12.10.07
Tony Gilroy è il regista di “Armageddon”, “The Bourne supremacy”, “L’avvocato del diavolo”, “L’ultima eclissi”. Film di qualche successo, ma che probabilmente non sono annoverati tra i capolavori del cinema di sempre.
Nemmeno “Michael Clayton” diventerà materia di studio all’università, ma se avrete occasione di andarlo a vedere, sappiate che ha la capacità di strapparvi via dai vostri corpi per restituirvi soltanto due ore dopo, e neanche tanto rilassati.
La trama non è semplicissima: un intrigo tra multinazionali, avvocati, assassini e vittime, ma Gilroy sferruzza bene e dipana il gomitolo per tutto il film, senza che qualche spettatore debba chiedergli di tornare indietro per rivedere un punto.
Tony Gilroy è anche lo sceneggiatore di “Michael Clayton”e con l’uncinetto è ancora meglio del Gilroy regista. Crea la storia e la ricama con dialoghi che non cadono mai di livello, a partire dal monologo iniziale con voce fuori campo che ti rassicura subito sulla qualità di quello che stai per vedere. Non una smagliatura per tutto il film. Bravo davvero.
Bravi anche gli attori nel cast e bravo anche George Clooney. “E bravo Clooney” va letto più come: “Ebbravo”, perché George può essere triste, allegro, preoccupato, indifferente, ma la sua espressione non cambia mai. Lui pensa di ridere, ma le guanciotte non lo seguono. Pensa di adirarsi, ma le sopracciglia non si piegano. Pensa a recitare, ma c’è da chiedersi se effettivamente pensa. In realtà le capacità artistiche di Clooney sono un falso problema. George è bello e affascinante, piace a donne e uomini anche se recita così così ed è utile come test. Se il film risulta godibile nonostante lui significa che è davvero un bel film.
05.10.07
Sceneggiatura: Julie Delpy. Regia: Julie Delpy. Protagonista: Julie Delpy. Basta? No. Nel film recitano pure il padre e la madre di Julie Delpy nel ruolo di padre e madre di Jjulie Delpy.
I casi sono due. O la famiglia Delpy doveva finire di pagare il mutuo, oppure Julie Delpy non si fida degli attori sul libero mercato.
E il produttore che ha saldato il mutuo e finanziato il film, ha fatto bene a fidarsi di lei? Vediamo.
Sceneggiatura: “2 giorni a Parigi” non è un film per chi guarda solo le figure. Si appoggia pesantemente sui dialoghi per cui nel giudicare bisogna tener conto della quantità di parole scritte. Forse ne bastavano meno. Certamente gli uomini vorrebbero sapere cosa si dicono le donne quando sono sole tra loro, ma le donne hanno le idee confuse e peggiorative su quello che si dicono gli uomini, altrimenti Julie Delpy non avrebbe messo in bocca ai suoi poco probabili personaggi maschili battute che non sentiresti nemmeno nei peggiori bar di Caracas. Voto 6 +
Regia: tutto bene, ad eccezione della sensazione niente affatto gradevole che i dialoghi tra i due protagonisti (praticamente il 90% del film) non siano dialoghi, ma monologhi montati insieme. Ti vedi il doppiatore che legge e la doppiatrice che aspetta di dire la sua battuta ripassando la parte invece che ascoltare quel che dice l'altro. Esattamente quello che capita in ogni momento della nostra vita reale. E beccarsi questo strazio anche la cinema no eh!. Voto 6 meno meno.
Attrice protagonista: Julie Delpy è piena di fascino e di spigoli. Anche gli spigoli sono piacevoli. Mente su tutto ed è brava. Una bugiarda credibile, capace di divertirsi e soffrire. Una donna vera, insomma. Voto: 8
Per quanto riguarda l'altro protagonista, Adam Goldberg, non si capisce se sono le battute a non essere divertenti, se è lui che proprio non ce la fa o se è il suo doppiatore italiano a non essere adeguato (leggi sopra). Voto: scarso.
La media quanto fa? Appena sufficiente. L'alternativa qual è? Bruno Vespa? Allora via, si va al cinema!
19.09.07
I Simpson
Molto dipende dalla sala cinematografica che scegliete. Chi vive in Canavese non ha scelta e finisce all’Ambra 1 di Valperga, una sala come non ce ne sono più: fredda in inverno, chiusa d’estate, con l’intervallo che dura in misura direttamente proporzionale alla coda per comprare il pop corn. Se, all’inizio del secondo tempo, non ti ricordi più che film stavi vedendo, non è un ictus, ma più semplicemente la resa della creatività, dell’arte e della magia del cinema, che si consegnano disarmate alla cassiera.
Il pubblico di Valperga per i Simpson è più omogeneo di un puré Fanny. Tutti tra i 14 e i 21 anni, esattamente l’arco di età in cui la curva dell’intelligenza sprofonda sotto l’asse delle ascisse. In provincia per misurare il Q.I. si usa una scala ad hoc, che arriva allo zero Kelvin, ma a Valperga si va oltre. Tutti zitti mentre proiettano le diapositive del mobilificio “La portaerei del mobile”, tutti urlano quello che si stanno inviando via SMS durante il promo del film con Bruce Willis. E continuano sulla sigla dei Simpson. “Adesso smetteranno” pensi, “il biglietto lo avranno pur pagato anche loro”. Ma già nella sigla di apertura intuisci quanto sarà orribile il futuro. Il superbo e sempreverde logo della Twentieth Century Fox, improvvisamente si anima: nell’incavo dello zero che forma il 20 appare Bart Simpson che dice qualcosa che non si capisce. E tutti ridono come matti. E allora realizzi che sei finito all’inferno senza nemmeno passare dall’agonia. La ragazza nella fila dietro, per tutta la durata del film emette gemiti che dovrebbe riservare per il fidanzato. Esso, o il presunto tale, crede di essere uno della Gialappa’s e commenta nel modo più imbecille le scene più semplici, borbottando qualcosa in quelle più complesse, perché evidentemente ha difficoltà ad elaborarle. E così via.
I Simpson… mah! Certo che un grande cartone non diventa più grande solo perché esce dal piccolo schermo. Anzi: perde ritmo, smalto, cattiveria, ironia. Non bastano le voci di Monica Ward che doppia Lisa Simpson e qualche gag divertente a mantenere la tacita promessa. Forse è tardi per il film dei Simpson, magari qualche anno fa… O forse lo apprezzereste maggiormente in una sala vuota. Ma allora tanto vale vederselo in televisione. Potete tranquillamente aspettare davanti a E-mule che il film venga giù piano piano o noleggiare il DVD. Questo vi eviterà di subire i titoli di coda. Homer avverte: “rimanete lì, che alla fine dei titoli c’è una sorpresa”. E siccome non ti sei divertito durante il film, aspetti. E aspetti. E aspetti. Saranno tremila i nomi che scorrono in 8 minuti di nulla, e allora pensi che la gag sia costituita proprio da quella interminabile lista, uno scherzo da prete, insomma. Invece no. Sono centinaia di cartonisti anonimi che pretendono di essere letti. E alla fine ecco la scenetta costituita da un personaggio che spazza il pavimento del cinema di Springfield: 15 – 20 secondi senza la pretesa o la speranza di un’idea, ma a Valperga ridono lo stesso. Non perché si divertano, no, ma perché hanno pagato e devono ammortizzare fino in fondo il prezzo del biglietto. Chiamali scemi….
12.03.07
Andreste a vedere un film che si intitola “Storia tragica di due omosessuali e dei loro amici tristi e incasinati”? No? Allora perché dovreste fare la fila per vedere “Saturno contro”?
Perché ha un bel titolo, ecco perché. In questo caso il titolo fa il 50% del film.
Grande idea, come il libro di Bruno Vespa “Il cavaliere e il professore”. Bel titolo. Ma del libro non se ne sa niente perché non lo ha letto nessuno.
“Saturno contro” a suo favore ha anche un trailer di serie A, con un montaggio delle scene che nel film te lo sogni. La colonna sonora, poi, ti prende e ti si appiccica addosso come carta moschicida, con la voce di Gabriella Ferri che canta (cantava) in spagnolo.
Ma non basta: anche gli attori sono belli, da Stefano Accorsi a Isabella Ferrari con il suo buchino tra le labbra. E poi c’è Pierfrancesco Favino. Non che sia bello, ma il bello è che ormai non si fa più un film senza di lui. Ambra Angiolini è una bella e piacevole sorpresa e se doveva farsi perdonare gli esordi da lolita televisiva, lo ha fatto benissimo.
In ultimo anche il regista è un bel nome. Ferzan Ozpetek, il regista de “Le fate ignoranti”
Peccarto che il film non costituisca la somma delle belle cose che mette insieme. Il problema è la storia: o non hai una storia forte, ma la racconti così bene che sembra ci sia, oppure la storia c’è davvero e allora basta che la racconti così così che tanto sta in piedi lo stesso. Qui, purtroppo, siamo nell’ipotesi in cui la storia non c’è e il regista non ha neanche tutta questa voglia di raccontarla.
Parlare di coppie omosessuali mi sta bene. Ok anche farle vedere. Raccontare una compagnia di amici omo ed etero che stanno bene insieme ci sta. Ma poi ti chiedi: ma non era già così nel film “Le fate ignoranti?” A pensarci bene sì, con la differenza che la storia là c’era, era nuova ed intrigante. “Saturno contro”, invece è fresco come un tramezzino preso in un bar di Valperga.
Andate a vederlo se ci tenete. Vi piacerà. Soprattutto se siete abituati a chiamare consommé la minestra riscaldata.
06.03.07
Se nel 1955 fosse nata Rete 4 invece della RAI, oggi saremmo tutti come i giapponesi della seconda guerra mondiale: fanatici nella fede per l'imperatore (sapete a chi mi riferisco), privati del contatto con la realtà, pronti a suicidarci se perdessimo l'onore.
Per fortuna, invece, è nata la RAI e oggi siamo tutti fanatici nella fede per il calcio, privati del contatto con la realtà, questo sì, ma pronti a perdere la dignità, oltre all'onore, pur di apparire qualche minuto in TV.
Siamo quindi il pubblico meno indicato per immedesimarci nei soldati di Clint Eastwood, che difendono fino all'ultima goccia di sangue l'isola di Iwo Jima dagli americani che vengono a prendersela.
La prova della nostra inadeguatezza come spettatori è lampante e dice tutto: riusciamo a identificarci soltanto nel soldatino che cerca di disertare per portare a casa la pelle. Ci riesce invece difficile partecipare alle angosce del generale comandante e non ci viene tanta voglia né di combattere né di seguirlo nelle gallerie scavate nella montagna. I dialoghi in lingua originale giapponese non ci aiutano, ma Eastwood non aveva scelta. Ve lo immaginate un soldato giapponese che poco prima di farsi saltare in aria prova a venderti un telefonino 3 con la voce di Claudio Amendola?
Parliamo degli attori. No, non parliamone perché non sappiamo bene chi siano. Chi sa distinguere le fattezze di Ryo Kase da quella di Shido Nakamura? Siamo dunque costretti a parlare ancora del regista, per ringraziarlo di averci dato, dopo "Mystic river" e "Million Dollar Baby", una nuova prova di come si fa il cinema. Se il suo film ci è piaciuto, ma non ci ha del tutto conquistati, non se la prenda, non è colpa sua. Siamo noi che siamo fatti così.
15.01.07
“Anche se ti fossero rimasti solo gli occhi, il sorriso e il tuo dito mignolo, saresti più uomo di tutti gli uomini…" dice Vesper Lynd a 007. Vesper è la Bond girl di Casino Royale ed è interpretata da Eva Green. Ora, non so se avete presente chi è Eva Green. Eva Gaelle Green, Parigi 1980, è l’interprete femminile di “the dreamer” film del 2002 di Bernardo Bertolucci. A questo punto tutti i maschi che conosco e che hanno visto “the dreamer” stanno certamente ricordando le situazioni in cui hanno pensato a Eva Green, a come hanno onorato la sua immagine, dove, quante volte e se dopo si sono sentiti in colpa oppure no.
Gioite amici, perché Eva Green è tornata a far compagnia ai nostri sogni. Non a seno nudo come Bertolucci l’ha fatta, ma se possibile è ancora più bella. Quei 5 anni di più la torniscono ancora e da leggermente irresistibile quale ella era, diventa oggi totalmente devastante. Per dirla con la Nannini, qui c’è di nuovo da sentire l’America.
“Anche se ti fossero rimasti solo gli occhi, il sorriso e il tuo dito mignolo, saresti più uomo di tutti gli uomini…" dice dunque Vesper a James Bond in convalescenza dopo aver preso un sacco di botte. E 007 Daniel Craig cosa risponde? "Lo dici perché sai cosa posso fare con il dito mignolo".
Grande! Grande ed esplosiva come può essere una battutaccia greve e disgustosa se detta al momento giusto. Geniale come solo 007 e uno sceneggiatore in gamba possono pensare, piena zeppa di sano orgoglio come solo un maschio, sempre meno protagonista e sempre più in discussione può osare.
27.12.06
Se la finanziaria l’avesse scritta Terry Rossio sarei più tranquillo. Non perché Rossio sia un economista migliore di Padoa Schioppa, ma perché è uno sceneggiatore che non fa pasticci, non risponde alle telefonate di Mastella e lavora concentrato senza compromessi, senza imperfezioni, senza marce indietro. Lui i Suv non minaccia di tassarli per poi detassarli, li fa saltare in aria con la dinamite. Fa di più: riesce a farti accettare come realtà tecnologica il viaggio nel tempo, con la stessa credibilità di chi, vent’anni fa, profetizzava che in teoria, in un domani, ci sarebbe stato un congegno che sulla tua auto ti dice: volta di qua, volta di là.
Per gli stessi motivi, per la serietà di non aver concesso l’indulto a nessuno dei suoi attori, metterei Tony Scott al posto di Romano Prodi, perché se la bomba non esplode il merito è anche del regista. Il film parla di un attentato, ma il film stesso, per come è concepito, per la trama su cui si regge, è una grossa bomba innescata che può esplodere al minimo tentennamento: un’espressione sbagliata, un’inquadratura di troppo, una spiegazione non richiesta, una coincidenza inverosimile, un effetto non coerente con la sua causa. E così, tu, spettatore alleggerito dalle tasse e appesantito dal pranzo di Natale, corri due corse: la prima al fianco di Denzel Washington, insieme al quale cerchi di fermare il terrorista, la seconda contro il tempo: speri che il film finisca, e finisca bene, senza che esploda la bomba della delusione.
Alla fine i pezzi arrivano a casa e si incastrano nel rompicapo senza bisogno di martello, perché il lavoro di preparazione è stato perfetto. Assisti al raro evento in cui un thriller , proprio per la qualità assoluta dell’idea e della sua realizzazione diventa un film di categoria superiore, come “Il sesto senso” o “The Others”. L’opposizione potrebbe dire che non c’è una morale in questo film. Vero, ma non c’è neanche nella finanziaria, e soprattutto non ve n’è traccia nemmeno in “Natale a New York”, “Olè” o “Commedia Sex”i. Ma tra Dejà Vu e quelli c’è un abisso di qualità, di idee, di serietà e professionalità. Non ci credete? E allora io ci metto la fiducia.
20.12.06
Un film che parla della lobby del tabacco e denuncia le manovre messe in atto da industria e politica per controllare il mercato e le scelte dei consumatori ha due possibilità per funzionare:
O punta a farti incazzare come Report, la trasmissione di Milena Gabanelli su Rai3, che ogni settimana ti fa vergognare persino di essere andato a votare.
Oppure sceglie di comunicare in un modo più sottile e indiretto, utilizzando la comicità, come fanno molti, a partire da Beppe Grillo.
"Thank you for smoking" sceglie decisamente la prima via e già a metà film sei incazzato per aver buttato via 6 euro (4 se abiti in provincia dove il film arriva dopo mesi in versione cineforum).
Ci sono due momenti, in particolare, che ti fanno venir voglia di uscire per accendere una sigaretta e le tende del cinema.
Il primo dura per tutto il film ed è la faccia del protagonista Aaron Eckhart. Non ti identificheresti in lui nemmeno se prendessi una tisana fatta con le sue cellule staminali. Non perché nel film deve interpretare un personaggio privo di qualsiasi scrupolo morale, ma perché non ci riesce. Ha la stessa espressività di Bondi e la credibilità di Schifani e, soprattutto, sembra che non creda in quello che legge sul copione. Probabilmente ha ragione, perché il film è scritto troppo male. Il che ci porta al secondo momento cult, nel quale Aaron non ha responsabilità. Questa va divisa in parti uguali tra il regista Jason Reitman e lo sceneggiatore Jason Reitman (questo spiega molte cose). In questa scena lavora il figlio del protagonista. Il giovane attore si chiama Cameron Bright, l'unico dodicenne che non ha più nulla da chiedere alla vita, dopo essere stato nella stessa vasca da bagno con Nicole Kidman in "Birth".
Il giovane, salendo in auto, dice una battuta che non dovrebbe. Non perché sia peggiore delle altre, ma perché tu, spettatore, ti sei accorto che il regista la sta preparando già da dieci minuti. Fino a un certo punto sospetti solamente che forse il ragazzo dirà quelle parole. Poi pensi "no, non lo farà" e la mente, che è sempre pronta a negare il peggio, cancella la paura. Così, quando la battuta esce fuori davvero, l'effetto è devastante. Da qual momento il film ti cola tra le mani come un cono al cioccolato e la speranza di poter vedere in Canavese qualcosa di meglio di "Vacanze di Natale" se ne va definitivamente in fumo.
