02.10.07

Il cacciatore di aquiloni

Khaled Hosseini è riuscito a farcire le pagine del suo primo, grande, romanzo “Il cacciatore di aquiloni” con la nostalgia per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo mette ordine nelle nostre lacunose nozioni sulla storia recente del suo Paese, rovistando tra le macerie di Kabul.
Ma Hosseini ha scritto anche “Mille splendidi soli”, nel quale ha saputo comunicare l'amore per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo è riuscito a mettere ordine nelle nostre lacunose nozioni sulla storia recente del suo Paese, rovistando tra le macerie di Kabul.
Due libri da leggere se davvero amate o volete avvicinarvi a questo grande scrittore e volete conoscere la nostalgia per la sua terra sfigatissima (l'Afghanistan), l'odio per i talebani, il ripudio per la violenza, l'amore per i figli, i misteri e le malefatte dei padri. Allo stesso tempo metterete ordine nelle vostre lacunose nozioni sulla storia recente di quel Paese, rovistando tra le macerie di Kabul. E rovista rovista, sta a vedere che salta fuori anche il terzo romanzo.

Posted by Aldo at 23:15 | Comments (0)

16.06.07

La sposa liberata

Ho scritto, cancellato e riscritto l’incipit di questa recensione innumerevoli volte, tanto da provocare un errore nell’applicazione, e adesso Windows mi chiede se desidero inoltrare la segnalazione a Microsoft. È un modo come un altro per suggerirmi di lasciar perdere. Il problema è che non ho trovato come commentare “La sposa liberata” in terza persona, come se fossi un osservatore neutrale. Ma come si fa ad essere terzi rispetto ad un libro che ti prende e non ti molla più? Te lo ritrovi ogni sera sul comodino, si infila nella borsa computer nonostante non sia un tascabile, si intrufola in valigia se ti prendi una settimana di vacanza e ti aspetta persino sotto i giornali se stai dando il bianco.
Non è un thriller, non ci sono morti ammazzati, in talune pagine è persino un po’ noioso, eppure mi sembra il miglior libro che abbia mai aperto, assaporato e digerito. Forse perché mi immedesimo con un’intensità totale, che di più non si può.
Io non ho un figlio divorziato che non mi vuole dire il perché di una separazione che appare inspiegabile, come capita a Yohanan Rivlin, il protagonista del libro, ma anch’io, come lui, ho un figlio che, pur essendo appena tredicenne, per alcuni aspetti mi ha già tagliato fuori dalla sua vita. Sarà forse questo, sarà che Rivlin è un uomo pieno di curiosità, sarà che Abraham Yehoshua, l’autore di questo e di altri romanzi come “Il responsabile delle risorse umane” riesce a costruire un intreccio di vite, religioni, civiltà e culture, tale da rendere importante ognuna delle 592 pagine. Sarà merito di una scrittura apparentemente semplice e invece straordinariamente ricca. Sarà merito anche della traduttrice Alessandra Shomroni, ma “La sposa liberata”, a dispetto del titolo, ti cattura e ti tiene tra le strade di Israele e i vicoli di Gerusalemme, prigioniero di un’atmosfera unica. Persino alla fine, quando ti ritrovi a rileggere il retro di copertina per vedere se hai dimenticato qualcosa, ti ritrovi ancora dentro il libro, triste perché lo hai letto, disperato perché è finito.

Posted by Aldo at 19:42 | Comments (0)

11.05.07

Il responsabile delle risorse umane

Comprate, fatevi prestare o, se preferite, rubate “Il responsabile delle risorse umane” di Abraham Yehoshua, Einaudi, edizione super ET euro 10,50. Poi leggetelo con tutta serenità, perché è così che va letto e perché avete la garanzia “soddisfatti o rimborsati”
Per ottenere il rimborso si dovranno verificare le seguenti condizioni:
A) non dovrete apprezzare l’idea dello scrittore, che evita di inventare nomi per i suoi personaggi e si limita a definirli con la loro carica o qualifica. Sentirete parlare di ex moglie, figlia, madre, titolare, giornalista, cameriere, ragazzo, nonna, fotografo, autisti, direttore, console, doganiere, soldato ecc. Vi accorgerete che i nomi propri non vi mancheranno affatto, che non aggiungono nulla ad una scrittura matura come questa. Anzi, troverete naturale e persino comodo poter capire sempre e senza fatica di chi si sta parlando. Ma ricordate: se questa particolarità vi piace, perdete il diritto al rimborso.
B) non dovrete apprezzare l'unicità di un romanzo che si legge senza che vi sia tensione narrativa. Non è il Codice da Vinci, per intenderci. Andrete avanti semplicemente perché il libro va avanti.
C) non dovrete apprezzare l’arte dello scrittore che ha capito, prima di tanti (prima di tutti i giornalisti Rai per esempio) che per evitare la banalità, che è una delle piaghe più profonde di questi anni, basta raccontare i fatti usando parole semplici.
D) non dovrete identificarvi, nemmeno un pochino, con il responsabile delle risorse umane, un impiegato che non vuole impegnarsi nella missione che il suo titolare gli ha affidato perché non la capisce e non la sente sua.
Non dovrete, infine, sentire la mancanza del libro una volta finito e non dovrete correre a comprare o rubare, dello stesso autore, “L’amante” o “La sposa liberata”, rispettivamente del 1977 e del 2001.
Per ottenere il rimborso mettete la vostra copia su e-bay e segnalatemelo. Lo acquisterò volentieri per regalarlo ai migliori amici, con garanzia soddisfatti o rimborsati.

