dal mulo.
Gnasu si liber del suo segreto trentanni pi tardi. E il giorno seguente, consumato dall'et, dal vino e dalla montagna, mor.
Anche quando la vera storia del cane fu chiarita, il divieto di recarsi dallo spettro non decadde, ma le madri allentarono la vigilanza, tanto che i ragazzi si recavano ad ogni occasione sulla balza erbosa. L'ora migliore era dopo il tramonto, quando il sole non illuminava pi che le cime rossastre dei picchi pi alti e lasciava il resto della valle in una soffusa luce livida. Allora, facendo un po' di attenzione, si potevano scorgere le forme diafane di un cane zoppo che tirava la corda per liberarsi. Man mano che le ombre della sera avanzavano, il cane prendeva forma e mostrava il pelo arruffato, la lingua che pendeva fuori dalla bocca arsa dalla sete e le zampe posteriori piegate innaturalmente sotto il corpo.
I primi tempi i bambini si accontentavano di spiare da lontano l'apparizione, tirandogli di tanto in tanto qualche sasso o qualche pezzo di legno, allo scopo di vedere se la materia attraversava per davvero il corpo fatto di nebbia. Col tempo, i giochi si fecero pi temerari e i ragazzini si avvicinavano sempre pi alla bestia. Avevano imparato che era inutile batterla perch gli oggetti non potevano toccare n ferire quell'essere evanescente, ma si erano accorti che il cane percepiva la loro presenza e si metteva in guardia con le orecchie ben tese quando essi si avvicinavano. Infine, cominciarono a stancarsi del cane, giudicato un passatempo inutile, dal momento che non si poteva fare con esso nulla di divertente: n spaventarlo, n farlo abbaiare o fuggire. Uno del gruppo, per, il pi esile e forse per questo il pi scaltro, ragion sulla storia del cane e del suo padrone. Una sera fece qualche esperimento per conto suo e, visto il successo, diede convegno per la sera successiva a tutti i compagni del paese.
Si recarono che ormai era notte fatta presso la balza del cane. Non vi era chi non provasse almeno un po' di paura imboccando il sentiero nascosto, ma stare in gruppo imped a chiunque di confessarlo. Quando giunsero a pochi passi dal cane, si fermarono stupefatti. Di notte il cane mostrava una quantit di dettagli tale da farlo sembrare vero. Pareva restituire la luce accumulata durante il giorno, come certe statuine della Madonna, e illuminava un tratto del prato sotto e attorno a s.
Il ragazzo che aveva fatto da guida lasci che gli amici si beassero per un po' dell'effetto provocato dall'apparizione, poi si fece avanti, impose il silenzio con un gesto e disse:
- State a vedere -
Si accost al fantasma tenendosi da una parte in modo da non nascondere a nessuno la vista dello spettacolo. Si ferm ad un passo e si inginocchi a terra.
- Ehi, Grigio! - disse.
Il cane rizz le orecchie e guard verso il ragazzo. Evidentemente aveva riconosciuto il proprio nome perch alzava e abbassava il muso, come fanno tutti i cani quando cercano di annusare o di capire. Il pubblico seguiva in silenziosa ed eccitata attesa.
- Grigio! Grigio!- ripet il ragazzo.
Il cane si rizz su tutte e tre le zampe buone cercando ancora una volta di vincere la resistenza della corda.
Il ragazzo guard indietro. Sembr soddisfatto dell'effetto ottenuto sui compagni, ma era evidente che essi ora volevano altro. Decise di non farli attendere ancora.
Si rivolse di nuovo verso il cane di vapore e lo chiam:
- Ehi Grigio, chi sta arrivando, eh? Dov' il tuo padrone? Eh? Oh, bello, sta arrivando Gnasu. Su che arriva Gnasu!... Gnasu!... Gnasu! -
Il ragazzo arretr di un passo, quasi cadendo all'indietro, mentre il cane cercava disperatamente di strappare la corda, guaiva, saltava come impazzito per la gioia e levitava nel cielo trattenuto solamente dalla corda.
- Visto? disse il ragazzo trionfante qui per rivedere ancora Gnasu -
I ragazzi ridevano forte e, incapaci di contenersi, ripetevano in continuazione il nome dell'antico, amato padrone, allo scopo di far rimanere lanimale sospeso nellaria. E mentre quelli si asciugavano le lacrime delle risate, dalla coda del povero animale, che spazzolava le stelle, si liberavano ed esplodevano nel cielo scintille di felicit.