20.11.06
Noi uomini siamo sempre pronti a innamorarci di donne incasinate, ma disponiamo di una specie di fusibile che scatta in presenza di guai troppo grossi evitandoci l’autodistruzione. Tuttavia, anche volendo farci del male, non potremmo amare “la sconosciuta” di Tornatore perché non saremmo adeguati. Nessun uomo, per quanto grande, sarà mai all’altezza di una donna grande come lei. Il motivo è ancora in quel fusibile, che le donne non hanno, o che forse hanno, ma tarato diversamente. Un uomo può sacrificarsi e anche morire per i suoi figli o la sua donna. Una donna, invece, per i sui figli o per il suo uomo è disposta a vivere, e questo, in tanti casi, è molto peggio.
La sconosciuta nel film si chiama Irena e se non puoi amarla, nessuno ti impedisce di essere almeno suo complice, tanto che all’uscita dal cinema rischi di essere arrestato per favoreggiamento.
Per tutto questo è grande Tornatore, che ti coinvolge in atti contrari al lecito ma sa trovare le attenuanti per trascinarti ugualmente con sé, che ti porta dentro il personaggio senza svelarne nulla, semplicemente chiedendoti un atto di fede.
Intorno a Irena si muovono in orbite sempre più strette Michele Placido, Claudia Gerini, Alessandro Haber, Piera degli Esposti e una bimba, Clara Dossena. Qualunque commento su di loro sarebbe inutile perché, per quanto bravi, anzi, grandi, sono poco più che caratteristi in un film che si appoggia interamente sulle spalle della sconosciuta attrice Ksenia Rappoport. Per lei qualunque commento sarebbe infondato, perché trasformandosi totalmente nel suo personaggio, la vera sconosciuta rimane proprio lei. Occorrerà aspettarla in un altro film, sperando che sbagli un’espressione, una parola, un battito di ciglia, per poterne dire qualcosa.
18.10.06
Quando in un film c’è Meryl Streep, la storia corre veloce, la trama ti prende, il ritmo è incalzante, i dialoghi sono serrati, le scene ben costruite, gli spettatori in sala si comportano con una certa civiltà, e nonostante tutto questo il film non ti piace, con chi te la prendi?
A. con David Frankel, il regista
B. con Aline Brosh Mckenna, la sceneggiatrice
C. con Lauren Weisbergen, l’autrice del libro da cui è tratto il film.
Chissà qual è la risposta giusta. Forse tutte e tre. Vediamo il problema, così se andate a vedere il film vi sarà più facile rimanerci male. Il problema è il finale. A dire il vero neanche la prima parte fa venir voglia di scambiare un segno di pace con il vicino di poltrona, soprattutto per la scelta dei personaggi di contorno, che sono presi tali e quali dai saldi di qualche telefilm che si girava negli studios accanto, e buttati sul set del nostro film per fare la parte di amici, amanti o fidanzati, con in bocca le stesse battute che avevano già imparato a memoria, così si risparmia tempo.
Ma il vero problema arriva all’89° quando, giunti al cosiddetto “climax”, la protagonista, Anne Hataway si trova di fronte ad un bivio: a sinistra va verso un finale amaro ma credibile, a destra fila a incrementare la cellulite immersa nel morale, americanissimo miele di acacia. Cosa fa? Naturalmente fa la scelta giusta. Ma è proprio questo che in un film intitolato “Il diavolo veste Prada” sembra diabolicamente sbagliato.
01.10.06
Avevo letto il libro diversi anni fa e ricordo che all'ultima pagina mi ero domandato: "e allora?" Il quesito rimane senza risposta anche dopo 147 minuti di film. Quindi non è il film e non è nemmeno il libro: è proprio la storia di Jean Baptiste Grenouille che è troppo chiusa in se stessa per offrire qualcosa da esportare.
Nonostante il film sia molto ben confezionato, è davvero difficile trovare un motivo per consigliarvi di vederlo. I pubblicitari non troveranno nessuno spunto da citare nei loro spot e il catalogo di emozioni che offre agli spettatori è davvero troppo strano per essere interessante.
Il protagonista (Grenouille) è interpretato dal giovane Ben Whishaw. È molto convincente nell'interpretare l'uomo senza coscienza. Forse fin troppo abile nel mostrare una totale indifferenza per la vita. Impossibile identificarsi in lui. Non c'è niente di male ad ammazzare un sacco di persone se ciò ti serve, ma farlo senza passione, senza odio, senza ironia non è concepibile. Per questo Grenouille potrebbe risultare simpatico giusto al muratore di Parma Mario Alessi.
Non puoi identificarti nelle vittime perché stanno sullo schermo pochi secondi ciascuna. Non puoi identificarti in Dustin Hoffman, perché sparisce ben prima della metà del film, non nel padre dell'ultima vittima perché ha le guanciotte lunghe di Severus Piton, il professore di Harry Potter. Ma se non puoi identificarti in nessuno, che film è?
Bisogna essere abbastanza marci dentro per pensare di scrivere una storia come questa e avere dei problemi psicologici non risolti per metterla su pellicola. Tom Tykwer lo ha fatto. Regista tedesco, è il papà di (copio da internet) "Paris Je t'aime", "Heaven" "Lola corre", "La principessa e il guerriero".
Li avete visti? Neanche uno? Nemmeno un trailer? Ecco spiegate molte cose.
Se investirete i vostri 6 o 7 euro in un altro film non sbaglierete. Ma non sbaglierete nemmeno se li spenderete per Profumo, a patto che siate pronti, e accettiate, che la sua essenza non riuscirà a entrarvi dentro e, proprio per questo, il suo ricordo evaporerà già sulle scale del cinema, come profumo.
24.09.06
Settembre. Tocca finire i tagliandi dell’abbonamento spettacoli che scade a fine mese. La scelta, per chi abita a Favria è tra: “Pirati dei Caraibi. La maledizione del forziere fantasma” (d’ora in avanti PDCLMDFF) all’Ambra di Valperga, “PDCLMDFF” al Margherita di Cuorgnè e “PDCLMDFF” anche al cinema Boaro di Ivrea. Per vedere qualcosa di diverso bisognerebbe spingersi fino a San Giusto dove si tiene la semifinale regionale della battaglia delle mucche.
A Cuorgnè, in galleria, c’è un bel posto vuoto nella fila davanti. Ideale per chi porta un figlio. Ma se Alberto ha la visuale libera, invece io ho davanti a me la parte superiore di una calotta cranica come se ne vedono solo nei documentari di SuperQuark dedicati ai primi passi dell’homo erectus. La testa è ricoperta da un fitto pelo, corto e nero, unto quanto basta per preservare dalla pioggia autunnale l’esemplare. Il collo è taurino, nascosto dietro una cascatella di lunghi riccioli che sgorgano come fusilli al nero di seppia dalla base del cranio. Base è una parola grossa perché non c’è soluzione di continuità tra testa e corpo.
Quando l’homo si alza in piedi per vedere, ma soprattutto per farsi vedere dai suoi simili in sala, scopro che non è nemmeno un uomo, ma un grasso cucciolo di elefante marino; denuncia 16 – 17 anni e un paio di pantaloni a vita bassa, così bassa che neanche il suo Q.I. scende tanto.
L’essere aspetta l’inizio del film per estrarre dalle bisacce delle brache un videotelefonino da 200 watt che nella sala buia emana un potente fascio di luce bianca all’indietro e verso l’alto, cioè verso di me. Un riflettore farebbe meno danni. Allora mi ricordo perché non andavo al cinema da tre mesi. La nuova moda qui nel Canavese (ma anche in città è così?) consiste nello scambiarsi SMS stando seduti al cinema. La chat va avanti per due, tre, quattro sessioni, finché oso: “scusa, potresti spegnere o diminuire la luminosità?”
L’essere non risponde. Non per maleducazione, ma perché la sua struttura celebrale non gli consente di centrare i tasti con la proboscide, aggiustarsi il pacco e recepire il senso di una frase, tutto nella stessa sera. Interviene il padre: “Ohu, e spengi che ci dai fastidio a tutti!”. Il padre è seccatissimo perché ho ripreso suo figlio, ma non può darlo a vedere. Guarda torvo il mio di figlio cercando qualche pretesto per pareggiare, ma Betto è preso da Johnny Depp, Orlando Bloom e Keira Knightley e non ha nemmeno le dita nel naso. Il film è lungo. 2 ore e 40 minuti sono un’eternità anche per pellicole più felici. Non mancano le idee e non manca la tensione. Gli effetti speciali sono da applauso. Ci scappa anche qualche risata ogni tanto, ma nel complesso a “PDCLMDFF” manca qualcosa. Manca l’anima del film. Oppure manca (o è scappata) la voglia di vederlo. O forse c’è qualcosa di troppo: il bue muschiato della fila davanti. Pensare che un giorno anche un sottoprodotto della cultura di Italia1 e degli spot Tim e Vodafone come lui si potrà riprodurre mi fa venire i brividi.
Alberto ha apprezzato molto il film. Prendetelo per buono perché si tratta di un giudizio sicuramente più sereno e attendibile del mio.
01.06.06
Tre aggettivi per Volver, l’ultimo film di Pedro Almodovar: perdibile, deludente, sconsigliabile.
Ci siete rimasti male? Anch’io. Purtroppo i contenuti non bastano; serve anche il contenitore. Chiamala forma, chiamala regia o, semplicemente, qualità.
Una cosa è se ti inventi un personaggio come “Candela” in “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” o il trans Agrado in “Tutto su mia madre”, lo costruisci nei dettagli, scrivi per lui dialoghi che persino la stampante ti applaude, (… mi chiamo Agrado perché per tutta la vita ho cercato di rendere piacevole quella degli altri...) lo fai interpretare da una attrice professionista e gli dai la voce di Veronica Pivetti. Un’altra è se prendi un puttanone e gli fai fare il puttanone. Viene fuori l’effetto telenovela, per non dire una puttanata.
Purtroppo in Volver l’odore di Telecupole e Retequattro salta fuori ad ogni scena. Personaggi che gesticolano troppo, dialoghi che spiegano troppo, attori che appaiono nell’inquadratura troppo a proposito, dettagli inutili e insignificanti, nessuna invenzione nella fotografia o nel racconto. Uno strazio.
Peccato perché i film di Almodovar non sono come i libri di Bruno Vespa che escono a raffica. Dovremo aspettare anni per rifarci la bocca.
Peccato perché con Volver, Almodovar racconta una nuova storia di donne, gli unici esseri viventi che, secondo lui, sono degni di essere raccontati. Le donne sono sempre protagoniste, mentre gli uomini sono comparse tristi. Non è un caso, perché Almodovar è un profeta. Ci sta dicendo che dopo due o tre millenni di sottovalutazione le donne stanno riprendendo il loro posto. Sono più veloci dei cambiamenti climatici e non le fermeremo mai, perché come Almodovar ci dimostra, sono più forti: amano, soffrono, vengono violentate, abusate. Lavorano, partoriscono, allattano e tornano a lavorare. E resistono. Sono capaci di accettare la vita come pochi uomini sanno fare. Forse così si spiega perché esistono grandi uomini e non grandi donne: perché le donne sono tutte grandi.
21.05.06
Il romanzo di Dan Brown comincia bene e dopo le prime pagine prende la velocità di un TGV, spingendosi fino a dove nessuno aveva mai osato. Peccato che nel finale lo scrittore aziona la rapida e si ferma prima di entrare in stazione. Brown sembra spaventato da ciò che ha scritto e nelle ultime 30 pagine ritratta tutto, proprio come il furbo che ti tampona, ammette la colpa, e il giorno dopo ti porta dodici testimoni pronti a giurare che sei stato tu a fare retromarcia.
Ron Howard (già regista di “A beautiful mind” e celebre per essere stato Richie Cunningham in Happy Days) costruisce la stessa storia, la rende molto meno avvincente, ma almeno arriva fino alla fine conservando idee e dignità. Per libro e film Gesù Cristo era sposato con Maddalena. I due ebbero dei figli, i cui discendenti sono arrivati fino ad oggi. Sempre secondo il film, la Chiesa avrebbe nascosto e custodito con ogni mezzo questo e altri segreti per duemila anni. Anche la divinità di Cristo sarebbe stata costruita a tavolino durante il Concilio di Nicea. Chi dice il vero? La Chiesa, che ha condannato il film, diffida tutti dall’andare a vederlo, organizza veglie di preghiera per esorcizzarlo e scaglia anatemi persino contro l’Acqua S.Anna che lo sponsorizza? O il regista, che insieme alla Sonypictures porta a casa miliardi di dollari da questa idea?
Parlando da spettatore, il Codice Da Vinci è un film mediocre. Preferiamo ricordarci Tom Hanks alla ricerca del soldato Ryan o in Forrest Gump. Audrey Tautou, la co-protagonista, possiamo anche non ricordarla ed è meglio per tutti se non conosciamo nemmeno il nome di chi la doppia in italiano. Manca del tutto la tensione, che invece è bella densa nel libro. Howard tira dritto e sintetizza molti concetti, trita le tesi storiche del romanzo, ma come già detto, ha il pregio di non rinnegare tutto prima della parola fine.
Da vedere? Se avete già letto il libro potete risparmiarvi il film.
Altrimenti sì, andate a vederlo. Non tanto per conoscere le tesi dell’autore, ma per comprendere il clima in cui il film è arrivato nelle sale, soprattutto in Italia, dove si è degni di stima e rispetto se si crede nel calcio, negli oroscopi, nei politici o nello Spirito Santo, ma si è oggetto di critiche e disprezzo se non si crede affatto.
19.04.06
Prima le buone o le cattive? Le cattive: il film.
Molti di quelli che l’hanno visto non lo confesseranno a nessuno e si vergogneranno per essersi fatti adescare dalla locandina con la schiena nuda della protagonista e da un titolo che è un ossimoro intrigante: “Le false verità”: “Where the Truth Lies” per chi ci segue dall’estero.
Un po’ come votare Forza Italia. Ad ammetterlo c’è il rischio di essere giudicati dei piccoli Emilio Fede e allora meglio tacere. Così Forza Italia si trova ad essere il primo partito senza che nessuno lo abbia votato e le false verità sale la classifica dei film più visti senza che nessuno abbia il coraggio di dire che è una boiata.
È una boiata perché è troppo complicato. Ci sono fulgidi esempi di film raccontati con linguaggi cinematografici difficili, anche molto più difficili di questo, ma che stanno su un altro sistema galattico.Un esempio per tutti: “L’uomo senza sonno”; non ci capisci niente fino alla fine, ma alla fine capisci perché non ci capivi niente e ti rendi conto che poter capire tutto insieme alla fine è la vera emozione che il regista ti regala. Nelle “false verità”, invece, oltre a non capire il film, non capisci neanche perché sei andato a vederlo. Una trama da mal di testa per scoprire, alla fine, che il colpevole è il maggiordomo? Segnatevi il nome del regista-sceneggiatore: Atom Egoyan e conservatelo nel portafoglio insieme al certificato delle vaccinazioni, così vi farete un richiamo ogni tanto ed eviterete di vedere per sbaglio il suo prossimo film.
Adesso le buone: le tette. Tante e belle. In Internet ce ne sono anche di più, ma al cinema sono diverse, non c’è niente da fare. Un’altra buona notizia è Kevin Bacon, un bravo attore che si vede, ma poco, in film di qualità come “Mystic River”, “Sleepers” e “Codice d’onore”.
19.03.06
Se fai qualche ricerca su Fausto Brizzi prima di andare al cinema, finisce che non ci vai.
Brizzi Fausto, nato a Roma nel 1968, è lo sceneggiatore di “Christmas in love”, “Vacanze a Miami”, “Natale sul Nilo” e “Natale in India”. Lo sceneggiatore è quello che immagina le situazioni e si inventa i dialoghi. Per cui Brizzi è quello che si inventa le gag dei film Di Neri Parenti e farcisce la bocca di Christian De Sica e Massimo Boldi con carriole di volgarità.
Andare di proposito a vedere un film di cui Brizzi è lo sceneggiatore è come votare per un partito il cui portavoce è Schifani. Ci vuole lo stesso stomaco.
Ma se non sai niente di tutto ciò e vai a vedere “La notte prima degli esami”, sceneggiato e diretto da Fausto Brizzi, alla fine ti devono staccare dalla sedia con qualche solvente, perché altrimenti resteresti lì seduto con un sorriso ebete sulla faccia, deciso a vederti anche il secondo spettacolo.
“La notte prima degli esami” non è un film, è una macchina del tempo che ti riporta indietro di anni. Quanti? La formula è: VE - 18 = X, dove VE sta per vostra età, qualunque essa sia. Il furbissimo Brizzi, che per quanto mi riguarda potrebbe prendere l’Oscar domani mattina, mette insieme un film che diverte, emoziona, commuove, produce malinconia e ti fa innamorare. Ma soprattutto ti fa ritornare con il sangue che ribolle nelle vene, tra ormoni risorti, globuli arrossati ed eroiche placche di colesterolo che fanno resistenza. Guardi la strada, ma vedi Cristiana Capotondi di cui ti sei innamorato, guidi la Multipla, ma vorresti avere il “Bravo” se dietro ci fosse seduta Lei, e gli effetti della sbornia emotiva te li porti anche a letto.
La storia ha la forza della semplicità e l’energia della sorpresa. Il finale è quello che non ti aspetti, ma che avresti dovuto immaginare se hai trascorso i tuoi 18 anni come si deve. Gli attori non recitano, interpretano il loro ruolo con naturalezza, perché è costruito davvero bene. Su tutti Giorgio Faletti, che da oggi è il mio nuovo mito.
Un commento esagerato per un filmetto che in fondo è impegnato come uno spot su ReteQuattro? Forse sì, ma lasciarsi andare ogni tanto alle emozioni “light” fa bene all’espressione del viso, e ritornare indietro di 27 anni fa bene al cuore, quasi come la lecitina di soia.