Posted by Aldo at 19:43 | Comments (0)

01.12.06

Lo stagno di fuoco

Istruttoria:
La trama è questa: dopo il giudizio universale, Dio si ritira portando via con sé le anime dei giusti, lasciando i dannati a consumarsi all’inferno. E sulla terra? Sulla terra rimangono poche decine di persone, che per un motivo o per l’altro sono ingiudicabili, guidate da 3 angeli che, evidentemente, hanno sbagliato qualcosa. Per ritornare in stato di grazia dovranno compiere una pericolosa missione attraversando tutto l’inferno, tra anime dannate, Demoni Maggiori e Minori, Sottili, fino a Satana.
Con queste premesse uno corre a comprare il libro, perché l’idea di scrivere un remake della Divina Commedia è davvero buona. Il dubbio assale quando il libro lo vedi: 770 pagine. Beh, non vuol dire: ci sono libri che vorresti non finissero mai. Purtroppo da “lo stagno di fuoco”, invece, vorresti fuggire presto, perché è lento come una tradotta e, con un ritmo che farebbe addormentare un bradipo, ti trascina piano piano nel basso inferno dove diventa sempre più confuso, difficile. Come ulteriore supplizio nei confronti del lettore trattato alla stregua di un dannato qualsiasi, l’autore, Daniele Nadir scrive utilizzando più livelli narrativi, che ti spiazzano ulteriormente. Vogliamo dirla tutta: anche questa mania di scrivere le frasi e poi metterle in discussione subito dopo con un avverbio, stanca. Se questo romanzo fosse un itinerario, si potrebbe dire che per metà è strada asfaltata, per un po’ è sentiero e per il resto sono solamente tracce nella nebbia tra le quali ci si perde dopo un passo.
La parola alla difesa: Finalmente! Dico che un libro non si può e non si deve leggere in tre mesi. Soprattutto non si deve leggere a letto, la sera, facendoselo franare sul naso dopo appena due pagine. Ma ti vedi? Con il libro che ondeggia e cade. E guarda che pesa! Ma va a dormire che è meglio! Maltrattato così si trasformerebbe in un flacone di Lexotan persino un romanzo di Stephen King.
Accusa: Stephen King non ha fatto mai dormire nessuno.
Difesa: Stephen King non ha mai nemmeno provato a inserire un messaggio nei suoi romanzi, te ne sei accorto? Sono pura letteratura d’evasione, per di più prodotta in serie.
Accusa: E Nadir sì? Quale messaggio ci offre?
Ecco il punto.
Sentenza: può darsi che nelle 50 pagine di epilogo (circa due settimane di lettura) si nasconda un messaggio importante. Quale occasione più ghiotta per un autore, poter prendere posizione sui misteri della fede o almeno per dare un senso al suo libro. Ma c’è un senso? E se c’è qual è? Se non lo so è colpa dell’autore che non ha saputo tenermi sveglio o colpa mia che mi sono addormentato? Qualcuno ha voglia di scoprirlo? Se alla fine non trovate niente, potete sempre mandarmi al diavolo.


Risposta di Daniele Nadir
Caro Aldo, mi assumo la piena responsabilità di averti tediato per tanto tempo e qui ti porgo le mie scuse. Detto questo mi è capitato di chiacchierare molti lettori e per fortuna, con alti e bassi, gran parte di loro ha avuto modo di vivere con entusiasmo tanto la trama quanto la prosa de Lo Stagno di Fuoco. I tempi di lettura sono stati decisamente variabili, da ben più di tre mesi a tre giorni (cosa di cui non mi capacito).
Francamente, non ho nessun appello da presentare al tuo primo grado.
Se per arrivare alla fine della storia hai dovuto trascinarti per oltre 700 pagine di ‘prosa da bradipo’ è facile che il filo della storia sia andato perso per strada in un crescendo di incomprensione a cui è difficile rimediare con poche righe. E, sia chiaro, ritengo sia compito di un romanzo catturare chi legge, non viceversa. Quindi: mea culpa. Riguardo al finale, sono poco propenso a scriverne in modo esplicito (ma, avendomi fornito il tuo numero di telefono, in calce alla mail, sarò lieto di fornirti direttamente un dovuto chiarimento). Qui e ora posso dirti che in questa storia, come in molte altre, non c’è una morale della favola esplicita, da dimostrare, una verità ultima da porgere ai lettori. Questo, sia chiaro, non vuol dire che un romanzo non sia sorretto e animato da emozioni forti, idee precise. E in questi termini - e al di là della mia storia - non credo che King non abbia mai avuto messaggi da dare, nei suoi romanzi.
Ma torniamo a noi.
Quello che posso fare per essere un po’ più esplicito per chi legge queste righe (e che sarà giudice e giuria, incuriosito o ritratto di fronte a Lo Stagno di Fuoco) è chiamare a deporre un lettore che probabilmente, all’Inferno, ha perso ore di sonno invece di guadagnarne: Anselmo Cioffi, su carmillaonline, (http://www.carmillaonline.com/archives/2005/09/001508.html).
Posso inoltre chiamare a deporre direttamente l’imputato (è possibile leggerne alcuni capitoli sul sito www.stagnodifuoco.com) e, in ultimo, il mandante, in un’intervista che mi hanno fatto, tempo fa, sui contenuti del romanzo (da Stilos del 7/6/05, http://www.stagnodifuoco.com/intervistilos.htm).
Spero che il commento di Anselmo Cioffi e l’intervista possano dare, in parte, una risposta alle tue domande e, con buona pace dell’accusa (ma senza l’intento di costringerla a rileggere gli atti - a letto - una seconda volta, per carità), a marzo il romanzo uscirà in economica e questa seconda edizione è stata limata e resa più esplicita, soprattutto nella parte finale.
Un caro saluto.
Daniele Nadir

Posted by Aldo at 09:58 | Comments (0)

04.09.05

Io uccido

Delitto, indagine, soluzione. Lo schema del genere "thriller" è semplice e sicuro, tanto che la maggioranza dei film e dei libri è pennellata di giallo. Giorgio Faletti, al suo esordio come autore nel 2002, non si è sprecato e ha seguito la ricetta. Un po' come se un cuoco decidesse di cimentarsi con un panino al salame.
Tuttavia una pagnotta con fette di cacciatorino è l'ideale per merenda e nella valigia delle vacanze un tomo bello spesso come "Io uccido" è altrettanto appetitoso.
"Io uccido" ha il grosso problema di iniziare molto bene. E quando un libro ti prende al primo morso purtroppo ha maggiori probabilità di deluderti nello sviluppo.
Il pepe c'è, perché i delitti del serial killer di Faletti sono cruenti al punto giusto, le vittime sono ben definite, gli omicidi sembrano inevitabili manovre del destino più che azioni pianificate da un pazzo assassino. L'ambientazione nel Principato di Monaco e il particolare ambiente di Radio Montecarlo sono indovinate e intelligenti. Indovinate perché mettono insieme e confondono in un romanzo, fiction e realtà, il tutto 3 anni prima di Dan Brown e del suo "Codice Da Vinci". Intelligenti perché con questo semplice trucco ti trascinano nelle pagine con una facilità disarmante: Montecarlo esiste, RMC la conosci bene, dunque scivoli con un sorriso sulla maionese e ti fai prendere dalla storia.
Purtroppo ci sono un po' di bucce nel panino. Faletti corre in bilico tra l'improbabile-ma-possibile e l'inverosimile e spesso casca dalla parte sbagliata, aiutando i suoi eroi con una serie esagerata di colpi di fortuna. Il racconto diventa persino gnecco, come pane tirato fuori dal frigo, quando Faletti ti fa perdere una vita (15 pagine, l'intero paragrafo 52) raccontando nei minimi dettagli la storia, il carattere, le aspirazioni, i progetti e i difetti di un insignificante Hudson McCormac per poi sopprimerlo subito dopo. Suggerimento: se leggete il libro inghiottite questo paragrafo senza masticare e passate oltre, perché per il resto il romanzo si mantiene gustoso fino alla fine. Chiusa l'ultima pagina probabilmente non sarete sazi. Nessun problema: in libreria c'è da tempo il secondo romanzo di Faletti: "Niente di vero tranne gli occhi". Chi lo assaggia?

Posted by Aldo at 19:41 | Comments (0)

30.03.05

Amore senza fine

Amazon ce l’ha nella versione originale “Endless love”. In libreria, invece, non ho trovato traccia di “Amore senza fine” di Scott Spencer, Mondatori 1980, e la commessa, che mi dice con orgoglio di non averlo mai sentito nominare, ha l’aria di una che dell’amore non ha visto neppure l’inizio. Pare che sia fuori catalogo. Le possibilità di procurarselo sono dunque legate alla disponibilità nelle biblioteche comunali. Io l’ho trovato in casa e mi sono preso la cotta passando nei pressi della libreria del soggiorno. Un titolo del genere avrebbe dovuto tenermi alla larga, ma l’ho aperto ugualmente ed è stata l’ultima cosa che ho fatto nella mia vita da cinico. Procuratevelo e provate anche voi, è facile: CTRL X e ti taglia via dalla tua vita; CTRL V e ti incolla in quella di David, il protagonista del romanzo, quello che a diciassette anni incendia la casa della fidanzata per apparire poi come il suo salvatore. Durante la lettura non c’è modo di fare ESC. Vale a dire che non si può smettere di essere l’ombra di David. Spencer ha una scrittura che definirei grassa, quella che ti spiega un concetto in modo chiarissimo, esemplare, poi però non si accontenta del risultato, che è la comprensione, e ti condisce i fatti con alcuni, piccoli, burrosi particolari, che ti toccano dove sei sensibile e ti fanno capire che il libro sta parlando proprio con te.
E così ritrovi sentimenti che avevi dimenticato nel congelatore, passioni di cui avevi perso memoria e ricordi che vivevano sbiaditi in attesa di resurrezione.
Zeffirelli ha pensato di trarne un film nel 1981, con Brooke Shields nella parte di Jade. Non ne so niente, ma le recensioni che ho trovato in rete consigliano di starne alla larga. Invece se capita lo vedrò, perché il bisogno di rientrare ancora in quel mondo, dal quale l’ultima pagina con la parola fine mi ha espulso, è ancora forte una settimana dopo.
Anche il sesso non manca. In“Amore senza fine” ce ne sono almeno dieci pagine consecutive, nelle quali Spencer non risparmia nessun particolare e che, a differenza di tutte le pagine erotiche che ho incontrato - tranne forse quelle di Henry Miller in Tropico del Cancro - non imbarazzano per la banalità delle situazioni e lo squallore delle parole utilizzate. Qui il sesso è nudo, ma tu, lettore, ti senti a tuo agio perché Spencer, Dio lo benedica, a letto ti ci porta dopo 300 pagine di preliminari, quando non ne puoi più. E qui si misura l’abilità dello scrittore: Spencer non ti assegna la triste parte del voyeur, bensì quella del glorioso protagonista. Accettarla è obbligatorio e quando il libro finisce, soffrire è automatico.

Posted by Aldo at 17:43 | Comments (0) | TrackBack

16.02.05

Il dolore perfetto

È Mondadori, ma sembra un Einaudi, con quel bianco stanco interrotto da una foto d’epoca, molto bella, che invita alla riflessione e ad una lettura attenta. Anche il modo di impaginare il titolo sa tanto di Einaudi. Il titolo stesso è ingannevole: “Il dolore perfetto” e così credi di avere in mano uno Struzzo, ma lo struzzo sei tu. L’autore è Ugo Riccarelli e la sua foto in bianco e nero nel risvolto di copertina è l’icona dello scrittore tipico: consapevole, infelice e insoddisfatto. Strano, perché con questo libro ha vinto il premio Strega 2004, che significa un sacco di copie vendute.
L’incipit è irresistibile e anche se lo leggi in piedi nel reparto libri dell’Ipercoop decidi che puoi regalarlo a persone intelligenti senza paura di sbagliare. Sarà poi noioso? Forse, ma è un Einaudi e uno spessore ce l’ha per forza.
Poi lo trovi in biblioteca e lo prendi in prestito. Ahia! Poche pagine e ti viene su una sensazione di dejà vu. Cosa ricorda? Garcia Marquez e i suoi cent’anni di solitudine, ecco cosa ricorda! Tutta la saga dei Buendia, ingarbugliati nei nomi, nelle parentele e negli incroci, li ritrovi tradotti da Riccarelli. Gli Aureliano e gli Arcadio qui si chiamano Ideale e Sole mentre Macondo da noi fa “Colle Alto”. Altro non saprei citare perché cent’anni di solitudine è lettura di almeno vent’anni fa. Ma la magia, la semina oculata di avvenimenti prodigiosi, l’atmosfera sospesa di cui sono sapientemente pervase le pagine di Riccarelli sono esattamente quelle di Marquez. O quelle di Jorge Amado nella sua “Guerra alla fine del mondo” o di Isabelle Allende in tutte le sue novelle, o di Osvaldo Soriano, o di Julio Cortazar… La lista potrebbe essere di qualche imbarazzo per Riccarelli il quale, a quasi cinquant’anni, scopre l’America (del sud) e tutti gli autori cari a chi leggeva un libro alla settimana ai tempi del colera. Ecco, diciamo che l’idea del “dolore perfetto” non è un’ invenzione che Riccarelli potrebbe brevettare. È comunque una storia molto ben scritta, che racconta la vita di due famiglie dall’inizio del secolo fino al dopoguerra, sull’argine del paludoso fiume Padule Lungo, nome tanto poetico da dar fastidio. Ma ha quel retrogusto amarognolo, tanto che se fosse ricotta comprata stamattina ti farebbe tornare dal lattaio di corsa per riavere i soldi e dirgliene quattro.
E così ti chiedi come la prenderà la persona intelligente a cui avevi regalato il libro a Natale. Forse non lo leggerà mai, perché -persona acuta- si accorgerà per tempo dell’inganno e facendo 2 + 2 non presterà fede ad una copertina che fa finta di essere un’altra.