13.03.06
La sala Ambra1 di Valperga - un grosso garage che ha ottenuto l’abilitazione a cinema - in questi giorni ospita “Il mio miglior nemico”, una commedia divertente e veloce, costruita su un’idea centrale così indovinata che le gag si innestano automaticamente, senza bisogno di fare la doppietta. Sarebbe già detto tutto, con tanto di garanzia “soddisfatti o rimborsati” per chi si recherà a vedere il film, magari in qualche sala di città con climatizzatore o almeno con il riscaldamento, ma prima di chiudere c’è da segnalare un Carlo Verdone attore e regista in gran forma e un giovane Silvio Muccino che in almeno due scene lascia capire qualche parola di quello che dice.
Sarebbe detto tutto, ma c’è da parlare della pubblicità. Due gli spot che vanno in onda durante il film: uno quasi invisibile, quello di Think Pad, che risulta essere un PC IBM, l’altro, quello che gioca nel ruolo di main sponsor, è Vodafone ed è davvero imbarazzante. Telefonini marchiati Vodafone ovunque, numeri che iniziano con 348, convention Vodafone nell’albergo dove lavora Verdone, video-telefonate con Vodafone, e in più una grossa novità: il servizio pubblicizzato non è solamente un marchio che passa più o meno sfacciatamente davanti alla macchina da presa, ma addirittura è il mezzo attraverso il quale il protagonista riesce a risolvere un problema. Un salto in avanti notevole per la pubblicità nei film. La domanda è: “un passo indietro per il cinema”? L’istinto da spettatore e consumatore frustrato risponde urlando “Sì!, Vergogna! Passo indietro! Passo indietro!” Ma in dieci secondi la parte razionale riprende il controllo e ti fa dire che alla fine lo sponsor rompe, ma non così tanto. Senza i soldi di Vodafone, chissà? Per risparmiare avrebbero potuto scritturare Iva Zanicchi al posto di Agnese Nano e Mariangela Fantozzi al posto di quella sconvolgente, inedita bellezza che è Ana Caterina Morariu. Tutto detto.
05.02.06
Brokeback Mountain
Ad un tratto Ennis abbassa il cofano del camioncino di Jack, ma il cofano non si aggancia bene e rimane socchiuso. Nell'inquadratura successiva, quando Jack parte, il cofano è perfettamente chiuso. E questo è l'unico errore del film.
Non è un film lento come dice qualcuno. Probabilmente la sensazione di lentezza è generata dall'ansia in cui possono metterti certe scene. Ti identifichi nei personaggi, che sono omosessuali, e allora ti scoppia il problema: come la mettiamo con la nostra identità? Se mi immedesimo in uno di loro o in entrambi, sono gay anch'io? Così il sedile del cinema diventa molto scomodo e ti puoi sentire come quando devi fare una telefonata antipatica. Vuoi solo che sia breve.
Ma se l'argomento non ti imbarazza, se assistere ad una storia d'amore molto ben raccontata non ti crea problemi, se vai al cinema per farti travolgere dal racconto e se per caso ami anche la montagna, allora il film non è lento per niente: raggiunge subito un buon ritmo e lo mantiene fino alla fine.
Le scene d'amore tra i due cow boy sono convincenti. Due uomini come quelli interpretati da Jake Gyllenhaal e Heath Ledger non potrebbero avere una storia diversa da quella rappresentata dal regista Ang Lee. Anche l'altra protagonista, l'America degli anni '60 e 70, è perfettamente credibile. La peggiore America dei peggiori incubi, quella rurale della miseria, dell'ignoranza e delle sottoculture. Quella che in altri film è razzista, in altri ancora totalitarista, sempre pronta e compiaciuta di essere cafona. La stessa che oggi vota per la pena di morte e per Bush. Un'America, che tuttavia, è capace di leggersi, vedersi, raccontarsi e denunciarsi come nessun altro è capace di fare. Non è merito di chi la governa, ma dei grandi che fanno grande il suo cinema. God Bless America.
30.01.06
Leggero come una risata, probabile come una promessa di Berlusconi, evitabile come il canone Rai, “40 anni vergine” è un film perfetto: lo puoi vedere senza vergognarti e lo puoi perdere senza rimorsi. Inoltre tutta la storia - incipit, svolgimento, climax e conclusione - è genialmente riassunta nel titolo e quindi puoi immaginarlo senza vederlo.
Se però non lo vedi magari ti immagini il genere commedia erotica con volgarità stile Vanzina-Neri Parenti; non sarebbe un bello spettacolo e non sarebbe giusto. “40 anni vergine” è una produzione americana. Significa che insieme al film ti danno anche una dose di buoni sentimenti. Ecco allora che il quarantenne vergine Steve Carell, illibato anche come attore, manca una quantità di ottime occasioni con bionde, rosse e more perché vuole fare sul serio con Catherine Keener, nota a quel pubblico di voyeur che aspettavano la domenica sera per vedere “The L-World” su La7, dove L sta per “Lesbian”. Nel telefilm Catherine era l’affascinante Marina che insidiava le mogli degli altri.
In “40 anni vergine” Catherine è etero e per mestiere vende oggetti su ebay. Una trovata carina, ma ce ne sono parecchie altre distribuite lungo il film. Le ha pensate e scritte lo stesso attor vergine Steve Carell insieme con il regista, un altro che se non è casto, poco ci manca, dal momento che si chiama Judd Apatow e su di lui Google prima ti dice “forse cercavi qualcun altro” e se proprio insisti scuce una filmografia nella quale il titolo più famoso forse è “Prima o poi me lo sposo”, del 1998, che se prendi la VHS in noleggio probabilmente il distributore si rifiuta di riprenderla indietro il giorno dopo.
Ci sono altri attori nel cast di “40 anni vergine”, tutti bravi o bravini, tutti divertenti e tutti sconosciuti. Il ricambio fa piacere, ben venga il nuovo, ma mancano il conforto e la sicurezza che trovi in un volto famoso. Manca la garanzia dell’attore che stimi e che in qualche modo ti rassicura. Ecco, se il film non è una genialata assoluta (e 40 anni vergine non lo è) rischi di guardarlo con il freno a mano tirato e quindi di perderne una buona parte.
Da oggi Judd Apatow e Steve Carell sono famosi e, grazie soprattutto agli incassi record, la loro prima volta non se la scorderanno mai. Ma poiché non passeranno alla storia, noi li dimenticheremo. Con simpatia ma presto.
23.01.06
Per un campione di tennis, la fidanzata del vicino è più verde dell’erba di Wimbledon. E così Jonhatan Rhys-Meyers, già allenatore di calcio femminile in “Sognando Bechkam”, e ora insegnante di tennis in “Match Point”, si incasina la vita.
Per dirla tutta, Scarlett Johansson, la fidanzata altrui, ha le sue brave responsabilità nel portare il campione oltre la linea dell’out. Le donne con un coefficiente di sex appeal così alto dovrebbero essere vietate, oppure dovrebbe essere concessa, per legge, una dispensa speciale ai mariti, perché in casi come quello della Johansson (Lost in traslation) non si tratta di resistere ad una tentazione, ma di obbedire ad una legge fisica. Può il ferro, per quanto forte, opporsi all’attrazione di una potente calamita?
In verità Chris (Jonhatan Rhys-Meyers) non prova neanche a resistere, e il suo comportamento per quattro quinti del film è devastante per la psiche degli spettatori maschi, etero. Da una parte, infatti, ti identifichi nel personaggio perché ha tutto ed è tutto, ma soprattutto si rotola nelle lenzuola della Johansson, dall’altra tieni le distanze perché il suo comportamento è esattamente l’opposto di quello che cerchi di insegnare ai tuoi figli se proprio non sei coordinatore di Forza Italia.
Nell’ultima parte del film il processo di identificazione si frantuma e la storia prende finalmente una piega decisa. La tensione lascia il posto all’ansia e la commedia diventa un thriller che potrebbe essere di Hitchock. Il regista però è Woody Allen, ma non lo diresti mai. Manca tutto di Woody Allen. Intanto manca Woody Allen, che non riserva per sé neanche la parte di racchetta da tennis, poi mancano i dialoghi brillanti di Woody Allen, la sua pesante autoironia, i personaggi nevrotici. Fa un buon lavoro, mette insieme un film quadrato, e riesce persino a filmare al rallentatore la morale del suo film, avendo cura che anche lo spettatore più distratto, in ultima fila, la veda e la capisca. Tutto questo, però, non ha niente a che fare con il Woody Allen che conosciamo.
Probabilmente non ha avuto scelta. Anche se il pensionamento professionale si è spostato in avanti per tutti, a settant’anni l’auto-ironia è più che altro auto-commiserazione, il comico diventa grottesco e non sarebbe perdonabile. Allen lo sa, evita di esporre le sue rughe e da vecchio furbacchione, con questo passo indietro si assicura la possibilità di farne ancora molti in avanti.
23.12.05
In questi giorni “Natale a Miami” è come il libro di Bruno Vespa: lo trovi dappertutto, tanto che ti viene voglia di andarlo a vedere per parlarne male.
“Broken Flowers”, invece, è il regalo non richiesto nella letterina a Babbo Natale, quello non patteggiato, la sorpresa che ti cambia la serata. La sceneggiatura è di Jim Jarmusch, uno che sa scrivere, visto che il soggetto ha la forza della semplicità, i dialoghi sono credibili, le situazioni sempre sorprendenti, i personaggi dipinti in tinte acriliche.
L’attore protagonista è Bill Murray. Avete presente l’interprete di “Lost in traslation” o Jeff, l’amico di Dustin Hoffman in Tootsie? È lui. Sharon Stone e Jessica Lange sono due delle quattro donne di questo film, quattro ex fidanzate, perse di vista vent’anni prima. Don (Bill Murray) le va a cercare in giro per l’America perché pare che una di loro gli abbia dato un figlio che ora ha diciannove anni. Cosa sono diventate le sue ex? Forse una è gay. Forse. Una forse è infelice. Una ce l'ha con lui, ma non si sa perché. E poi: in quale città degli Stati Uniti vive Don? E in quali città vola con tutti gli aerei che prende? Quali contee visita con la Mondeo a noleggio? Non ci sono riferimenti certi, sicurezze sulle quali appoggiarsi. In altri casi aspetteresti solo l’intervallo per scappare, ma qui accetti di fare un atto di fede perché intanto il film ti piace.
Neri Parenti, Dio lo benedica, offrirebbe tutte le risposte a suon di rutti, ma il regista di Broken Flowers per fortuna è Jim Jarmush, che oltre a saper scrivere sa dirigere un film. Lo costruisce lento perché non è il montaggio serrato a creare la tensione, ma la delicatezza del narratore. Lo infarcisce di ripetizioni perché sa che può permetterselo. Lo lascia irrisolto, perché evidentemente vuole qualcosa da te.
Si comporta come il papà con il figlio che deve fare i compiti. “Quanto fa 64 diviso 8?” Non suggerisce la risposta, lascia che il bimbo ci arrivi da solo, così la prossima volta il bambino la saprà. Sbaglia: il bambino non si ricorderà la tabellina perché non ha voglia di impararla. Ma il risultato il papà e il regista lo ottengono ugualmente: il bambino scrive il numero esatto e tu, spettatore, sei costretto a ragionare.
05.12.05
Uomini: avete esaurito fantasia e passione? Andate a vedere Mrs. Smith e vi costituirete una scorta di desiderio che durerà più della vostra prostata. Angelina Jolie è la compagna che non meritate, la moglie che non avete, la donna per la quale sareste disposti a vendere vostra figlia. Troppo? Allora vendete l’anima, tanto a che vi serve dopo? Giusto per capirci, il suo profilo evidenzia un design esclusivo con la curva perfetta della fronte, l’originale iperbole che definisce il naso, le labbra che non hanno bisogno di muoversi per comunicare, gli occhi che mettono in discussione la funzionalità della nostra valvola mitralica. Tra noi e Angelina Jolie Voight ci sono da superare un oceano e un tot di anni (Lei è del ‘75). Ma, quel che è peggio, da un po’ di tempo, c’è anche Brad Pitt.
Donne: Brad Pitt è l’altra attrazione del film. Capelli troppo corti, forse, ma evidentemente piace anche così: una specie di barbaresco del 1963 che frizza ancora. Nel 1994 la rivista People lo ha nominato uomo più sexi del mondo, e lo era. Il guaio è che lo è anche oggi, visto che nel frattempo si è anche sposato con Jennifer Aniston e, dopo aver girato Mr. e Mrs. Smith, ha colpito ancora con Angelina Jolie. Innamorarsi di lui è comprensibile, ma anche per voi c’è l’Atlantico di mezzo e sulla porta della villa di Hollywood troverete Angelina, pronta a difendere la sua ultima conquista, più armata di Lara Croft.
Spettatori: siete la categoria che ha meno da guadagnare a vedere questo film, una commedia thriller con sparatorie, azione, inseguimenti ed esplosioni gigantesche, ma dialoghi di piccolo calibro e gag con polveri bagnate. E poi citazioni a gogò. Le citazioni arricchiscono i film di valore, ma se un film è mediocre danno fastidio come un condomino che sale con voi in ascensore. Il regista si chiama Doug Liman e lo sceneggiatore Simon Kingberg. Più utile, forse, sapere che Sandro Mazzola e Luciano Moggi non avrebbero fatto né meglio né peggio. Infatti, se andrete a vedere questo film sarà solo per amore.
26.11.05
Cinema Ambra 1 di Valperga, venerdì sera: 430 posti disponibili, 430 posti occupati. Qualcuno sta in piedi e qualcuno riproverà domani. Harry Potter unisce e aggrega.
Più trasversale dell’influenza, colpisce nella stessa misura adulti, giovani e bambini. Più Bipartisan della legge che aumenta lo stipendio ai deputati, unisce famiglie di Forza Italia e coppie di Rifondazione.
Quello che è chiaro, dopo anni di frequentazione, è che Harry Potter non è un personaggio, ma un mondo, un sistema alternativo. E nonostante sia un mondo pericoloso, nel quale tutti hanno paura anche solo di nominare Chi-sai-tu, a quanto pare è di gran lunga preferito a quest’altro, quello più o meno reale in cui viviamo. Non si spiegano diversamente il successo che continua ininterrotto da 5 libri e 4 film, e la fedeltà che tutti i fans dimostrano alla serie.
Ci sono due entrate per questo mondo. La porta principale di Hogwards passa per i libri e i veri maghi non ne riconoscono altre. Sembra che funzioni anche quella del cinema, visto che anche chi non legge viene catturato per sempre dalla magia di Harry, Ron, Ermione e dell’intera galleria di personaggi.
Ora, non c’è nulla di male nel credere in un mondo che non esiste. Ci si fa un po’ male quando se ne esce, perché la fine del libro o del film lascia un senso di vuoto, ma si sopravvive.
Sarebbe bello credere anche a “meno tasse per tutti”, alla "casa per chi non ce l’ha" e a "milioni di posti di lavoro", ma poiché tutto ciò richiederebbe, se non la bacchetta magica, almeno un po’ di onestà, crederci davvero o crederci ancora è un po’ stupido, no?
04.11.05
Ne “La tigre e la neve” Nicoletta Braschi guida un Ulysse e Roberto Benigni una Punto blu. Metallizzata. Pulitissima. Strano eh? Sarebbe strano anche se Benigni guidasse una Opel o una Toyota, ma su una Fiat ci sta proprio male, forse perché è troppo scontato vedere un’auto italiana in un film italiano, o forse perché Benigni è un poeta e trovare una rima per Fiat è veramente dura.
La premessa per dire che la pubblicità occulta dà fastidio ed è una forma di corruzione per la quale non c’è immunità naturale nemmeno per i grandi. Difficile chiudere il capitolo “difetti” perché l’Iraq ricostruito da Benigni è frutto di una scenografia che chiede molto all’immaginazione, e la recitazione della Braschi ha bisogno di molta clemenza. Per dirla tutta, le due ragazzine che interpretano il ruolo delle figlie di Attilio (Benigni) oltre a essere bruttine, non recitano: si muovono in modo scoordinato e dicono le loro battute con le inflessioni e i difetti di pronuncia di adolescenti prese a caso in una prima liceo. Possibile che Benigni non se ne sia accorto?
In realtà Benigni ha tutto sotto controllo. Sa quanto deve essere dettagliato uno scenario e come va pronunciata ogni sillaba. Tuttavia non se ne cura, perché con “La tigre e la neve” non sta girando un film, sta raccontando una favola, e nelle favole non ha importanza se ascolti seduto per terra o sulle ginocchia del nonno; conta solo il narratore, che decide le voci dei personaggi.
Appena capisci che sei invitato in una fiaba, riesci a perdonare le ragazzine racchie e ti sembra persino che la voce della Braschi mostri qualche tentativo di passione.
Difficile parlare bene di un film parlandone male, ma “La tigre e la neve” è così: imperfetto ma intenso, confuso ma geniale. Sì, geniale perché Benigni è riuscito a raccontare una delicata poesia d’amore prendendo in giro il pubblico dall’inizio alla fine. Quando ti accorgi che nell’apparente semplicità della storia in realtà non avevi capito niente, è ormai tardi. Il delicato imbroglio costruito dalla sceneggiatura di Roberto Benigni e Vincenzo Cerami fa gol all’89°, quando ormai è impossibile pareggiare. E la sorpresa è talmente inaspettata che rimani lì a pensare se merita un altro Oscar. No, forse l’Oscar no, ma almeno un grazie, questo sì.
13.10.05
È la storia del celebre anchor man americano Edward R. Murrow, che negli anni ‘50 combatté e vinse una battaglia per la democrazia, contro la censura e la libertà di stampa, una storia importante che andava raccontata. Il regista George Clooney lo ha fatto e probabilmente non poteva fare meglio di così. Dal punto di vista dell’impegno politico e sociale è un capolavoro. Dal punto di vista dello spettatore, dipende: se deve ancora cenare è una pizza, se ha già mangiato è un Valium.
Il film tende dunque al grigio, non perché girato in bianco e nero, (bellissima la fotografia) ma perché interamente appoggiato sui dialoghi, ai quali bisogna prestare massima attenzione e concentrazione, altrimenti tanto vale aspettare fuori. Diciamolo: è un “quasi documentario”, tanto che le battute del protagonista sono tratte dalle registrazioni televisive di 50 anni prima. Novanta minuti di discorsi storici, poca tensione, nessun colpo di scena e sei alla fine. Qui giunto sei grato a Clooney per averti ricordato dei fatti seppelliti nella periferia della memoria. Ragioni sul film e sulle parole, ma ti chiedi se il tutto non poteva essere reso un po’ più spettacolare. Insomma gli applausi sarebbero fuori luogo e se muovi le braccia è per controllare se le chiavi della macchina sono ancora al loro posto.
Allora: “Good Night and Good Luck” è da vedere o no? Mettiamola così: se a scuola non ci andava di studiare storia perché la trovavamo una materia noiosa e faticosa, adesso non lamentiamoci se abbiamo qualche lacuna. Se oggi andiamo al cinema solo per vedere i film di Neri Parenti, poi non meravigliamoci se nel frattempo, anche in Italia, soprattutto in Italia, ci hanno tolto un po’ di libertà.
18.09.05
Essere sceneggiatore e regista di un film significa prendersene per intero la responsabilità: idee, credibilità della storia e degli attori, comprensibilità, ritmo, tensione narrativa, tutto. Roberto Faenza è il regista e sceneggiatore de "I giorni dell'abbandono".
A chi - dunque - chiedere indietro i soldi del biglietto? A Roberto Faenza. Alla cortese attenzione di chi spedire un invito per andare a quel paese? A Roberto Faenza. A quale nome fare attenzione, in futuro, per evitare di prendersi un'altra fregatura? A Roberto Faenza.
Nel film di Roberto Faenza, Margherita Buy fa la traduttrice per un editore e lavora a casa. Ora, con cosa elabora il suo testo la Buy? Con un PC? Con un Mac? No. Roberto Faenza le procura una macchina da scrivere. E allora, invece di seguire il filo della trama (sottile come neanche un ragno potrebbe tessere) ci si domanda perché mai una traduttrice debba pestare sui tasti invece di comporre con Word. Come passerà il lavoro all'impaginatore? Cosa ci vorrà dire Roberto Faenza con questa storia della macchina da scrivere? Non è una divagazione spiacevole, per lo meno per qualche minuto ti distrai e ti salvi dal film. Ma poiché lo schermo è l'unica cosa luminosa del cinema ecco che ricaschi nell'infelice vita della Buy, giusto in tempo per incrociare 5 o 6 volte una barbona davvero poco credibile, che vive sotto i cartoni in una prestigiosa via di Torino, e ti chiedi che cosa rappresenta. Ogni ipotesi è buona. È la donna che Margherita Buy vorrebbe essere? È un fantasma che solo lei può vedere? È una raccomandata a cui Roberto Faenza doveva per forza dare una parte? Alla fine rinunci a capire e non la vedi più. Ma c'è un'altra storia parallela, che viene a incrociarsi, ogni volta che non serve, con la vita sfigata della Buy: è quella di una donna annegata in mare. E di nuovo ti chiedi cosa rappresenta. Se stessa? La barbona? La nonna di Roberto Faenza? Alla fine rinunci a capire e non la vedi più. Poi c'è Luca Zingaretti, al quale Roberto Faenza riserva una parte che più brutta è veramente difficile. È un uomo che dall'oggi al domani lascia la moglie (la Buy), i figli e se ne va. Oddio, capita, e "non amare più non è una colpa" come fa dire Roberto Faenza a Zingaretti, ma certo Zingaretti non ne esce bene. Se sono queste le parti che lo aspettano, è meglio per tutti se continua a fare il commissario Montalbano. Un premio speciale della giuria anche per il tecnico del suono, che con la sua presa diretta riesce a confezionare una marmellata di voci e musiche mal mixate, che ti fanno perdere due parole su tre. (Forse è persino un bene). Alla fine rinunci anche ad ascoltare e fortuna che il film finisce perché non ne puoi più.
04.07.05
Se siete già in vacanza o se siete troppo indaffarati, non preoccupatevi. Se anche vi perdete “La guerra dei mondi” non sarete tagliati fuori. Milioni di terrestri lo vedranno, ma nessuno potrà mettervi in imbarazzo citando una frase tratta dal film, perché i protagonisti urlano tanto e parlano poco; per trovare una frase d’effetto bisognerebbe inserirsi nelle comunicazioni tra extraterrestri, tradurre e poi ancora.
Testi a parte, non sentitevi in colpa nemmeno per il resto: non c’è la poesia di E.T. non ci sono i dialoghi di “Odissea 2001”, il terrore di “Alien” è tutt’altra cosa e manca la gloria di “Guerre Stellari”. Quello che non manca sono gli effetti speciali, realizzati talmente bene che quasi ti annoi e se ti annoi pensi ad altro e se pensi ad altro ti viene la nostalgia per i film in bianco e nero degli anni ‘50, quando la mancanza assoluta di elettronica faceva fare gli straordinari all’immaginazione e vedere un film di fantascienza era come leggere un Urania con il sonoro.
“Il pianeta proibito”, “L’astronave del dottor Quatermass”, “Il giorno dei trifidi” “Occhi bianchi sul pianeta terra”… pura ingenuità prodotta con pochi dollari, trame che spesso non stavano in piedi, attori sacrificabili e, soprattutto, nessuna campagna pubblicitaria. I produttori non si prendevano responsabilità. Se il film non ti piaceva, peggio per te: nessuno ti aveva detto di andarlo a vedere. Adesso, invece spendono in promozione quasi quanto spendono in produzione. I film come “La guerra dei mondi” non sono più film, ma eventi con fall out di marketing intorno. Tutto bene se le promesse vengono rispettate, ma se mi convinci a venire a vederti, poi non devi deludermi. E con “La guerra dei mondi” manca davvero poco al tradimento. C’è Tom Cruise che fa il suo lavoro, c’è Spielberg che non sbaglia e c’è tensione. Ma Tom Cruise ha fatto di meglio nella sua vita, Spielberg ha fatto molto di meglio e per quanto riguarda la tensione, tutto sommato ce n’è anche nello spot TV di Lycia doccia, quando ti chiedi se la modella svestita si girerà o non si girerà. Come dire che quasi quasi vale la pena stare a casa a guardare la TV. Comunque anch’io non mi prendo responsabilità: la modella non si gira.
11.06.05
A Joe Simpson bisognerebbe sparare con un fucile calibro 12. Poi occorrerebbe cremare il corpo, quindi versare le ceneri in un vaso pieno di Viacal e riporle nello sterilizzatore a raggi U.V. del dentista. Ma anche così non avreste la certezza che l’alpinista Simpson sia effettivamente morto, perché il trattamento descritto è risibile rispetto all’avventura dalla quale è tornato nel 1985 e che ha prima raccontato nel suo libro “La morte sospesa”, Vivalda, I licheni, 1993 e poi sceneggiato e interpretato nel film omonimo uscito recentemente.
Il libro è da leggere? Sì, senza aspettare un minuto. Il film è da vedere? Sì, e se aspettate ancora un po’ non lo troverete più.
È un film di montagna, ma potrete apprezzarlo anche se le montagne vi fanno senso, perché è anche un film sulla vita dopo la morte. Infatti Simpson muore più di una volta nel corso della discesa dalla cima del Siula Grande, un seimila dell’America del sud e ha la sfiga di reincarnarsi ogni volta in se stesso, ferito, assiderato, disidratato, decomposto.
La tecnica del regista Kevin Macdonald prevede inserti con i reali protagonisti intervistati in studio. Una scelta narrativa che all’inizio spaventa un po’, perché pensi di aver beccato un documentario, ma poi si rivela sopportabile. Anzi, vedere il volto del Simpson di oggi, vivo e dotato di occhi, naso, orecchie e capacità di parlare, crea un interessante contrasto con il Simpson distrutto sulle Ande.
“La morte sospesa” è anche un film sul rapporto che lega due compagni di cordata, un rapporto che è fatto di atteggiamenti e sentimenti fuori moda come fiducia, amicizia, silenzi. È anche uno straordinario film fotografico, con riprese aeree che provocano vuoti di stomaco e endoscopie del fondo di crepacci che ti iniettano angoscia pura nelle vene. Un film che non ti strappa un sorriso che sia uno, ma che ti riempie lo zaino di emozioni e ti consente di ricominciare a respirare solo alla fine. “La morte sospesa” è uscito da poco, ma è già relegato nei cineforum. Una discriminazione verso il cinema di montagna? Certo che no. Se la montagna riempisse le casse dei cinema vedremmo solo cime e valli sullo schermo. Il problema della montagna è che al massimo riempie l’anima, che è un contenitore molto meno importante.
06.06.05
Per chiunque, francesi e manager giapponesi a parte, è più economico riconoscere la superiorità altrui piuttosto che sbatterci contro. Ecco perché dal 1° giugno la Torcia Umana, Mister Fantastic e la Cosa stanno usando i loro super poteri per convincere quelli della Fox a bloccare l’uscita de “I Fantastici Quattro” prevista per settembre. Vogliono evitare che venga comparato con Sin City. Hanno immediatamente realizzato che nessuna opera del filone “da fumetto a film”, del passato del presente o del futuro, è in grado di reggere il confronto con Sin City.
Superman, Batman e Uomo Ragno stanno a Sin City come il Subbuteo sta a Pro Evolution soccer 4 per Play Station2. (Prova a segnare un gol in rovesciata con il Subbuteo e a rivederlo da 5 angolazioni diverse se sei capace).
Se a questo punto resta poco spazio per parlare del film è perché il film è da vedere. Con l’avvertenza che è crudo come il sushi e che non lascia in pace lo stomaco fino alla fine. Quasi in bianco e nero, (ma che bianco e nero!) in Sin City gli attori sono disegnati dalla tripla regia di Robert Rodriguez, Frank Miller (che è l’autore dei fumetti di Sin City, la città del peccato) e Quentin Tarantino che non può mancare dove il sangue cola bianco come neve. La mano di Tarantino è persino riconoscibile qua e là, ad esempio quando un lupo fa un certo tipo di pasto. Gli attori, per quel che servono, sono perfetti. Elijah Wood, molto più noto come Frodo nel Signore degli Anelli, merita applausi anche se non cambia mai espressione. Mickey Rourke, invece, è talmente truccato che la sua parte poteva essere tranquillamente affidata a Christian De Sica, che non avrebbe sfigurato. Bellissima Jessica Alba, (ci si potrebbe accontentare di essere la sua pedicure) oltre che furbissima. Infatti in Sin City è la ragazzina protetta dal detective Hartigan, (il Bruce Willis che hai sempre sognato) mentre nei Fantastici Quattro, Jessica è la donna invisibile.
Grande anche Clive Owen, recentemente incontrato in “Closer”. Ma là faceva la figura del pesce persico, mentre in Sin City sono tutti eroi straffichi, anche i cattivi. C’è da chiedersi perché il super cattivo Yellow Bastard assomigli così tanto a Quark di Star Trek, ma durante il film non ci pensi due volte perché la tensione generata è tale che le pagine si sfogliano troppo veloci. Come quando trovi in edicola il tuo fumetto preferito, Sin City lo assumi per immagini e solo quando la sete di emozioni è placata ti permetti di ricominciare leggendo i testi. Pare che Rodriguez sia già al lavoro per realizzare il seguito. Se è vero, aspettiamolo. Sin City 2 sarà l’unico termine di paragone per Sin City.
22.05.05
“Mando, ti è piaciuto?”
“…”
“Allora ti è piaciuto sì o no?”
“Ma se mi sono addormentato!”
Ad Armando non è piaciuto molto. Per un bambino di sette anni, 141 minuti di film, dei quali almeno la metà lenti, bui, e pieni di dialoghi (che in confronto andare a scuola è come partecipare a Zelig) sono davvero troppi.
Per Alessandro e Alberto le cose vanno meglio. Non hanno dormito e hanno capito tutto.
Anch’io ho capito una cosa: che il destino esiste e non puoi opporti. Anakin Skywalker in verità si impegna e ci prova, ma poiché deve per forza diventare il temibile e potente Darth Vader, (o Dart Fener) non ha nessuna possibilità di scelta tra bene e male. È già tutto scritto. Non nelle stelle, che tra l’altro sono richiamate in guerra, e nemmeno nella storia, ma nella sceneggiatura di George Lucas uscita da una stampante ad aghi nel 1976.
Evidentemente ad un film così chiuso tra un passato da sviluppare e un futuro sul quale sono pronti a giurare milioni di testimoni, manca uno degli aspetti più interessanti, “il come andrà a finire”, che non è poco. Sai praticamente tutto. Mancano alcuni particolari e alcune conferme che Lucas distribuisce bene nelle due ore e un pezzo. Peccato che per i dialoghi si sia fatto aiutare da quelli di Beautiful. Non mancano gli effetti speciali e resta il piacere di vedere Natalie Portman, la star bella come il Sole, Alpha Centauri e Proxima Centauri messe insieme, ma che, per qualche oscuro motivo (forse la Forza), quando è la principessa Padmé Amidala non smuove divisioni di ormoni come in altre occasioni. Resta il piacere di esserci e di poter dire “sono sopravvissuto a guerra fredda, torri gemelle, AIDS, malattie e altro (mica tutti ci sono riusciti) e sono qui a vedere il cerchio che si chiude”. Questo è bello. Ma soprattutto è bello correre a casa per aprire qualche vecchio scatolone, trovare la VHS di Guerre Stellari, e correre indietro di trent’anni per vedere il futuro con nostalgia.
12.05.05
Ridley Scott possiede una carta di credito revolving con un fido sconfinato: Alien, Blade Runner, Thelma & Louise, Il gladiatore, Black Hawk Down… per questo, se anche sbaglia un film, ha credito a sufficienza per rimanere un Grande. In realtà non ha sbagliato nemmeno “Le Crociate”. Però lo ha mancato. Aveva l’occasione per fare chiarezza e lanciare qualche verità storica, magari non piacevole per la Chiesa, ma l’ha insabbiata nel deserto della Palestina. Oliver Stone o Michel Moore avrebbero forse colto l’occasione per dire qualcosa di nuovo, per costruire uno di quei film che ti fanno incazzare perché senti l’arroganza del potere che soffoca l’intelligenza come “Insider” di Michael Mann, con Al Pacino e Russel Crowe, per esempio.
Insomma, questi crociati erano santi o assassini? Combattevano per la religione o per il potere? Anche se si tratta di delitti di mille anni fa non è detto che non ci riguardino. Invece dopo il film ne sappiamo quanto prima. Ridley Scott sceglie la modalità “spettacolo” e mette in scena una storia basata su rancori e amori, eroi e strategia bellica, sfiorando i temi politici e senza prendere posizione tra indiani e cow-boy. Il personaggio principale non aiuta a chiarire i dubbi: Baliano è un cavaliere fortemente sfigato che diventa un eroe. Lo interpreta Orlando Bloom, che fu già l’elfo Legolas nel Signore degli Anelli, allegro come un sarcofago sia qua che là. C’è anche la donna del vincitore, la principessa Sibilla, (Eva Green) che non serve assolutamente a niente nella storia, ma esce bene nelle locandine. Vere protagoniste sono comunque le battaglie. Tante, lunghe, cruente, spettacolari, sanguinose e confuse come vere, autentiche battaglie. Peccato che mancasse quella per la verità.
10.05.05
Il titolo originale è “Head in the Clouds” che non sarebbe male, equivale al nostro “La testa fra le nuvole”. Perché allora l’italiano “gioco di donna”, che suona così diverso? Un’altra domanda: avete visto il trailer in TV, quello con la voce fuori campo, che presenta il film come una intensa storia d’amore tra due donne? Ecco, la risposta è tutta lì: i furbacchioni del marketing della Moviemax e lo scaltro distributore italiano hanno pensato bene di pescare nel laghetto delle trote d’allevamento dove sguazzano banchi di consumatori perennemente affamati di .mpg categoria “lesbian”. Il gioco è facile: prendi l’amo Penelope Cruz, ci attacchi l’esca Charlize Theron (è la modella Martini di qualche anno fa, quella che si alzava da una sedia e un filo del suo miniabito la denudava per 30 secondi) e tiri su quintali di boccheggianti avanotteri con il mouse in mano e la memoria di Explorer farcita di url imbarazzanti.
Fin qui tutto bene, perché quando la promessa è una meraviglia come la Charlize Theron naufragare è più che dolce. Il brutto arriva quando, a tre quarti di film, capisci che non di “lesbian” si tratta e nemmeno di “teen” o “brunette”. “Gioco di donna” è un film che parla di una donna con la testa tra le nuvole, una che correttamente pensa a se stessa prima che agli altri, che poi si pente e decide di dedicare la propria vita ad una causa. E l’intensa storia d’amore tra due donne dov’è? C’è, ma è tutta in una frase detta in un pagliaio da Penelope Cruz a quella bella faccia da Girarrosto Santa Rita di Stuart Townsend: “Sai che siamo state amanti?”
Sai che siamo state amanti? Sai che siamo state amanti? Ma dillo a tua sorella! che se il film fosse piratato sarebbe solo una fregatura, ma avendo pagato il biglietto è un reato, per la precisione una truffa! Non si può promettere una cosa in pubblicità e poi consegnarne un’altra.