Posted by Aldo at 21:49 | Comments (0) | TrackBack

25.01.05

Cuochi, artisti, visionari

Se la vostra libreria ha uno scaffale dedicato alla montagna, potete riporre lì questo “Cuochi Artisti Visionari” di Paolo Paci. Paci presenta i monti che incontra lungo la strada, dalla Grigna fino al Badile, come se fossero compagni di scuola, una confidenza che deriva dall’averli visitati, arrampicati, accarezzati. Se però spostate il libro tra quelli dedicati alla cultura eno-gastronomica non sbagliate, perché quello è il posto suo: il libro è tutto ricerche, interviste, indagini, domande indiscrete e assaggi, soprattutto assaggi. Questi sono raccontati con una sorta di maliziosa cattiveria nei confronti del lettore: tra un pizzocchero e una brisaola, un quartirolo e una trotella di fiume preceduta da gnocchetti di Chiavenna, sembra proprio che l’autore parli con la bocca piena e questo per chi, a casa, apre il frigo e ci trova solo uno yogurt magro, non è simpatico.
Potete allora spostare il volume al piano dedicato alla storia e immergervi nel tragico (e quindi affascinante) destino di Piuro, paese ricco di denari e arti, sepolto da un’immane frana sul far del ‘600, una Pompei delle Alpi centrali, che conserva ancora tutto il suo mistero al riparo dei soffi dei croti. Il viaggio prosegue in Svizzera, mentre il libro si sposta nella storia dell’arte, per raggiungere i luoghi di Segantini e Giacometti. Ma non finisce nemmeno qui. Paci riesce a trovare spazio persino per la sua famiglia e per i suoi amici e lo fa con una delicatezza tale che gli perdoni facilmente le digressioni. Solo che non sai più dove conservare il suo libro e allora decidi che forse l’unico posto è tenerlo a portata di mano, tra i libri che servono a qualcosa.

Posted by Aldo at 14:40 | Comments (0) | TrackBack

16.01.05

Il codice Da Vinci

Il codice da decifrare è il seguente: “che cos’è questo libro”? Perché se è un thriller, “Il Codice Da Vinci” non è quel libro che non sai come hai fatto a vivere fino ad oggi senza leggerlo. Le situazioni risolte con troppa disinvoltura dal buon Dan Brown sono davvero troppe e lasciano l’insipido in bocca a chi è abituato a più saporiti stratagemmi criminali. Se è un saggio di storia va a sapere se ti racconta balle o se c’è del vero nelle sue tesi. Una cosa è certa: Brown fa più danni alla Chiesa di Don Gianni Baget Bozzo e Padre Mazzi messi insieme. Per 500 e più pagine costruisce e sostiene una teoria anti cattolica con una ben organizzata serie di testimonianze, papiri, vangeli, documenti, citazioni, opere d’arte e persino cartoni animati. A 30 pagine dalla fine il cristianesimo ha le ore contate e sta per essere cancellato dalla sconvolgente verità che emerge dal libro di Brown: Gesù Cristo sarebbe un’invenzione del Consiglio di Nicea e dell’imperatore Costantino, in realtà era sposato con Maria Maddalena, che appare dipinta perfino nell’Ultima Cena di Leonardo accanto a lui. (Controllate: l’apostolo che sta a sinistra di Cristo sembra proprio una donna con i capelli rossi, e anche nelle tele di altri artisti rinascimentali appare con tratti femminili) Non solo: i due ebbero dei figli e i discendenti sarebbero arrivati fino ai giorni attuali. La cosa forse più sconvolgente è che come versione dei fatti, questa di Brown è obiettivamente più credibile di quella che ti insegnano a catechismo. Non è un caso che l’Opus Dei, http://www.opusdei.it/art.php?w=22&p=7188 pubblichi nel suo sito internet ben 25 articoli contro Brown e il suo libro.
Ma Brown cosa fa? A 20 pagine dalla fine, quando ti aspetti un finale alla “Capricorn One”, dove il grande imbroglio sta per essere rivelato al mondo, o come in “Tutti gli uomini del Presidente”, altro film in cui a farti tremare di indignazione sono i tentativi di sopprimere la verità, a 20 pagine dalla fine, Brown rallenta, accende gli antinebbia, scala in prima e si ferma. In altre parole sfracella il suo libro facendolo precipitare da un’altezza impressionante in un finale pavido e molle. Perché? Perché si è accorto di aver fatto troppa confusione tra fantasia e realtà e non sa come uscirne? Perché ha osato troppo? O, al contrario, perché gli manca l’ultima dose di coraggio? E così, in attesa che il suo libro finisca in pellicola per opera del regista Ron Howard, volta le spalle e tradisce tutti: le sue teorie, Leonardo da Vinci e, quel che è peggio, anche i suoi lettori. Giuda!