Se uno lo sapesse, prenderebbe la strada fino a fino a Ivrea per vedere un film lungo, lento e mal fatto sui capricci di una giovane donna e sulla resistenza francese? Ma non finisce qui. La vendetta è parlarne male, ma così male che le sale risultino deserte, le casse dei cine vadano in rosso e la carrozzeria dell’auto del distributore italiano - speriamo che qualcuno sappia dove la tiene - finisca rigata.
09.05.05
Bisognerebbe parlare male di questo film che non fa neanche venire sete. Basta sapere che è tratto da un romanzo di Clive Cussler. Spero che nessuno sappia chi è. Io, che da perfetto ignorante spesso scelgo un libro sulla base della copertina, ho purtroppo letto 2 - dico 2 - romanzi del su menzionato. In entrambi e in altri 5 o 6 che non leggerò, il protagonista è Dirk Pitt, il figlio nato dalla fecondazione assistita, dopo matrimonio omosessuale tra James Bond e Indiana Jones, con Rambo donatore di riserva.
Anche in “Sahara”, Dirk Pitt è un eroe bello, simpatico, ricco, coraggioso, fortunato e americano, che si occupa di portare a casa missioni impossibili. Dirk Pitt è sempre accompagnato da Al Giordino, che nel film ti strappa qualche sana risata. Interpretato da Steve Zhan ha il pregio di un’espressività notevole e ti fa ridere anche se vuoi tenere il broncio.
Bisognerebbe parlar male di questo film che non fa venir sete, ma poiché non si prende sul serio, si fa perdonare di esistere. Diversamente dai seriosi eroi che si muovono nelle pagine di Clive Cussler, nel film i personaggi affermano e vengono smentiti immediatamente, fanno cose impossibili, che gli vanno male, dicono assurdità, ma non ci credono nemmeno loro. Il merito credo vada attribuito a Breck Eisner, il regista, che ha messo nella macchina da presa una overdose di ironia.
Dick Pitt è Matthew McConaughey, un’ottima scelta: una bella faccia che abbiamo già visto qualche anno fa vice comandante del sommergibile U-571. Penelope Cruz nelle vesti di un medico dell’O.M.S. è lì solo perché la produzione è spagnola. Perfino la Bellucci avrebbe lasciato un’impronta più spessa nella sabbia. Bisognerebbe parlar male di questo film che tenta anche di proporre un argomento serio come l’inquinamento da scorie tossiche, ma non sarebbe giusto accanirsi. In fondo ti regala due ore di tensione di buona qualità, lo capisci perché non sapresti dire se lo schienale della tua poltroncina è di legno o è imbottito. Più che parlar male di questo film bisognerebbe vederne degli altri e parlare di quelli, ma qui in provincia aspettare che arrivi qualche pellicola un po’ più su di Sahara è un vero miraggio.
26.03.05
Bisognerebbe vedere solo film della mutua, perché scrivere di film che meritano è molto più difficile. Per “Million dollar baby”, infatti, mancano i termini. “Bello”? “Consigliabile”? “Commovente”? “Ben fatto”? “Ohhhhh”? Come si fa a descrivere con le parole un film che si vede con la pancia? Proviamoci, ma senza contarci molto. Cominciamo dalle luci. In genere le luci basse, che nascondono angoli di scenografia fanno pensare più a un direttore della fotografia diplomato alla scuola Radio Elettra che a una scelta artistica. Invece in Million dollar baby la luce fredda e avara è un segnale che ti dice: “Guarda che sei ancora in tempo a cambiare sala, di là sta per cominciare “Manuale d’amore” con la Litizzetto”.
Potrebbe essere un buon consiglio perché la differenza tra le due sale è divertirsi o soffrire. Anche la palestra governata da un vecchio Norman Freeman (oscar), squallida e mal tenuta ti induce a tenerti alla larga. Ma tu scegli di entrare e sei accontentato. Clint Eastwood (oscar) ti prende sulle ginocchia ossute da 37 anni ciascuna e comincia a incantarti come un suonatore di piffero. Perché è bella la storia che racconta., la stravolgente Hilary Swank (oscar) è Maggie, una ragazza che vuole diventare campionessa di boxe. Ne abbiamo visti tanti di sogni americani in pellicola, che siamo in grado di giudicare se funzionano. Ma Million dollar baby non è un sogno normale. Improvvisamente Eastwood devia dalla strada senza mettere la freccia e parte di corsa in salita, Sei andato a vedere “Manuale d’amore”? No? Allora beccati questo Nightmare senza Mister Kruger. Non puoi nemmeno andartene, perché nel frattempo ti sei innamorato (come amante o come padre, non so) di Maggie. Se la abbandoni sei un verme. E poi devi sapere come andrà a finire. Sullo schermo finisce come dicono nelle pagine di spettacolo dei giornali. In platea finisce con gli occhi umidi e con un gran vuoto allo stomaco. Se fossi a teatro te ne libereresti con un applauso da far male alle mani. Ma al cinema guardi lo schermo nero e te lo tieni tutto dentro.
25.02.05
Puoi commuoverti al cinema e poi dire che il film vale niente? Non puoi. E allora anche se uomo, anche se adulto, anche se laico e sufficientemente cinico, ammetti che Neverland ti ha fatto venire gli occhi lucidi.
C’è da chiedersi se procurare lacrime sia un valore per un film. Lo è? Se al cinema ci vai per consumare pop corn no, ma se cerchi emozioni la risposta è sì. Le lacrime valgono quanto le risate o la paura, l’ansia o la tensione. Puoi persino distinguere tra lacrime di gusto e lacrime di cortesia. Le prime sono quelle spontanee e copiose che ti prendono alla sprovvista, che non puoi neanche dire se il fim ti è piaciuto o no e ti limiti a muovere la testa per annuire (lentamente, se no cascano giù) e sono lacrime riservate per certi capolavori; butto lì: “luci della città”. Per le seconde il cinema è invece un’ottima occasione di cui approfittare per sbarazzarsi senza vergogna e al buio di certi dolori personali.
Non saprei dire il grado di potenza lacrimogena di Neverland, e passerei al film. Vediamo se c’è qualcosa che non va. Sì, c’è: Dustin Hoffman. Perché scomodare il maratoneta laureato per una parte piccola piccola? Niente da dire sulla sua interpretazione, ma bastava Pippo Franco. Chiunque avrebbe potuto recitare con qualità quelle poche battute che il copione riserva al personaggio.
Per tutto il resto non si può che dire bene. Bene i 4 bambini protagonisti, in particolare benissimo il piccolo Peter. Finalmente un bambino brutto sullo schermo dopo la figlia di Fantozzi. Si chiama Freddie Highmore e ha orecchie ed espressione imbarazzanti. Eppure forse proprio perché bruttino (ma certamente anche perché bravino) è il catalizzatore che ti fa inumidire gli occhi alla fine. Le donne sono due: Rhada Mitchell, la moglie uscente del protagonista, bona, e Kate Winslet, madre dei 4 brutti anatroccoli e aspirante nuova moglie del protagonista, nonché “Rose” di Titanic. Molto bona anche lei.
Il protagonista è Johnny Depp (molto bravo Johnny Deep. Piaci, anche se hai superato i 40 e quindi svegliarsi accanto a te la mattina, senza il trucco forse non è un’esperienza stupenda per la tua signora). In Neverland, Deep impersona J.M.Barrie, l’autore della commedia Peter Pan e il film è proprio la genesi della sua opera. Una trama debole debole, detta così e ti chiedi se davvero non ci si può sforzare di più per mettere insieme un’idea decente. Ma se non date retta a tutte queste sciocchezze e andate a vedere il film senza essere prevenuti potrete giudicare
01.02.05
La storia del cinema abbonda di grandi uomini, per lo più americani, come il grande Tuker o Howard Hughes. Individui geniali che coltivano sogni immensi. Grandi imprenditori che fanno girare il mondo e riescono a far lavorare gli altri con entusiasmo, fede e forza di volontà.
Anche se non sarebbe del tutto sbagliato abbatterli allo stadio placentare e disperderne le cellule staminali nel Seveso, taluni registi si ispirano a queste grandi Figure per girare film. Martin Scorsese, ad esempio, racconta la storia di Howard Hughes in “Aviator”, una pizza (leggi pellicola) farcita di bellissimi attori bravissimi, lungo appena 3 ore. Di Caprio fa bene quel che può, ma non è credibile con quella faccia da bambino naufrago. Nel cast fa un sacco piacere rivedere Alan Alda, il buon vecchio chirurgo protagonista dei telefilm “Mash”, nonché il perfido e sempre più adiposo Alec Baldwin. Qualcuno potrebbe intuire da queste note che il film è così così, ma non è vero: è solo lungo una mezza giornata di troppo. Sullo schermo vedi Di Caprio che delira nel buio per venti minuti e ti chiedi cosa hai fatto di male e cosa sia successo durante il montaggio. Allora immagini Martin Scorsese che deve fare i tagli al film e non ci riesce. Un po’ come se dovesse scolare la pasta: non trova le presine e quando le trova squilla il telefono e quando finalmente qualcuno mette la parola fine è tutto scotto.
Eppure grande successo in America dove “Aviator” ha vinto 3 golden globe e altri premi. Ottima critica anche in Italia dove viene raccomandato con 4 palline. In verità due palle sono più che sufficienti.
08.01.05
Scegliere di vedere un film d’amore di per sé non è uno sbaglio: è un rischio. È molto più facile mettere in scena un omicidio che simulare l’amore. Per cui, di fronte a “Closer, dramm. Quattro personaggi si amano e si lasciano si tradiscono e si perdonano in un girotondo di passione e sentimenti***” puoi sperare, ma non ci conti più di tanto.
Invece, fin dalle prime immagini capisci che sei finito in buone mani. Sono sicuramente quelle del regista, Mike Nichols, che 37 anni dopo “Il Laureato” dovrebbe essere morto o almeno fortemente rincoglionito, e invece ti confeziona un film che il giorno dopo è ancora lì che ti si replica in testa, ma sono soprattutto quelle di Patrick Marber, l’autore di soggetto e sceneggiatura. Chi è? Google ci dice che è uno scrittore. Ma scrittore dice poco. Dev’essere soprattutto uno di quei temerari che se arriva lo tsu-nami ci si tuffa dentro per poi dipingerti l’inferno senza usare aggettivi. Le parole con cui Jude Law e Natalie Portman cinguettano e si innamorano sono le stesse parole che usiamo tutti i giorni, ma ricombinate dall’arte di Marber diventano un’esperienza uditiva rara e preziosa. I dialoghi degli altri due protagonisti, Julia Roberts e Clive Owen sono talmente sintonizzati con il cuore che non hai bisogno di usare le orecchie per ascoltarli. Gli attori sono attori e naturalmente fingono, ma poi chissà? Fingono di fronte alla macchina da presa, ma per sapere che gli occhi di chi lascia il suo compagno sono così e quelli di chi viene lasciato sono cosà devono averli visti questi occhi.
Clive Owen, l’unico attore sconosciuto tra i quattro protagonisti, si pone un gradino sotto gli altri, ma è difficile dire se la responsabilità è sua o della voce del suo doppiatore. Un gradino sopra, invece, c’è Natalie Portman, bella da far male e atroce come solo una femmina ferita può essere. In “Star Wars, la Minaccia Fantasma” era la giovane regina Padmé Amidala, carina ma così algida e opaca che non le avresti dato un centesimo. Adesso il suo viso brilla di una luce tale che c’è solo da aspettare che invecchi per poterla guardare ancora.
22.12.04
Con quello che hanno speso per la campagna di lancio si sarebbe potuto ripianare il debito dei Paesi del terzo mondo. Per cui o ridi o ti senti in colpa. Ma le gags che ti fanno ballare la pancia (se ce l'hai) sono solo 5. Se sei bambino, le occasioni di risata diventano più o meno 25. La differenza non fa 20. La differenza sta nell'ingenuità dei piccoli e nell'astuzia degli sceneggiatori. Se Shrek scorreggia, i bambini ridono. Se a fare flatulenze è la principessa Fiona i bambini si rotolano per terra tra il pop corn. Qualunque trasgressione suscita ilarità. Gli screenplayers lo sanno e giù di schifezze: il moccio fa ridere, il cerume fa impazzire. Basta una caccola di Shrek e i bambini se la fanno addosso anche se avevano smesso già da un anno.
La cattiva notizia è che purtroppo nessun bambino ride così tanto da volare giù dalla galleria, e l'unico spettacolo rimane il film.
La buona notizia è che dura poco: un'oretta o poco più.
Il tempo però non vola quando senti Ciuchino, il fedele amico asinello, che recita, recita, recita e non fa mai ridere o quando ti accorgi che i suoi dialoghi sono presi da Auchan nel cesto di "tutto a 1 euro".
Ma tutto questo ha poca importanza, perché i bambini alla fine sono felici. Sono andati al cinema e soprattutto si sono divertiti davvero. Quando li intervisti, hanno gli occhi lucidi ed eccitati.
Ti è piaciuto? "Sì"
Cosa ti è piaciuto? "Tutto"
Mi dici cosa ti è piaciuto di più? "No"
Sembrerebbe che non ci sia nulla da aggiungere, ma due considerazioni si possono ancora fare. La prima: è possibile fare film per bambini che piacciano anche agli adulti. È il caso, per esempio, della serie di Harry Potter o di quell'opera geniale e irripetibile che è Toy Story.
La seconda: al cinema Ambra di Valperga può andarti anche peggio. Mentre in sala 2 danno Shrek, in sala 1 fai la fila per vedere “Christmas in love” di Neri Parenti con Christian De Sica. Anche lì parolacce e volgarità a palate (immagino), ma di odore decisamente più sgradevole. E di questo sono certo.
14.12.04
Se fosse un libro, una volta arrivato a pagina 2 lo rimetteresti nella sua carta regalo e penseresti a chi fare il pacco. Ma come si fa - dico - a costruire la prima scena di un film in questo modo: interno notte, un bambino si muove con circospezione in un solaio buio e polveroso. Fuori piove, anzi, tempesta, anzi, diluvia e ci sono i lampi. Il bambino prende un vecchio libro da un vecchio baule e lo sfoglia. Poi si gira e ZOMP! Dietro di lui, improvvisamente appare qualcuno e naturalmente costui non si limita ad apparire e stop. No, si fa annunciare da una scarica di decibel che ti tirano su dalla sedia. Ma basta! Questo delle apparizioni alle spalle è un trucco che abbiamo subìto talmente tante volte che non fa più paura, fa rabbia.
Un po' incazzati voltiamo pagina e vediamo che succede. Beh, diciamo che da pag. 3 il film si riprende. Il regista, tal Jon Turteltaub, deve essersi accorto di aver scritto un incipit da cretino e rimedia confezionando un film godibile e piacevole. Nicolas Cage è un ottimo protagonista, ma le battute più felici sono messe in bocca a Justin Bartha che è uno della squadra dei buoni. Di questo team fa parte anche la bella di turno, Diane Kruger, “Troia” è il film con Brad Pitt in cui la ricordiamo splendidamente Elena. Ci sono anche i cattivi, dei quali il più cattivo è Sean Bean. Come Gambadilegno sa fare solo il manigoldo, Sean Bean sa fare solo il cattivo. È il collega traditore di 007 in "Goldeneye", è il terrorista che vuol far secco Harrison Ford in “Giochi di potere” è il criminale che rapisce la moglie di M. Douglas in “Don't say a word”. Ne “Il Signore degli anelli” sembra buono, ma solo perché lo ammazzano prima che possa fare danni.
La storia è una appassionante e ben riuscita caccia al tesoro. È paradossale che si svolga in America, che si sa, non ha una storia molto antica, ma meglio così: mal si sopporterebbe la marmellata di patriottismo di cui è farcita la sceneggiatura se fosse ambientato in Europa. Ultima cosa: “Il mistero dei Templari” è un film della Disney, la quale in questo momento non gode di grande simpatia, essendosi data da fare mica poco per ostacolare l'uscita in America di “Farenheith 9/11”. Tuttavia il debito di riconoscenza verso la Disney accumulato in questi settant'anni è tale che si può perdonarle tutto. Poi è Natale. Buon film a tutti.
23.11.04
Quando un film ha la capacità di spostare l’attenzione da se stesso alla storia di cui parla ha già sicuro il 18 in tasca. In più, “The Manchurian Candidate” può contare su un cast che porta altri punti: Meryl Streep è in gran forma, Denzel Washington sembra sempre il fratello nero di Barbie, ma meno del solito (meno plasticoso, non meno nero), mentre Liev Schreiber, un attore quasi sconosciuto, fa venir voglia di incontrarlo ancora. È lui il Manchurian Candidate, un candidato alla vice presidenza degli Stati Uniti molto particolare, dal momento che la sua volontà è controllata bio-tecnologicamente da un occulto gruppo di potere.
Come si può immaginare l’idea del film cammina in bilico sul sottilissimo confine tra tecnologia e fantascienza. È quindi normale che barcolli, sbandi e inciampi. Tuttavia un secondo prima del ridicolo ha la capacità di rimettersi in piedi (cosa che ad esempio Sandro Bondi che è un politico telecomandato non sa fare), grazie ad una sceneggiatura azzardata, ma controllata e a un regista che sa cosa sono le misure.
Non volendo chiedere altre prestazioni ad un film che non siano quelle di intrattenerci e, possibilmente, di dirci qualcosa, possiamo congedare “The Manchurian Candidate” con un onesto 24. Se avesse mini gonna e occhi azzurri anche 26.
03.11.04
Il regista è Shyamalan. Lo stesso Shyamalan de "Il sesto senso". Ora, non so voi, ma io "Il sesto senso" quando l'ho visto la prima volta, l'ho visto anche la seconda. Voglio dire che alla fine del film ho riavvolto la cassetta e me lo sono ruminato per intero, senza neanche un bicchiere d'acqua tra bomaso e abomaso. Ricordo poi di non aver dormito, preso da quel senso di stordimento ed eccitazione, impotenza e invidia che è il sentimento normale di una mucca nei confronti del genio. (La metto tanto sul personale perché "Il sesto senso" è il mio film preferito).
Torniamo a Shyamalan. Dopo aver scritto la Divina Commedia, ha firmato prima Umbreakable con Bruce Willis e poi Signs con Mel Gibson, due film che si possono vedere, ma se sei il regista de "Il sesto senso", ti abbassano la media. Poteva ancora ritirarsi, era in tempo. Come Zoff dopo il successo dell'82 si è messo a fare l'allenatore, Shyamalan poteva fare l'allevatore. Invece arriva "The Village", con Joaquyin Phoenix (Commodus ne "Il Gladiatore") William Hurt, Sigourney Weaver e Bryce Dallas Howard, la figlia del celebre Richie Cunningham. Grandi attori, bravi attori, ma la storia?
La storia, purtroppo, mostra i sintomi di encefalopatia spongiforme bovina: zampe che si piegano alle verifiche della logica, umidi muggiti nel bosco, un senso di ansia leggero come camomilla al bar. L'unica vera inquietudine la provi quando ti sembra di vedere un pezzo di "The Blair Witch Project" e il brivido che senti è in parte dovuto alla mancanza di originalità e in parte al ricordo dell'angoscia spessa come fango che la strega del bosco di Blair distribuiva in platea.
"The Village" per stupirti con qualche novità si inventa le spiegazioni finali, come un detective qualsiasi che ti dice chi era l'assassino e perché. E tu non capisci lo stesso, non per carenza di Q.I. (anche), ma perché ti rifiuti di accettare delle spiegazioni banali e insostenibili. Ma si raccontano ancora così le storie? Non eravamo d'accordo che il regista ti dava solo una spinta e poi dovevi cavartela da solo, traendo le maggiori soddisfazioni dal suo prodotto?
Il sospetto che ti prende uscendo e passando davanti alla cassa dove la gente si pesta le Nike per prendere gli ultimi posti del secondo spettacolo è che Shyamalan sia sceso a compromessi con la sua arte. Che sfrutti con inerzia e senza lena la strada in discesa del suo nome e del suo successo personale, quella che porta dalla più grande idea mai vista sullo schermo a nessuna idea, dalle stelle fin dentro le stalle a mungere i poveri spettatori.
19.10.04
Supine o prone. Le comparse di “Collateral” hanno visto la macchina da presa soltanto così, vuoi perché scaraventate dalla finestra, vuoi perché sforacchiate dai proiettili dell’infallibile Vincent, il killer nato il 4 luglio: Tom Cruise.
Non è comunque la violenza l’elemento che più colpisce in questo film (e dire che ce n’è per tutti i gusti). Non è nemmeno l’inquietante angolo di ripresa che ricorda tanto il super violento video game per PC e Play Station “GTA” (stesse inquadrature dallo zenit, stessa carica virulenta). Non è nemmeno la piacevole sorpresa di vedere un attore afro americano (Jamie Foxx) che per una volta non è Denzel Washington.
Le luci, l’atmosfera, la regia? Sono da Oscar, ma non sono nemmeno quelle a colpire.
I dialoghi, la sceneggiatura sono più che decenti, ma non ci siamo ancora.
Che cosa colpisce, allora, in questo film?
...
Dunque?
...
Esatto: niente. Ecredo sia perché manca qualsiasi tentativo del regista di mettersi in comunicazione con te per dirti qualcosa. O meglio, ci prova, raccontandoti qualche frammento di vita del coraggioso tassista nero, ma dopo il primo squillo riattacca e tu resti lì ad aspettare che richiami.
Non che un messaggio sia obbligatorio in un film giallo, ma farebbe piacere.
Ti resta come unica consolazione quella di non essere morto come le innumerevoli vittime di Vincent. Un film che se lo vai a vedere, bene. Se non lo vai a vedere: bene lo stesso. La prova? L’avrai tra due anni, quando affittando per sbaglio il DVD ti chiederai se lo avevi già visto, questo “Collateral” e non saprai darti una risposta.
Nella “stanza del figlio” sei un genitore e soffri, in “Kill Bill” sei black mamba e godi ad uccidere. In “io non ho paura” sei un bambino coraggioso, in “salvate il soldato Ryan” sei un marine e hai paura.
Ne “la mala education” sei solo uno spettatore.
Almodovar gode di un fido artistico così ampio che potrebbe farti vedere lo schermo nero per due ore e non gli chiederesti indietro i soldi del biglietto. Ma dimenticarsi di coinvolgerti nel film è un peccato che non basta un Padre nostro.
Ne “La mala educacion” manca quell'effetto Vorwerk Folletto che ti tira dentro a tanti altri film, compresi quelli di Almodovar stesso.
Non coinvolge non perché parla di omossessuali: se riesci a immedesimarti in un personaggio 3D della Pixar di nome Woody con la voce di Fabrizio Frizzi, puoi benissimo entrare nel ruolo omo. Non è questo. Non sono nemmeno le scene di sesso a imbarazzare e a distrarti. Temo che il distacco con cui i protagonisti ti guardano derivi da una storia troppo privata: i personaggi hanno delle brutte partite da sistemare e non ti lasciano lo spazio per entrare. “Stanne fuori, non t'impicciare” sembrano dire. E così sia, con la pellicola che scorre sui rulli un po' algida, persino nei colori.
Il film si può vedere lo stesso? Certamente sì. Già il cast, come sempre nei film di Almodovar, è uno spettacolo compiuto, ma vale la pena andare al cinema anche per essere testimoni di un'opera importante. La mala educacion non è una fotografia a colori che descrive una superficie più o meno complicata. È un documento, una TAC azzurrina che ti mostra le interiora e tutto quanto c'è di marcio. E scoprire che in un tumore non c'è poesia, non stupisce più di tanto.
14.09.04
Se segui la ricetta e il buon senso la tua crostata non può riuscire male. Quindi, se in un film impasti una storia originale, condisci con un po’ di sentimento, aggiungi un buono e un cattivo, utilizzi attori di prima qualità e guarnisci con ottimi caratteristi, il fim verrà sicuramente bene.
The Terminal però va oltre. Intanto il cuoco è Steven Spielberg, la persona a cui ognuno di noi deve un pezzetto della sua vita, essendo questa composta anche dai film che abbiamo visto. La ricetta è di Jeff Nathanson, e Sacha Gervasi, due sceneggiatori di cui spero di trovare presto altre specialità d.o.c.g., d.o.p. e i.g.p. La materia prima è Tom Hanks, che è talmente grande che regge il film da solo, nonostante l’aromatica Catherine Zeta-Jones, (che non è moglie di Indiana Jones) e come hostess non vale nemmeno i tacchi a spillo di Vanessa Incontrada in “A/R andata e ritorno”. Ma a parte la Jones, che ha la sola colpa di essere accostata a Tom Hanks (una pastiglia Valda contro una pastiera napoletana) il film è delizioso. All’inizio temi che The Terminal sia la metafora di qualcosa, della vita stessa, forse, ed è panico. Che fai se non cogli il messaggio dietro il messaggio? Fai finta di aver capito e copi dal vicino di banco? Poi però ti rendi conto che Spielberg ti sta semplicemente raccontando una favola e ti lasci prendere dalla commedia che raggiunge momenti esilaranti. Tanto che scopri con raccapriccio di avere qualcosa in comune con i buzzurri-capelli-arancioni-e-Nokia-acceso-tutto-il-tempo di Valperga Canavese, visto che si rovesciano anche loro sulle poltrone dalle risate. Il fenomeno dipende dal fatto che Spielberg è un genio della comunicazione e utilizza un linguaggio che tutti possono capire. No problem: appena fuori dal cinema passa tutto.
01.09.04
Sono 2 giorni che penso da quale verso prendere la recensione di Fahrenheit 9/11 e tutti mi sembrano sbagliati. Credo che sia perché si può recensire un documentario di Super Quarck, ma non un atto politico come questo.
I giudizi sul montaggio e la regia non hanno alcun senso in questo caso. Quindi, con Michal Moore si può essere solamente d’accordo o in disaccordo. Io ho la fortuna di aver scritto un mio commento sul tema in data 1/4/2003 all’inizio della guerra in Iraq, quando Aldo Forbice da Zapping su Radio RAI1 toglieva la parola a tutti quelli che telefonavano per dirsi contrari al’invasione americana e mentre Bruno Vespa si sfregava le verruche sulle mani pregustando le immagini terribili che avrebbe avuto a disposizione per il suo Porta a Porta nelle settimane a venire. (Peggio delle immagini secondo me sono le sue interviste agli esperti. E gli esperti sono peggio ancora).
Mandai quel pezzo a pochi amici che avrebbero continuato a leggermi anche se entravo, non invitato, nella loro sfera privata.
Oggi lo invio a tutti, sperando che continuino a leggermi:
“Nessuno ha chiesto la mia opinione, ma io ve la do lo stesso perché sono troppo incazzato per tenermela. Dovrei essere addolorato per le vittime della guerra, e lo sono, ma non quanto sono infastidito, stizzito e arrabbiato per il comportamento degli americani.
I tentativi, peraltro smascherabili con un minimo di ricerca, di farci credere che la guerra all’Iraq sia una guerra di liberazione sono un insulto all’intelligenza media di un europeo medio.
Guerra preventiva? Ritorno della democrazia? Ma come si permettono?
Il loro obiettivo è avere il potere sul mondo. Basta documentarsi, senza scomodare la sinistra e i pacifisti per scoprire come il percorso americano alla conquista del petrolio del medio oriente sia iniziato trent’anni fa, con Carter e Kissinger e passi necessariamente dal controllo di Iraq e Arabia Saudita. Man mano che si esaurisce, il petrolio diventa sempre meno un combustibile e sempre più un elemento determinante del benessere e del potere internazionale. Dal petrolio di Arabia e Iraq dipendono in parte oggi, e dal 2020 dipenderanno totalmente, Europa, Cina e gli Stati Uniti stessi.
Avere il controllo su quel petrolio vorrà dire avere il controllo sul mondo. Il resto sono pretesti. Sostenere che si sta compiendo un gesto umanitario non è credibile. È come se domani io raccogliessi un biglietto da 100 euro per terra non per mettermelo nel portafoglio, ma per tenere pulito il marciapiede.
Per cui sono incazzato. Con il governo americano, ma anche con i giornalisti e politici italiani che sostengono le tesi americane Delle due l’una: o mentono oppure ci credono, ma in questo caso si comportano come quei begli americani grassi, chiassosi e vuoti dentro, che ridono e si divertono a Disneyland quando passa il pupazzo di Topolino che fa ciao ciao con la manona. E a me, francamente, questi americani incoscienti, che ridono per niente, fanno una gran tristezza”.
A.C. 1/4/03 - 2/9/04
27.07.04
Va bene che dalla kidman accetto tutto. Va bene che siamo a luglio e in estate al cinema è bassa stagione. Va bene che da un remake non devi aspettarti originalità. Va bene tutto, ma ne “la donna perfetta” non va bene niente.
Prima cosa: è una commedia? È una domanda: è una commedia? Se la risposta è sì andiamo male perché non fa ridere. Tenta di passare un messaggio importante? Lo chiedo perché ogni tanto in sala ti sembra di percepire qualcosa, come un tentativo del film di mettersi in contatto con la tua coscienza, ma quando apri la porta non c’è nessuno. Ribussa, riapri, niente. Così fino alla fine, e ti poni la domanda: ma il regista (si chiama Oz) vorrà mica dirmi qualcosa? Probabilmente sì, ma è così confuso! tant’è che dopo un po’ ti chiedi se sei indietro tu che non afferri, o se proprio ha toppato lui. Credo sia giusta la seconda. Purtroppo se smetti di scervellarti e rinunci a capire le metafore ti tocca seguire la trama. E allora va proprio male perché non solo non c’è niente da seguire, ma si susseguono delle scene che puoi perderti e vivere sereno il resto dei tuoi giorni, tanto nessuno mai ti metterà in imbarazzo citandoti qualcosa di questo film.
Nicole kidman la salvo come atto di fede. Nelle prime inquadrature è ripresa in primo piano e il labiale è così fuori sincrono che bisognerebbe prendere il direttore del doppiaggio e fargli seriamente del male. Gleen Close è brava, anche tanto brava, ma è anche tanto invecchiata, che non puoi fare a meno di confrontarla con la pazza ninfomane di attrazione fatale. Lasciamo perdere Christofer Walken e spendiamo 2 parole su Matthew Broderick. Sapete chi è? È il ragazzino di War Games e Godzilla, quello con la faccia da superbravo ragazzo. Solo che qui fa il marito della Kidman, ha 20 anni di più e 20 chili di troppo. Il risultato è un poveretto con una parte da stupido e una faccia da coglione gonfiato. Ecco cosa deve aver pensato mia moglie di me, che l’ho trascinata al cinema per vedere questo film: coglione!
10.07.04
Quando ero bambino mi ammalavo spesso e molto volentieri in novembre, perché negli anni sessanta esisteva il Salone della Tecnica di Torino, e durante i giorni del salone davano dei film di mattina sul primo canale. Erano sempre gli stessi tutti gli anni.
Me ne ricordo 3: “Birra ghiacciata ad Alessandria”in cui un’ambulanza dell’esercito attraversava il deserto durante la guerra, “Catene”con Amedeo Nazzari e Ivonne Sanson e “La signora omicidi” con Alec Guinness e Peter Sellers.
Ecco, stasera, dopo pochi minuti di “Lady Killers”dei fratelli Coen, con Tom Hanks protagonista, ho capito che stavo vedendo il remake della “signora omicidi”
Mi sta proprio bene, così la prossima volta che nasco sto più attento a scuola durante le ore di inglese e la prossima volta che vado al cinema cerco di prepararmi leggendo almeno una recensione.
Sono seccato perché ritengo i remake un genere del tutto inutile. Non ho ancora visto un rifacimento che sia venuto meglio dell’originale e secondo me non è neanche possibile. Se il film è bello è bello perché racconta un’idea. Se l’idea è buona può essere narrata in bianco e nero, può avere un sonoro da paura, ma il film ti prende. Qualsiasi rifacimento, viceversa, fa i conti con un’idea che ha già dato. È come una barzelletta che hai sentito e che ti ha divertito molto. Se te la raccontano una seconda volta ridi per educazione o per riflesso, ricordandoti quanto hai riso genuinamente la prima volta, ma emozioni zero virgola zero. Per i film è lo stesso: l’emozione è già consumata, legata indissolubilmente a quella prima interpretazione. Ed è lo stesso per le canzoni. Sentire “la canzone del sole” o “Bocca di rosa” rimixate e riproposte da una semi sconosciuta scollacciata in una afosa serata televisiva provoca coliche epatiche anche se la suddetta ha una bella voce.
Lasciateci Battisti. Lasciateci De André. Abbiamo la fortuna di averli avuti in un periodo tecnologicamente già ben attrezzato e le loro canzoni le possiamo riascoltare quando vogliamo, e possiamo continuare a nutrirci con le emozioni che hanno creato. Immortali, inimitabili e, ahimè, irripetibili.
07.06.04
Da bambino, da adulto, e soprattutto da fan, devo ammettere che “Il prigioniero di Azkaban” ha un problema: taglia via veloce su molte scene. Prima le costruisce in maniera superba e in modo tale che ti chiedi quando il regista ti è penetrato nella mente per ispirarsi. Poi però le tronca. Ma come? Il lupo mannaro è esattamente quello che mi ero immaginato, il professor Lupin ha la faccia giusta, “l’expecto patronum” è come quello che faccio io, è tutto perfetto... cos’è tutta ‘sta fretta?
È come se un cameriere ti servisse un vassoio di patatine fritte, ma lo togliesse subito per far posto alle ciliegie. Ma poi via anche quelle. Perché questo? Forse per non superare le 2 ore di proiezione, oltre le quali i bambini in sala non reggerebbero? È così? Ma allora chi se ne frega dei bambini. Che si fottano e restino a casa. Non solo io pago il biglietto intero e loro ridotto - e già per questo avrei diritto a vedere un film intero e non ridotto - ma poi in sala non faccio casino, contengo le esclamazioni meglio di loro, non mi viene sete, capisco tutto e non faccio domande idiote.
Gianluca Nicoletti su Golem afferma che Harry Potter è una scusa per tenere aperto un canale di comunicazione con i propri figli. Altri sostengono il contrario, ovvero che i figli siano un ottimo pretesto per gli adulti che desiderano vedere Harry Potter.
È vera soltanto la prima: con i libri e i film di Harry Potter, effettivamente, gli argomenti in comune con i figli si moltiplicano. Invece non condivido l’imbarazzo nell’avvicinare Harry Potter senza essere accompagnati da un minorenne per ogni mano. L’unica vergogna che un adulto dovrebbe provare, mentre magari alla cassa opta per un’altra sala, è quella di non essere più capace a sognare.
01.06.04
Questi gli attori: Dennis Quaid, Jake Gyllenhall, Emmy Rossum, Dash Mohok, Jay O. Sanders, Sela Ward, Austin Nichols - se ne conoscete uno fermatemi - Arjay Smith, Tamlyn Tomita, Sasha Roiz, Ian Holm.
Perché non c’è nemmeno un divo? Forse perché sono occupati in altre produzioni, forse perché costano troppo, forse perché possono permettersi di dire di no. Se per fare l’attore ci vuole talento, per recitare in un film appartenente al genere “catastrofico” ci vuole soprattutto coraggio, perché il ridicolo è sempre in agguato.