Posted by Aldo at 19:28 | Comments (0) | TrackBack

11.01.05

La pazienza del ragno

Forse Camilleri non tesse trame gialle di grande spessore e favorisce al di là del consentito il suo Montalbano. Non dissemina gli indizi con molta onestà e i moventi dei suoi delitti non reggerebbero nemmeno per il commissario Basettoni. Ma tutto ciò ha poca importanza.
Non leggi Camilleri per sapere chi è l’assassino, lo leggi semplicemente perché ti trovi bene a Vigata, la cittadina siciliana che pur non esistendo ti accoglie con un’atmosfera leggera e aromatica, una patina di colore che Camilleri crea con un linguaggio misto di congiuntivi italiani e infiniti siculi, concimando le righe con locuzioni siciliane sulla cui correttezza non sarei disposto a giurare. I personaggi sciarrano, taliano il ralogio, scantano, e di notte, quando non sono addrummisciuti sono arrisbigliati.
Chi ama le sorprese ne trova una in ogni frase. Chi ama la musica la trova dapperutto. Chi ama le alternative ne trova quante ne vuole. Di questo si tratta: di raccontare utilizzando solamente il colore delle voci. C’è bisogno di dire che il mare è blu e l’aria è secca e calda quando senti parlare in siciliano? Ecco Camilleri è questo. Non solo ti porta in Sicilia, ma ti fa sentire a casa perché se capisci la lingua sei siciliano macari tu.
Detto questo, va anche segnalato che è facile trovare chi non ama affatto Camilleri e letto una volta non ci casca più. Camilleri divide gli italiani quanto Berlusconi. O lo ami o lo detesti. Oltretutto i due non sono conciliabili perché Camilleri-Montalbano una frecciatina al Cavaliere la scocca in ogni libro.
“La pazienza del ragno” è l’ultimo romanzo uscito della serie del Commissario Montalbano. Non è né il migliore né il peggiore. Chi non avesse mai letto Camilleri e ha voglia di seguire un consiglio, può iniziare da “La concessione del telefono” il romanzo che ha reso famoso Camilleri e il suo editore Sellerio. I due si ringraziano a vicenda, credo. Camilleri perché Sellerio ha creduto in lui dopo decenni di patimenti (nessuno voleva pubblicare i suoi strani libri). Sellerio perché prima di Camilleri le sue piccole copertine blu non se le filava nessuno. Io ringrazio entrambi.

Posted by Aldo at 01:43 | Comments (0) | TrackBack

15.09.04

Alpi, una grammatica d'alta quota

In un periodo in cui butti via il giornale ancora piegato perché non hai il tempo di aprirlo e pensi di non rinnovare l’abbonamento a Internazionale per lo stesso motivo, chi ti regala un libro che si intitola “Alpi, una grammatica d’alta quota” vuole farti un dispetto strenna. Ma è come se ti regalasse un pezzo di deserto arabo convinto di rifilarti sabbia, perché si è fermato alla superficie, ha letto solamente la prima riga del retro di copertina e non ha visto il giacimento che c’è sotto.
Io sono una delle vittime prescelte di questo regalo. Ringrazio e lo metto via non so dove. Ma verso Pasqua “Alpi, una grammatica d’alta quota” spunta fuori dalla carta di Natale e in qualche modo finisce sul termosifone del bagno, che per un libro significa avere una chance. E qui “Alpi, una grammatica d’alta quota” si gioca tutte le sue carte. Comincia con il farmi fare tardi una mattina. Poi il fenomeno si ripete e si replica anche più volte al giorno, fino a che mia moglie, dall’altra parte della porta mi chiede se mi sono tornati i 13 anni. Invece è proprio il libro, che viene presto promosso al comodino del letto e poi a lettura per le vacanze. Allora parliamone.
Trattandosi di saggistica e non di narrativa conoscere l’autore è importante. Diversamente sarebbe impossibile ascoltare uno che parla per 280 pagine senza sapere chi è.
Il nostro si chiama Paolo Paci ed è un giornalista. Per capirci subito, Feltri, Belpietro e Liguori non lo assumebbero mai, perché Paci gioca. Gioca con le parole, con le situazioni, con i personaggi. Ha la forza che gli deriva da una concentrazione ammirevole sui fatti, una penna facile e un distacco dalle convenzioni tale da permettersi di non prendere niente sul serio, nemmeno il Presidente del Consiglio. Un mezzo pazzo? No, uno scrittore in gamba, che ha individuato il modo migliore, se non l’unico per affrontare argomenti ad alto peso atomico, come l’estinzione delle lingue, la trasformazione dei dialetti e la perdita delle nazionalità, il tutto senza disperdere i lettori come manifestanti poco convinti alla prima carica della polizia.
Diffondere cultura, gestire informazioni rare e preziose come cristalleria, riportare citazioni perse come l’epitaffio che Montanelli scrisse alla morte di Buzzati, ripagano di qualunque sforzo di lettura. Ma sforzo non c’è perché se i contenuti sono compatti come gneiss, la forma è quella slanciata del Cervino.
La marcia inizia dal Friuli e si muove verso sinistra, una grammatica araba tra centinaia di tappe e mille incontri. La gente ama farsi intervistare e Paci è davvero bravo nel prendere il meglio da ognuno dei suoi testimoni e nel riportarlo, chissà quanto fedelmente, condensando ore di colloqui alcolici in paragrafi di poche decine di righe. Si attraversano le contraddizioni del Veneto, le valli del Trentino e dell’Alto Adige. La lombardia e il Piemonte sono saltati a pié pari e lo capisco. Se Paci avesse aspettato di arrivare alle Marittime il libro non sarebbe mai uscito. E così si finisce in Val d’Aosta dove gli affari si fanno in milanese. E tosto si arriva alla quarta di copertina territorio del prezzo. Il mio è stato rimosso, ma su internet ho visto che il volume costa 13 euro. Il consiglio è di comprarlo al volo prima che si esaurisca e tenerselo ben stretto, senza regalarlo a nessuno.