Questo “alba del giorno dopo” il grottesco lo tiene a bada grazie a una sceneggiatura sufficientemente curata (ho sentito dialoghi peggiori in film migliori) e a effetti speciali più che speciali. Anche gli attori si impegnano e fanno il possibile. Nella classifica dei film catastrofici possiamo spingerci fino ad attribuire a “the day after tomorrow” persino l’Oscar, ma dopo qualche giorno la patina dorata si screpolerà e verrà via come forfora, perché sarà sempre un Oscar di serie B. È proprio il genere che non è in grado di comunicare. Magari ci prova a trasmettere un messaggio, in questo caso un avvertimento ecologista, ma si vede che è solo il pretesto per far vedere tanta gente che muore. È questo che riempie le sale. Cosa volete che gliene freghi al pubblico del cinema Margherita di Cuorgné del buco nell’ozono o del protocollo di Kyoto? È invece gratificante vedere masse di persone assiderate. Non è emozionante come il crollo delle torri gemelle, ma ci va vicino. Fino a quando assisteremo alle catastrofi da spettatori avremo la conferma del fatto di essere vivi. È questo il succo, amaro, ma umano. Perciò non vedo l’ora che sia venerdì 4 giugno per rifugiarmi ad Hogwards, protetto dalla magia di Harry Potter.
27.04.04
I doveri nella vita sono altri. Tuttavia “Kill Bill vol 2” non è solamente piacere. Se cercate il piacere puro tornate a vedere Kill Bill, che una volta sola non basta. Il volume 2 ha un pregio e un difetto: il pregio è di dirci come va a finire la vendetta di Uma Thurman. Il difetto è di dircelo. Mi spiego: c’è David Carradine che definire “grande” significa essere poveri di vocabolario, ci sono dialoghi che definire “perfetti”
vuol dire non sapersi esprimere, ma ci sono anche spiegazioni che definire esagerate significa che in realtà si vorrebbe dire “pallose”.
Ti aspetti di essere travolto da un ciclone di idee e finisci che apri l’ombrello per ripararti da un temporale di inizio stagione.
A scanso di equivoci, stiamo comunque parlando di un film che sta su un altro pianeta, per come è pensato, scritto, diretto e fotografato, per cui, prima di andare a vederne un altro guardatevi questo, che ha l’unica colpa di essere costretto a portare un finale. Ho sentito dire da molte persone che sono interessate a Kill Bill Vol 2, ma aspettano l’uscita del DVD del primo, in modo da vederli in sequenza. ...Mhm... Non so. Si potrebbe anche pensare il contrario: vedere prima il 2, e poi l’uno per finire in gloria.
È un’idea, che definisco balorda volendo proprio dire che è balorda. Ma chissà.
26.04.04
Ho lasciato Torino un anno fa e ogni tanto me ne pento. Ieri sera, per esempio, al cinema Ambra di Valperga, con mia moglie, a vedere Kill Bill. Del film parlo tra breve, del vicino di sedia, parliamone subito: commenti, esclamazioni, battute al ritmo di una ogni cinque minuti, anche nelle scene più coinvolgenti. Volgarità sui titoli di testa, idiozie costantemente fuori luogo. Il tutto non due file più avanti o tre indietro, ma proprio di fianco a mia moglie, e con la quasi certezza che si tratti di un gradasso in cerca della rissa.
Ma nonostante il disturbo, il film l’ho inghiottito lo stesso. Dico inghiottito perché Quentin Tarantino non si può centellinare: lo butti giù tutto d’un fiato; la sete di creatività e di arte è tale, nel deserto della banalità, che quando trovi il frigo aperto, bevi a garganella, con l’acqua che ti cola giù e gli occhi chiusi. Metaforicamente, si intende, perché di questo Kill Bill non si può perdere un solo fotogramma. Quando credi che una scena abbia dato tutto quello che poteva, quando ritieni che la creatività più di così non si può, quando pensi di aver capito cosa sta per accadere, quando sei convinto che la genialità debba per forza avere un limite, quando sei dentro a tutto questo, ti rendi conto che sei solo all’inizio di una ripida vertigine che, precipita? No sale in un abisso di intelligenza pura, dove l’invenzione si somma alla trovata e l’estro fa da trampolino all’innovazione. Se da un film cerchi idee ed emozioni forti e pretendi la presa di distanze dai luoghi comuni, con Kill Bill trovi piena soddisfazione. Di più: se in qualche modo di senti parte del mondo della comunicazione e tenti un paragone con lui, in una scala da 1 a 1000 ti accorgi che Tarantino è a 1200 e tu a 18 meno meno. Ti senti piccolo, ma non umiliato, perché Tarantino è talmente fuori scala che la comparazione è nulla per vizio di misura.
Esagero? Andatelo a vedere.
Intanto - mentre il cretino continua la sua cronaca per una platea di pavidi con lo scrivente in testa che non lo zittisce - la pellicola si srotola e tu ti identifichi in Uma Thurman e sei pronto ad ammazzare per lei. Ti rendi conto che non può mancare molto alla fine e cominci a innervosirti perché tra breve staccheranno la spina e tornerai nel mondo del cretino. La sua costanza nel disturbare un intero cinema è ammirevole. Mancheranno sì e no cinque minuti alla fine, ho resistito fino ad adesso, potrei prudentemente sopportare ancora un poco, ma non voglio e non ce la faccio. Mi sporgo e finalmente gli dico, seccato e stizzito: “Adesso basta, la finisca per favore!” Si alza e mi spara come nella prima scena del film? Mi accoltella come nella seconda? Mi strappa il cuore, mi rompe il naso? Mi trapassa con la spada da Samurai? No, risponde semplicemente “Mi scusi” e tace. Ma vaffanculo!
12.04.04
Quello che fa rabbia è la quantità di bambini presenti alle 21.30 nella sala Ambra 1 di Valperga. Possibile che i genitori non abbiano letto nessun articolo su questo film? Oppure, peggio, ne hanno sentito parlare e allora, oltre alla colpa per aver portato i figli a vedere un film prodotto dall’AIDO e sponsorizzato dall’AVIS, c’è anche il dolo? Fatto sta che la sera di Pasqua la bigliettaia manda via la gente perché i posti sono esauriti e le scorte di plasma anche. Ci sono tutti: ragazzine, coppie di fidanzati, facce da buzzurri, facce da intelligenti, anziani, tutti.
Con cinque minuti di ritardo, il film inizia. Per chi ha letto il libro non c’è nessuna novità. Il soggetto di Luca, Matteo, Giovanni è rispettato: fu crocefisso, morì e fu sepolto. Quello che i vangeli risparmiano e Mel Gibson no, sono i close-up sul derma del Cristo esposto in tutti i suoi strati dalle fruste e dal flagello, le bastonate sulla corona di spine per farla penetrare bene nella testa e la quantità di sangue sparso lungo la Via Crucis. Sì, ha ragione chi afferma che Gibson ha esagerato. La fustigazione e il cammino fino al Calvario insieme fanno mezzo film (un’ora su due). Troppo per chiunque, perché le sequenze sono drammaticamente perfette, ma alla lunga, tra le piaghe della pietà si insinua un inquietante senso di noia. Ciò detto, ciò premesso e ciò avvertito, il film secondo me è da non perdere. Non si è mai visto un demonio così bello come quello di “La Passione di Cristo” non si è mai vista e non si vedrà mai più la Bellucci recitare in modo decente, non si è mai visto un film in aramaico, una lingua morta e incomprensibile che è bella proprio perché morta e incomprensibile. I Sassi di Matera sono la Palestina che abbiamo sempre immaginato e il soprannaturale è centellinato in un sobrio distillato di effetti speciali.
Anche il finale è fedelissimo alla sceneggiatura originale: Cristo risorge e lascia il sepolcro. Schermo nero. Luci in sala. Sento una ragazzina che grida due volte: “Fede!” Mi volto. L’invasata si trova tre file indietro e si sta infilando dentro un piumino per affrontare il freddo che l’attende fuori. Insiste: “Fede!” Ma non guarda in alto con lo sguardo da Bernadette: fissa un punto preciso tra la folla. Fede, che infatti si trova alcune file più avanti, la sente e si volta. “Fede, ti è piaciuto?” Fede fa spallucce, si vede da qui che ha l’occhio umido. “Boh, te lo dico dopo”. Poi si riprende e aggiunge con una smorfia eloquente: “Oh, ma quanto è fico Gesù?”
21.03.04
La trama di “Non ti muovere” è nota. C’è una ragazzina in rianimazione, più di là che di qua e il padre, in sala d’aspetto, che rievoca una passata storia d’infedeltà coniugale. Inoltre quasi tutti abbiamo almeno un amico che ha già visto il film e ha confessato di aver pianto in sala. E allora, se siamo avvertiti, perché andiamo a comprarci un paio d’ore di sofferenza? Sono così rari i dispiaceri nella vita reale?
Temo di no. Credo che il motivo per cui si sceglie di vedere un film drammatico derivi proprio dal fatto che il nostro bagaglio di esperienze personali ci rende capaci di comprendere e assimilare anche il dolore raccontato dagli altri, e se è raccontato bene, ci consente di viverlo con intensità e di trarne emozioni utili come nutrimento, confronto, comunione o anche solo come richiamo antitetanico.
Poiché “Non ti muovere” è raccontato bene, le possibilità di immedesimazione sono molte. Puoi scegliere se essere un padre diperato, un marito disperato, un amante disperato, una moglie disperata o una ragazza oltre ogni disperazione. In tutti i ruoli maschili c’è Sergio Castellitto. Le donne, invece, sono Claudia Gerini e Penelope Cruz. La Gerini è particolarmente brava nella parte della moglie che forse non sa, ma che invece probabilmente sa, ma la Cruz è ancora più brava e credibile nel ruolo di Italia, una ragazza vissuta a surgelati e miseria. Castellitto attore è grande. Castellitto regista, invece, poteva limitare le scene in cui si fa la Gerini e quelle in cui si fa la Cruz (ma come biasimarlo?) e chiudere meglio il film tirandone con maggiore cura tutti fili. Va comunque lodato per aver creato un angolino ad accesso qualificato per quelli che in questo particolare periodo, nonostante gli inviti , le antenne e le proposte, non riescono a trovare una gran voglia di ridere.
14.03.04
C’è questa storia per cui quando stai per morire vedi te stesso dall’alto. La chiamano esperienza extracorporea. Ecco, l’altra sera mi è successa una cosa simile al cinema di Valperga. Guardavo “E alla fine arriva Polly” e siccome la trama non è travolgente, non potevo fare a meno di pensare a che cosa avrei potuto scriverne. L’inizio è pesante, con Ben Stiller che parte sgommando su un’auto scoperta, ma va indietro invece che avanti e finisce in mare; una trovata che Stan Laurel e Oliver Hardy escogitarono nel 1931 e dismisero già nel 1935. Invece gran risata in sala e io col broncio a fare l’autopsia del film in tempo reale. All’ingresso, in effetti, non mi era sfuggita l’entrata di stormi di ragazzini cresciuti senza Stanlio e Ollio.
Ma poche scene più tardi, ecco che l’inquietante fenomeno si manifesta. Mi volto a sinistra e nella poltroncina accanto vedo me stesso, che traballo e rido come un matto. Le scene comiche si accavallano, una più scontata dell’altra e io da una parte prendo le distanze dal film, dall’altra mi scompongo in convulsioni con risate magnitudo 5,5. Annoto ancora che Ben Stiller non ha messo su una ruga (e io tante) da quando ha fatto “Tutti pazzi per Mary”, e che Jennifer Aniston è proprio gnocca, ma l’alterego disturba troppo, sguaiato com’è, e devo smettere.
Ma non fa niente, perché nel frattempo ho capito che il taccuino mentale con “E alla fine arriva Polly” non serve. Dunque lo abbandono e mi ricongiungo con l’altro me stesso, consapevole che questa volta ha ragione lui: non c’è niente da dire o da scrivere su questo film se non che fa morire dal ridere.
06.03.04
I panini al salame sembrano vecchi anche appena esposti nella vetrinetta del bar. Non è questione di conservazione, ma di moda. Se dominavano la scena da semi-monopolisti fino agli anni 70 o poco più, oggi la loro quota di mercato è precipitata a causa della concorrenza dei più attuali e sofisticati “misti” con formaggi spalmabili e speck, foglia di insalata e maionese, o dei cremosi “tonno e carciofini”.
Per i film western è la stessa cosa. Quando ne esce uno nuovo ci si chiede che sapore potrà mai avere che non conosciamo già. Ciò è vero anche per questo “Terra di Confine”, film di Kevin Costner con Kevin Costner e Robert Duvall. Ma anche se il pane è un po’ stantio e il salame trasuda unto, il film si fa addentare volentieri. I paesaggi sono talmente belli e nuovi che ti chiedi se sono veri o ricreati in elettronica. I personaggi, un vecchio cow boy e il suo maturo aiutante sono di pasta dura, ben amalgamati. C’è persino qualche battuta felice, inserita coraggiosamente nei momenti di tensione. Ci sono i buoni e i cattivi. Insomma c’è tutto quello che serve per fare un ottimo panino al salame, fino alla resa dei conti e alla sparatoria finale. Qui bisognerebbe avere il buon senso di dire “scusi, mi fa passare? Sono sazio, esco.” e lasciare il cinema. Perché, a pistole ormai fredde, iniziano i venti minuti più indigesti della storia del cinema western. Kevin Costner regista sente che il suo panino è insipido e decide di aggiungerci qualche ingrediente: senape? maionese? No, marmellata alle fragole. E così ti serve un finale all’americana, farcito di sentimenti fuori luogo, dolciastro e nauseante, tanto che quando arrivi a casa ti tocca aprire il frigo e accendere la televisione per mandarlo giù.
05.03.04
Partiamo dalle tette. Sì, perché se non avessi sentito dire che nel film c’erano le tette di Meg Ryan sarei rimasto a leggere a casa, incollato alla stufa.
Partiamo dalle tette della Ryan anche perché probabilmente sono l’unica cosa probabile e credibile di questo “In the cut”. Tutto il resto non sta su. Il produttore: non so chi sia, non me ne frega niente, ma è certo che ha studiato marketing sulle dispense Del Prado; ha deciso di posizionare il film sull’erotico di lusso, conoscendo la forza del richiamo delle tette su gente come me e si è disinteressato di tutto il resto. Il regista: non so chi sia, non me ne frega niente. So che ha tentato di costruire un giallo a luci rosse ammiccando al noir. Gli è venuto fuori un brown molliccio, bilioso e maleodorante, con troppe scene buie, tanto ingiustificate quanto di moda. L’operatore: all’improvviso, verso metà film si inventa delle inquadrature che tagliano via testa e piedi; belle nella loro drammatica simmetria, ma purtroppo già viste nei film 8 mm girati da mio padre nel’62. Il producer: (se c’era) deve aver lavorato affinché regista, operatore e sceneggiatore non si incontrassero mai. Lo sceneggiatore: sarebbe bello sapere chi è per evitare ulteriori incontri; ha scritto un film in cui c’è un serial killer che decapita le donne, ma poi non spiega perché. Sua madre usava uno smalto per unghie che non gli piaceva? Suo padre era in realtà suo fratello gemello? Non si sa. Alla fine si scopre solo che l’assassino era uno e non un altro. The end, schermo nero (cioè un pelo più scuro che durante il film) titoli di coda e tutti che si lamentano in sala. E con grande ragione. Perché “In the cut” non delude, irrita. Non è un film riuscito male, è una presa in giro: un bond Parmalat, un’estorsione per tettofili e, insieme, un insulto alla cultura gialla che ci siamo fatti in decenni di cine. La speranza è che il passaparola funzioni e che pochi altri si facciano fregare 6 o 7 euro da costoro. E lei? E Meg Ryan? Fa parte anch’essa del complotto o è una vittima? Poiché mi è sempre piaciuta molto le lascio il beneficio del dubbio e sono pronto a metterci una pietra sopra. A patto però che lei non si rimetta il golfino.
Chi ricorda “Un uomo chiamato cavallo” “Piccolo grande uomo” e “Balla coi lupi” può facilmente immaginarsi “L’ultimo Samurai”. Nessuna differenza? Certo: il Giappone invece delle praterie americane e Tom Cruise al posto, rispettivamente, di Richard Harris, Dustin Hoffman e Kevin Costner.
Denunciata la scarsa originalità, per il resto il film si può tranquillamente prosciogliere. I dialoghi sono godibilissimi e la storia scorre via liscia. Anzi, non facendo nulla per tentare di sorprenderti con qualche deviazione rispetto a quello che ti aspetti, alla fine ti fa un favore (soggetto: il film) perché anziché sulla trama, che proprio non puoi equivocare, nemmeno se dormi), ti concentri su quello che vedi proiettato sullo schermo. E la vista è piuttosto bella: la cura che si riconosce nelle luci, nella ricostruzione delle ambientazioni, nei costumi, nel casting e nelle scene di battaglia, ti ripaga di tanti film tirati via, specie nel cinema italiano.
È un’americanata, si capisce, e si può intuire già dal titolo. Ma le americanate sullo schermo non fanno male a nessuno, e non c’è niente di male nel condividerle o, addirittura, nel consigliarle.
Ricordo uno spot francese, negli anni 70 o inizio 80. Un’auto percorreva a tutta velocità il ponte di volo di una portaerei e poi, grazie a degli effetti già molto speciali per l’epoca, decollava. L’auto vera, quella priva di effetti speciali, invece, immagino che finisse nell’oceano. Di tutto ciò, ricordo che mi rimaneva la sensazione di spreco e di inquinamento. Questo per dire che se non c’è un’idea, puoi immaginare la più ricca scenografia, i trucchi più dispendiosi, ma il messaggio non passa. Viceversa, l’esiguità del budget speso per realizzare un filmato può essere un buon metro per misurare la creatività. Se lo spot comunica con poche lire, sotto c’è sicuramente un’idea. Altrimenti i miliardi scorrono a fiumi e finiscono in mare.