Posted by Aldo at 11:00 | Comments (1) | TrackBack

19.06.04

Stephen King

Il miglior romanzo di Stephen King è senz’altro quello che sto leggendo. Si intitola “Mucchio d’ossa” e mi sono tenuto una ventina di pagine per stasera, dopo la partita Olanda - Repubblica Ceca. Solitamente, verso la fine di un libro mi prende un senso di perdita, ma oggi non è così perché stamattina ho comprato all’Ipercoop altri quattro libri di King e ognuno di essi sarà il migliore che io abbia mai letto. Lo dico a ragion veduta: nel corso dell’ultimo semestre, infatti, ho letto “Buick 8” “Dolores Claiborne” “Desperation” “Cose preziose” e “L’incendiaria” e ciascuno è stato il miglior romanzo mai scritto da Stephen King.
Qualche spiegazione? Sì una. I romanzi di King sono gratificanti nel momento in cui li leggi. Ma quando li finisci li finisci e non rimane niente. Non che te li dimentichi, ma certo non entrano a far parte del tuo DNA. King non ti invita ad affezionarti ai suoi personaggi, perché è molto difficile riconoscersi in essi (Qualcuno si identifica con Jack Nicholson mentre percorre i corridoi dell’Overlook cercando suo figlio?) King non interagisce con la tua anima; semmai cerca macchie nella tua coscienza, da utilizzare come fulcro per insinuare tensione e paura. Dunque non ti senti una persona migliore, più ricca o diversa quando arrivi all’epilogo di un suo romanzo (non accade neanche con i libri di Bruno Vespa, peraltro), ma in compenso sei sazio per la scorpacciata di emozioni che ti ha dispensato, pagina dopo pagina. Ben pochi autori oltre a Stephen King hanno la capacità di costruire così bene la tensione e mantenerla per tutto il libro. E la tensione è una delle emozioni più ambite dai consumatori. Basta pensare a quanti caffè prendiamo ogni giorno o a quante cose facciamo oltre le nostre possibilità di farle tutte e farle bene, pur di mantenere alta la tensione. E a come ci sentiamo persi i primi giorni di ferie, quando ci manca il lavoro. Il lavoro? No, non è il lavoro che ci manca, è la paura di non trovare in vacanza nulla che ci tenga in tensione. Di solito quando alla fine di agosto ci disintossichiamo e ne veniamo fuori, è ora di tornare in città. Ma da qui ad allora, con l’estate che incalza pericolosamente, se non siamo più che sicuri di trovare un po’ di stress là dove ci recheremo, è meglio approvvigionarsi dal più vicino pusher. E King ha sempre roba buona.

Posted by Aldo at 21:53 | Comments (0) | TrackBack

28.05.04

Le anime morte

Non possiedo gli strumenti culturali per parlare di Gogol e del suo “le anime morte”, scritto nel 1835 e riproposto non molto tempo fa nella biblioteca di Repubblica, quindi parlerò di Tarzan. In questo periodo infatti sto ripassando l’intera collana (7 volumi) alla ricerca di ricordi, dopo circa trent’anni dalla prima lettura. Ma in luogo di malinconiche sensazioni perdute ho trovato una sorpresa gradevole quanto una macchia nelle lenzuola dell’albergo: Tarzan, oggi, è illeggibile. Improponibile, scontato in ogni aggettivo, assolutamente prevedibile in ogni situazione, banale in ogni scena, grottesco e ridicolo nello sviluppo della trama. Regalate Tarzan a qualche nipote, così, per essere originali, e vi troverete coperti di vomito come la mamma degli spot della RAI. E vi starebbe bene, perché oggi i libri di Edgar Rice Burroughs sono ridotti a dei vecchi che puzzano di orina e cercano di toccarvi il sedere. Se avete stima in Tarzan guardatevi i film e tenetevi lontani dai libri. E pensare che Burroughs ha 66.900 ricorrenze su Google ed è noto a milioni di persone, Tarzan forse a miliardi.
Pavel Ivanovic Cicikov, invece, lo conoscono in pochi. Io non ne avevo mai sentito parlare prima di leggere “Le anime morte”. Per dirla tutta sulla mia preparazione, non sapevo nemmeno che Gogol avesse scritto qualcosa oltre a quel “cappotto” che mi procurò qualche dispiacere a scuola. Invece “Le anime morte”, edito 90 anni prima che Tarzan nascesse, è un’opera fondamentale, imperdibile. È scritto (e tradotto) in modo tale che qualunque autore al suo cospetto temerebbe il confronto. Ma è soprattutto un libro attuale, nel quale ognuno può trovare, tra gli straordinari personaggi che lo popolano, le persone che conosce e che frequenta ogni giorno. Divorando le pagine ci si chiede se Gogol intuiva già quali sarebbero stati i pensieri e i comportamenti dell’uomo del 2000 o se, più semplicemente, in 200 anni non sia cambiato nulla. Credo che sia giusta la seconda. Il merito di Gogol, infatti, è quello di estrarre l’anima dai suoi contemporanei per farla asciugare sulle righe del suo quaderno, come si fa con i funghi porcini: quando li rimetti in acqua ritornano freschi. Mi permetto allora un ragionamento. Credo che non capiti solo a me, ma sia abbastanza normale sentirsi intellettualmente superiori alle generazioni che ci hanno preceduto; vuoi perché noi abbiamo la televisione e loro no, vuoi perché gli assenti hanno sempre torto. I personaggi di Gogol, però, arrivano dritti dall’800 e portano prove inconfutabili del contrario: rubiamo, amiamo, mentiamo, torturiamo e ci comportiamo nello stesso modo oggi come 200 o 500 anni fa. L’unica differenza, se proprio vogliamo trovarne una, consiste in qualche sfumatura. Se ci fotografassero in gruppo, noi contemporanei, sempre circondati di effimero e occupati a costruirci e difendere la nostra immagine, probabilmente risulteremmo un po’ sbiaditi.

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05.03.04

Una lunga estate

Leggendo “La Stampa” una domenica mattina, con la doverosa disattenzione da riservare a “La Stampa” e alla domenica mattina, ho incontrato per la prima volta Alain Elkann in una sua intervista ad un vescovo. Chi fosse il vescovo non ricordo.
La domanda che mi raddrizzò dalla soporifera poltrona era questa: “Eminenza, che cos’è la Pasqua?” L’intervistato rispondeva probabilmente con un’altra domanda: “imbecille, non ci sei mai andato a catechismo?” Ma non sapremo mai se andò così, infatti la risposta pubblicata era neutra e scontata.
Da quel giorno non ho perso un articolo di Alain Elkann, e devo dire che lui non mi ha mai deluso. Domande innocue a personaggi potenti e chiacchiere senza costrutto con sconosciuti che non hanno niente di meglio da fare che parlare con lui.
Quando ho visto la pubblicità del suo romanzo “Una lunga estate” non ci potevo credere. Oltre al penoso tributo che La Stampa gli dedica, pubblicando ogni domenica una sua intervista e rinunciando alla pubblicità della Portaerei del Mobile, oltre a questo, dicevo - che mi sembra troppo anche se sei il marito della famiglia Agnelli e se tuo figlio è nel cda dell’IFIL - c’è anche un editore disposto a sacrificare carta e reputazione?
Sì, è Bompiani e appena ho visto la copertina ho sentito che il libro doveva essere mio a tutti i costi. No, a tutti i costi no, perché non voglio che nemmeno un centesimo mio finisca nelle tasche di Alain Elkann. Ma Dio (che non perdona chi fa domande a caso sui suoi ultimi giorni terrestri) me lo ha fatto trovare bello, libero e in evidenza nella biblioteca di Favria. Preso, aperto e letto in 2 ore. Lettura mozzafiato? Così avvincente da non riuscire a smettere? No, 2 ore bastano e avanzano perché sono appena 124 pagine, di piccolo formato e con dei caratteri grossi grossi come i libri per i bambini. Del libro non parlo perché mi sono già troppo dilungato e perché non ce n’è alcun bisogno. E non parlo più neanche di Alin Elkann, ma prometto di continuare a leggere i suoi articoli, fino al giorno in cui mi deluderà dimostrando di possedere un qualche talento.

Posted by Aldo at 21:42 | Comments (1)
I ragazzi del Mucchio

Mi piacerebbe dire che leggo per alimentare la mente, pena l’inedia spirituale. Ma non è così. A volte ricerco emozioni o idee, ma più spesso leggo per puro piacere, perché ho dieci minuti, per curiosità, per trovare nuove atmosfere, per invidiare un po’ l’autore o anche solamente per addormentarmi.
Questa è la prima volta che leggo un libro per recensirlo.
Capita perché l’autore è Silvio Bernelli, torinese, che conosco personalmente. Si intitola “I ragazzi del Mucchio” ed è la storia di un gruppo musicale hard core a Torino, dalla nascita fino all’estinzione. Nel mezzo ci sono altri gruppi, incontri, unioni, divisioni, condivisioni, trasferte, tour, notti, freddo, America, avventure, Europa, amori, concerti e furgoni. Ne emerge il ritratto di persone che hanno vissuto con intensa determinazione la loro adolescenza e che hanno riempito ogni spazio della loro vita con materia pesante. Mentre i ragazzi del Mucchio si esibivano a Berlino o a Los Angeles, inventandosi, palco dopo palco, il mestiere di musicisti, e finanziandosi con la loro arte e poc’altro, la maggior parte dei loro coetanei rimasti a casa si impegnavano - Bernelli non lo dice, ma io lo so - in tornei di Risiko o nello slalom gigante del liceo.
Questo il contenuto del libro.
Il contenitore è una riproduzione cronologica e piana degli avvenimenti. Raccontare in prima persona singolare fatti realmente accaduti, essere uno dei protagonisti, probabilmente pone dei limiti all’autore. Forse non permette di possedere o mostrare uno stile nella scrittura, e probabilmente non consente invenzioni letterarie. Ma Bernelli, capace negli irripetibili anni del “Mucchio” di arrivare ovunque lo chiamassero i sogni, i limiti avrebbe forse potuto (o dovuto) superarli anche questa volta.

Posted by Aldo at 21:41 | Comments (0)
Ecco la storia

Non incrontravo Daniel Pennac da diversi anni e all’improvviso me lo ritrovo bello incartato il giorno del mio compleanno. La gioia è tale che lo metto da parte, per gustarlo meglio durante le vacanze di agosto. Ma non va come penso io.
La storia comincia con un paranoico dittatore sudamericano che cerca un sosia da mettere al proprio posto ed essere così libero di andare in Europa a divertirsi. Il sosia, che è il vero protagonista del romanzo, si fa presto sostituire da un altro sosia e se ne va a sua volta.
Pennac entra dentro il suo personaggio, lo analizza da ogni lato e arriva fino in fondo, mettendo in luce la struttura intima dell’individuo, quella che è unica e irripetibile, come il DNA. Ma prima di arrivare a questo ottimo punto, Pennac decide di farsi vedere nel racconto. Non in modo discreto come era solito fare Hitchcock nei suoi film, ma con un’invadenza davvero fastidiosa.
Perché aprire il sipario, saltare sul palcoscenico e dire: “sono qui!”? Perché fornire la cronaca degli incontri e dei viaggi compiuti alla ricerca di idee?
Come se non bastasse ogni tanto interrompe la narrazione e pone degli interrogativi a se stesso, al suo personaggio, e quindi anche al lettore, in un paternalistico tentativo di interattività, come se lui fosse il Kundera dell’html e il libro fosse un sito internet. Purtroppo non lo è, altrimenti verrebbe da rispondere: “levati da lì o ti denuncio ai sensi della L. 675/96!”
Alla fine il sosia muore e anche la sua morte non è una normale morte da romanzo. Pennac esce ancora una volta dal libro, va a trovare un’amica, le chiede consiglio, poi torna dentro e scrive le ultime pagine di vita del suo protagonista. Poi, sospirata, la parola fine.
Quella che non finirà mai, comunque, è la stima senza confini per il Pennac che negli anni ’80 e ’90 ha scritto e ci ha dato i libri di Benjamin Malaussene. Chi non ne ha letto almeno uno? Romanzi in cui l’amore, la poesia, la forza e l’intelligenza si combinano per dimostrare come sia possibile, addirittura facile, comprendere e accettare le diversità di pensiero, di etnia e di religione. Il tutto senza compromessi o concessioni e con la genialità che diverte, anzi, che fa ridere di gusto. Anche se sono trascorsi anni, “il paradiso degli orchi” , “La fata carabina” “La prosivendola” “Il signor Malaussene” “Ultime notizie dalla famiglia” e “La passione secondo Therese” conservano la forza geniale della creatività pura, quella che può nascere solamente da un credo, da convinzioni autentiche, da un grande uomo. Ed ecco la vera storia.

Posted by Aldo at 21:40 | Comments (0)
Pastorale Americana

Per affrontare “Pastorale Americana”, di Philip Roth, forse conviene mettersi nell’ottica dell’alpinista che parte per una salita. Inizi con l’entusiasmo della bella giornata e della tua meta, lassù, aguzza e innevata, ma appena il sentiero comincia a salire, tu cominci a sudare. E come! Fatichi fra tre generazioni e almeno cento personaggi, raccontati uno per uno come se fossero i protagonisti della storia (credo che in questo, Pastorale Americana sia un ottimo allenamento per chi desidera cimentarsi con l’himalayano Guerra e Pace). E così leggi, leggi, leggi, e ogni tanto controlli sull’altimetro se sei arrivato almeno ad un terzo dello spessore del libro. Macché! La tentazione di prendere qualche scorciatoia è forte e, in effetti, se anche si saltasse qualche riga o qualche pagina, non succederebbe niente. Ma alla fine non lo fai, perché se anche è vero che la narrazione talvolta rasenta i precipizi della noia, in effetti la guida di Philip Roth è sicura e non ti perdi mai.
La trama è forte, e la promessa di soluzione che ti aspetti di trovare sulla vetta è sufficiente per spingerti sempre più in alto: vuoi sapere se Roth ha per caso scoperto perché capita che tua figlia ti odia e se, gentilmente, te lo spiega. Quando riponi il libro, tra le altre copertine pastello della collana di Repubblica, ti guardi indietro e scopri di aver impiegato settimane, forse un mese. Ne valeva la pena? Certo che no. Ma ormai l’hai fatto e con l’ottusa testardaggine propria dell’alpinista, ne sei orgoglioso.

Posted by Aldo at 21:39 | Comments (0)
Il dio delle piccole cose

Se un libro ha la capacità di trascinarti dentro di sé ha un valore immenso: ti offre l’occasione di vivere un’altra esistenza, anche se soltanto in prestito e per un tempo breve. Se poi il libro è costruito veramente bene, non hai modo di accorgerti dell’inganno e ti appropri di scampoli di esistenze altrui, allungando e arricchendo la tua stessa vita.
Ma ieri sera tardi, quando sono arrivato alla 350ª e ultima pagina de “il dio delle piccole cose”, ho provato anche un’inedita sensazione di rimpianto. Il rammarico per aver compreso troppo tardi che mi trovavo di fronte a uno di “quei” libri e che avevo sciupato l’occasione. Soltanto dalla metà o poco meno, dopo un paio di settimane di lettura stanca e superficiale, ho cominciato a trasferirmi davvero in India ad Ayemenem per vivere la storia insieme con i protagonisti. Solo a metà libro ho iniziato a preoccuparmi per Ammu e a voler davvero bene a Estha e Rahel, i gemelli dizigoti. Solamente a metà ho capito che lo strano, faticoso linguaggio adottato dalla scrittrice indiana Arundhati Roy è in realtà un semplice, prezioso e delicato incastro di immagini ed emozioni, che utilizza la scrittura come veicolo indispensabile per costruire sensazioni, ma senza cercare in esso la propria gratificazione. Probabilmente è questo che la fa grande.
E io, incosciente lettore distratto, assonnato, discontinuo, mi sono perso la prima metà del libro (cioè la giovinezza) perché quando finalmente ci sono entrato dentro, mi sono trovato ad annaspare nel fiume (in India c’è sempre un fiume) nel tentativo di tenermi a galla e comprendere il perché, il come, il quando, il chi questo e il chi quello.
Ho recuperato tutti i fili, credo, ma ormai ero nella seconda metà, quella che nei libri e nella vita è in discesa e corre più veloce della prima. Così, televisione spenta e silenzio, mi sono trovato a scorrere ormai insonne e straordinariamente attento, l’indice, poi il risvolto e infine la quarta di copertina color sabbia pastello.

Posted by Aldo at 21:33 | Comments (0)

15.07.03

Harry Potter e l'ordine della Fenice

Essere un fan di Harry Potter è piuttosto banale. Siamo centinaia di milioni. Ho letto con i miei figli tutti i libri, abbiamo visto i 2 film usciti, abbiamo esaurito le 2 schede del Game Boy e ci diamo anche da fare con il Quiddish per Play Station 2. Non sono certo dei motivi per cui i miei figli siano coinvolti, ma so perché ci sono in mezzo io: vedere film, giocare, discutere di magia è prolungare la meravigliosa sensazione di appartenenza al mondo (magico) di Harry Potter. È come quando si ritornava dalle vacanze estive, specialmente se erano state particolarmente felici, e non si vedeva l’ora di ritirare le diapositive per ricreare, almeno per una sera, le emozioni che avevamo condiviso con gli amici. (Parlo all’imperfetto solo perché le diapositive non le fa più nessuno) Era un misto di gioia e malinconia unito al disappunto per il ritorno alla realtà.
Essere centinaia di milioni, in questo senso, è una bella cosa perché ovunque ti giri trovi qualcuno nelle tue condizioni. Me ne accorgo quando sono in giro con i figli e ci scambiamo battute che magari hanno attinenza con qualche incantesimo o con qualche personaggio dei libri. Allora colgo negli sguardi e nei sorrisi complici dei bambini e degli adulti un ammiccamento complice, proprio come fossimo tutti maghi in incognito nella terra dei babbani. (I babbani sono i non-maghi) Sono sguardi che dicono: “ti capisco, capisco quello che stai dicendo e mi piace”. Il fenomeno è particolarmente bello con i bambini perché li indispettisce.
Quei piccoli presuntuosi che normalmente non portano rispetto agli adulti, con Harry Potter sanno di non poter fare tanto i furbi. Sono coscienti che l’età non è discriminate. Anzi. Quello che unisce le nostre generazioni è che essere maghi o streghe e vivere a Hogwards piacerebbe tanto a noi quanto a loro, ma il fatto incontrovertibile è che siamo tutti squallidi babbani, sia che datiamo 10 anni o 40. Con la differenza che se loro sognano per anagrafe, noi lo facciamo per passione.

Posted by Aldo at 14:51 | Comments (0)