Dogville cosa c’entra?
Cachet degli attori a parte, Dogville credo sia costato pochissimo: non c’è una scena girata in esterno che sia una e la pellicola utilizzata non è in bianco e nero, ma sicuramente non è nemmeno a colori e hanno tolto almeno il verde e il rosso per risparmiare. Inoltre quel volpone del produttore deve aver ammonito severamente il direttore della fotografia, il quale, tanto per non sbagliare, ha fatto sì che ci fosse più luce sotto il mio sedile che sullo schermo.
In effetti potevano risparmiare anche su Nicole Kidman, che si intravede solo tra l’ombra dei capelli. Forse hanno davvero risparmiato sulla Kidman, perché io, in sincerità, non me la sento di giurare che fosse proprio lei. A pensarci bene potevano fare a meno di tutti gli attori e accontentarsi del doppiaggio perché - ho fatto la prova - la storia si segue benissimo anche a occhi chiusi, come il radio romanzo delle 8.50 su Radiodue. Ed è una storia di miseria tanto assurda che potrebbe sembrare vera, forse lo è. Ma l’idea di Dogville non è la storia, è il modo di raccontarla, con quell’eterna penombra che ti metterebbe di cattivo umore anche il giorno prima delle ferie.
Sono certo che molti troveranno Dogville un’idea geniale. E sicuramente è così. Secondo me, infatti, la cattiva idea non è il film in sé, è l’idea di andare a vederlo.
Quelle che seguono sono le domande che ognuno dovrebbe porsi prima di andare a vedere A mia madre piacciono le donne. Seguono le mie personalissime risposte.
Ironico, tagliente, intenso come tutti i film di Pedro Almodovar. FALSO Non un film di Almodovar, anche se la grafica della locandina fa di tutto per trarti in inganno. Possono cascarci solo i fessi come il sottoscritto che pensano che se un film spagnolo, debba essere per forza di Almodovar, un po come quando uno ti chiede: sei di Milano? Allora conosci uno che...? Uguale.
C una lunga scena damore tra due donne. FALSO Il paradiso non disponibile in visione su questa terra, certamente non nella sala Ambra2 di Valperga.
Ho letto da qualche parte che divertente e delizioso. FALSO, non fa ridere n sorridere, anche se laffermazione VERA: lo hai letto rispettivamente su La Stampa e su Venerd di Repubblica e non so cosa dire.
Le registe sono due ex sceneggiatrici: i dialoghi sono brillanti. FALSO Sarebbero meno banali e scontati se li avessero scritti Aldo Biscardi e Maurizio Mosca.
Meglio non portare i bambini, potrebbe essere imbarazzante. VERO, non portateli; dopo non sapreste come spiegar loro perch si sono persi le repliche di Tom & Jerry in TV.
Soprattutto vi chiederete perch ve li siete persi voi.
A.C. 20.01.04
Adesso salteranno fuori quelli (ci sono sempre) che diranno “Ma perché sei andato a vedere quel film? Non lo sapevi che era una boiata?” No, non lo sapevo. Avevo sentito la trama niente di meno che da Gianluca Nicoletti, su Golem, e mi era sembrata sufficientemente interessante per tentare la visione.
Un segnale d’allarme, debbo dire, l’ho ricevuto quando, alla cassa, ho visto il genere di pubblico che entrava. Per lo più giovinastri coi capelli rasati sulla nuca, tagliati con l’erpice sul cucuzzolo e colorati con il verderame e altri pesticidi. Ragazze con piercing inseriti con la sparapunti e chiome messe in piega con la mietitrebbia, pop corn con bambini al seguito e genitori con sguardo da melanzana alla peronospera. (Io frequanto un multisala di campagna).
Il film è prevedibile dalla prima all’ultima scena. Tanto che il passatempo diventa quello di tirare ad ad indovinare cosa succede dopo, cosa dirà lui, cosa risponderà l’altro. Dio è Morgan Freeman, un attore nero che fino ad ieri mi piaceva, ma è molto più bravo quando fa il colonnello dell’esercito o ll poliziotto.
In 2 scene, le gags di Jim Carrey ti strappano anche una risata. Ma questo non ti ripaga per la vergogna per essere entrato nella sala. Sì, provi una autentica, dolorosa vergogna. Ti chiedi “ma cosa faccio io qui?” e ti senti esattamente come quando ti accorgi che ti hanno fregato il portafoglio al mercato o quando scopri che il cambiavalute che incontri per strada in una città esotica ti ha rifilato dei pezzi di carta straccia contro i tuoi 100 dollari. Uguale. Loro sono stati bravi e tu fesso.
Se non fosse abbastanza chiaro, sarò più esplicito: “una settimana da Dio” è da mandare al rogo, da non vedere nemmeno in terza serata su italia1. E se per caso lo avete già visto, fate come quando avete votato Forza Italia: non ditelo a nessuno.
Le scorciatoie sono antiestetiche, rovinano i prati e quando piove finisce che il sentiero frana proprio dove l’inserzione della scorciatoia lo indebolisce. Spesso sono anche inutili.
Tanto per parlar male delle scorciatoie.
Salvatores, in questo suo “Io non ho paura” qualche scorciatoia la traccia, soprattutto per far comprendere le situazioni in poco tempo e non appesantire la storia. Ma si intuisce che si tratta di deviazioni fatte a fin di bene e, probabilmente, inevitabili.
Tanto per non dire che il film è perfetto.
In realtà “Io non ho paura” è uno di quei film che alla fine non riesci ad alzarti dalla poltrona. Stai lì a leggere i titoli di coda sul nero, perché non riesci ad accettare la fine del sogno e il ritorno alla realtà. E poi hai da fare a rimettere ordine dentro di te.
Questo capita quando tutto funziona bene: dalla sceneggiatura di Ammaniti che disegna personaggi straordinari, alla fotografia che ti avvolge per tutta la durata del film e ti chiama continuamente all’interno della storia.
Si dice che non esistono piccole parti, ma solo piccoli attori. In questo film anche i piccoli sono dei giganti. A partire da Giuseppe Cristiano, nella parte di Michele, il bambino protagonista, per finire con Abatantuono, che non vedevo da un po’ e che per questo mi ha fatto ancor più piacere incontrare.
Credo che il merito di tutto debba essere ricondotto a Salvatores. E mentre lo ringrazio, mi chiedo se avrei piacere che questo film si vedesse anche all’estero, più precisamente in America.
Da una parte dico di no, perché Salvatores presenta un’Italia meravigliosa negli spazi, ma così arretrata nella civiltà, da vergognarsene. (Poco importa che la storia si svolga negli anni 70; gli americani non possono capirlo e comunque adesso non è meglio). Dall’altra gli americani avrebbero la possibilità, non così comune per loro, di incontrare un momento di genio, delicatezza e poesia, con l’unico effetto speciale di richiamare ai più sensibili, forti emozioni e lacrime. Per cui, in fin dei conti, sì, il film può essere esportato.
Tanto per non dire che, da italiano, ne sarei orgoglioso.
Se Tizio e Caio, appena usciti da un cinema, discutono e discutono e non si decidono a salire in auto, probabilmente è perché hanno guardato il film con occhi diversi. Se Tizio cerca e vuole assolutamente una morale o almeno un insegnamento, mentre a Caio importa solo che il film faccia ridere, è molto facile che, appena visto un film come ad esempio “Una settimana da Dio” i due vengano alle mani. La premessa è per avvertire chi legge questi commenti che io, personalmente sono uno di quelli che nei film cerca e apprezza soprattutto l’idea. Quanto più il regista sa nascondere le sue carte e le spilla una ad una come a cercare un poker, quanto meglio lo sceneggiatore costruisce dialoghi credibili e intelligenti, quanto più il film mi fa sentire stupido alla fine, tanto più io mi diverto. Ecco, i miei commenti vanno letti secondo questa chiave, altrimenti potrebbero spiazzare.
Ieri sera, nella confortevole sala 4 del nuovissimo multisala Medusa all’Environment Park ho visto “In linea con l’assassino”, scritto da Larry Cohen (sarà uno dei fratelli Cohen?). Che l’idea ci sia e sia forte lo dimostra il fatto che il film si regge (e si regge benissimo) dall’inizio alla fine in un’unica location, una cabina telefonica in una strada di New York. Ci sono alcune piccole sbavature, è vero. Per esempio capisco benissimo le esigenze del regista per il quale occorre che la moglie del protagonista stia lì, in mezzo alla strada, ma la polizia, quella vera, non lo permetterebbe mai (non posso dire di più per non rovinare il film a chi non lo ha visto). Le sbavature hanno l’inconveniente di distrarti, farti ragionare risvegliando il tuo senso critico e quindi riportarti alla realtà. In definitiva disturbano tanto quanto il vicino che mastica a bocca aperta. Ma nel caso di “In linea con l’assassino” si fanno perdonare perché la costruzione è davvero serrata e gli attori sono grandi. Grande Colin Farrel, il protagonista, grande Forest Whitaker, il poliziotto. La voce fuori campo dell’assassino, così presente, così in primo piano, così perfetta, così da “Dio” è troppo caratterizzata per essere una scelta casuale del direttore del doppiaggio. Dunque, perché quella voce stereofonica, per nulla filtrata dal telefono, che sembra parlarti direttamente nella testa? La risposta potrebbe aprire nuove e diverse interpretazioni, il che rende “In linea con l’assassino”, se possibile, ancora più interessante.
Se fosse un videogioco sarebbe perfetto: perfette le scenografie, con quei cortili luridi e ingombri di rottami, che ti sembra di essere ai comandi di un personaggio Nintendo. Perfetti i personaggi, afro-americani, afro-cubani e afro-afro. Perfette le atmosfere nere e sospese, che lasciano alla tua fantasia il compito di completarle. E assolutamente perfetti, ovviamente, gli effetti speciali.
Purtroppo Matrix Reloaded è un film, e manca totalmente dell’elemento interattivo. Puoi startene in poltrona, sì, ma senza joy stick. E così non hai modo di evitare le sequenze dei combattimenti, che sono sì ben realizzati, ma decisamente troppo lunghi. Non puoi salvare il gioco e rifare i livelli che ti sono piaciuti di più. Soprattutto non puoi saltare la parte di Monica Bellucci.
Povera Italia, rappresentata nell’evento cult dell’anno dalla modesta Bellucci, nella scena più inutile e meno riuscita del film. La sua colpa, tuttavia, sta solamente nel non saper recitare. Il resto della responsabilità è dello sceneggiatore, che difficilmente avrebbe potuto scrivere per lei un copione più insulso, e che, per di più, la mette in scena subito dopo l’incontro con il Merovingio, uno dei momenti più alti del film: per recitazione, dialoghi, idee innovative: Il film dura 120 minuti circa, di cui 30 sono di troppo, e verso la fine comincia a perdere in creatività: ci trovi persino una sorta di Licio Gelli che ti spiega il perché e il percome di tutto.
Il vero colpo si scena è il finale, che non c’è. Il film si interrompe con un “to be continued”. Mentre in sala il pubblico rumoreggia poco convinto, io non mi scandalizzo. Un po’ perché lo sapevo già e un po’ perché con questo inedito “game over” il film diventa finalmente un gioco.
Molto spesso (sempre più spesso) escono “film che piacciono alle donne”, dai quali gli uomini, se possono, e se avvertiti per tempo, si tengono alla larga. Fanno bene, perché si annoierebbero e perché evitando i film evitano anche l’imbarazzo di esprimere i propri commenti alle compagne, all’uscita della sala.
Si tratta di precauzioni comunque estreme, perché normalmente, questi film, grazie al passaparola o alla pubblicità vengono riconosciuti da lontano e le donne sono ben liete di andarseli a vedere da sole, rinunciando senza alcun sacrificio alla nostra scorta.
The Hours, invece, è un film che gli uomini dovrebbero vedere. Parla di donne, solo di donne ed è veramente difficile e faticoso da seguire e da comprendere.
Ma Nicole Kidman, Julianne Moore e Meryl Streep sanno come prenderti e trascinarti dentro le loro anime (di donna) senza possibilità di fuga. Allora, complice anche una sceneggiatura senza difetti, cominci a intuire qualcosa e sei grato al film, al regista e persino al truccatore, perché con grandi cautele e dolcezza, ti stanno invitando a guardare dentro te stesso (uomo) . E lì per un attimo ritrovi quello che avevi nascosto o perso chissà quando: la paura e la consolazione di sapere che le donne, per quanto deboli e per quanto sbagliate, di fronte alla vita sono infinitamente avanti a noi. E che noi non riusciremo mai a raggiungerle.
Se ci poniamo nell’ottica per cui un film di 007 deve essere giudicato soltanto in relazione agli altri film di 007, evitiamo sul nascere l’imbarazzo di doverlo difendere da giudizi inappellabili come: inutile, superfluo, assurdo o inverosimile.
I film di 007 li vai a vedere proprio perché sai che sono la cosa più inutile del mondo e cerchi di non pensare che quei 6 euro e mezzo sarebbero infinitamente più utili a Gino Strada e a Emergency.
Ma torniamo in sala: questo ventesimo episodio di James Bond non esce dalla media degli ultimi quattro o cinque, quelli interpretati da Pierce Brosnan: grandi scene, grandi inseguimenti, grandi esplosioni e, soprattutto, dialoghi da dimenticare al più presto, come quello dell’approccio tra Bond e la mulatta Halle Berry, la bond-girl di turno, un tritato di sottintesi che non capisci e doppi sensi che speri di aver capito male. Eppure, nonostante questo duetto da cani ubriachi, i due riusciranno a rotolarsi tra le lenzuola. Se è per questo riusciranno anche a salvarsi dal cedimento strutturale di un aereo, catapultandosi fuori, a bordo di un elicottero che si trovava nella stiva, ma con il motore spento. Rivelo questo particolare perché, anche così, sono certo che non rovinerò il film a nessuno.
In caso di coscienza, il n. di ccp di Emergency è 28426203.
Quando vai al cinema dietro consiglio, il film delude 100 volte su 100. È un principio scientifico ancora più sicuro di “gol sbagliato, gol subìto” nel calcio. Nonostante le premesse, lunedì sera sono andato a vedere “La finestra di fronte” perché pensavo che, essendo preparato ad una delusione, avrei potuto forse godere di una piacevole sorpresa.
Sbagliato.
Cosa si può dire di questo film? C’è Raoul Bova, con degli occhiali improbabili, che sembra Clark Kent quando si perde il costumino da Superman. C’è Massimo Girotti, che impersona la parte di un vecchio vecchissimo, che ti fa pena e ti chiedi se è grazie alle riforme di Berlusconi che è tornato sul set o se lo ha fatto per vanità senile. Ci sono dei flash back che ci riportano ai rastrellamenti nel ghetto di Roma. C’è una storia di tutti i giorni, c’è un ambiente popolare, ci sono gli extracomunitari, c’è una storia di eroismo raccontata con affanno, c’è una lezione morale sulle scelte di vita, c’è il problema del lavoro. Insomma c’è davvero tutto.
Mancano solamente tensione narrativa e idee. Aspetti che il film inizi e non inizia mai, finché cominci ad aspettare che finisca. Ma senza fretta, perché nel frattempo ti godi Giovanna Mezzogiorno: molto bella e molto brava. Il film non è costruito su di lei; è letteralmente appoggiato su di lei, tanto che se la togliessi rimarrebbe la pellicola vuota a girare sui rulli.
Il principio di cui parlavo all’inizio vale anche alla rovescia. Andate a vedere la finestra di fronte. Magari vi piacerà.
Il cinema racconta e vende emozioni. Chi volesse acquistare un po’ di paura farebbe un buon affare entrando in una sala dove proiettano RING. Il film mette in tensione fin dalle prime scene. Di più: stai lì seduto e hai paura di spaventarti. Magari non accade niente per un po’, ma sei già preoccupato di come potrai assorbire l’urto quando la narrazione si farà di nuovo pesante e succederanno cose terribili. Bisogna essere ottimi registi per ridurre gli spettatori in questo stato. Per farlo bisogna costruire l’ignoto, perché è di quello che si ha veramente paura. In questo, regista e sceneggiatore sono stati bravi. Non hanno percorso i soliti binari dei thriller; non c’è l’uomo che appare improvvisamente dietro le spalle, ormai buono neanche per far passare il singhiozzo. No, in RING la paura è veramente appiccicosa perché di tipo nuovo. (Si tenga conto che ero in un cinema di Valperga, nel Canavese, ma in sala ho sentito gridare più di una persona).
Gli autori sono stati molto meno bravi nel chiudere tutte le trame e nel tirare le somme finali. Ci sono delle falle qua e là, dei problemi non risolti, delle spiegazioni non date. Soprattutto il finale. Se dicessi che l’ho capito, mentirei. Ma non importa. Se vai per comprare paura e ti vendono paura di ottima qualità, non puoi tornare indietro con lo scontrino, e in fondo, l’idea della videocassetta che dopo 7 giorni uccide tutti quelli che la vedono, è una buona idea.
Anzi, pare che adesso ci siano anche delle recensioni che uccidono quando vengono lette...
Ci sono dei film che sono assolutamente da vedere per non rimanere esclusi dal mondo. Se qualcuno ti dice: “Ho visto cose che voi umani...” e tu non hai visto Blade Runner almeno 2 o 3 volte, ti viene da nasconderti, perché sai che dovresti sapere, ma non sai. Sorridi, sperando che nessuno se ne accorga, ma in un amen sei relegato in una sub cultura.
Ci sono invece dei film che da questo punto di vista puoi anche perdere. Nessuno potrà mai metterti in difficoltà citandoti le parole di Jessy, la protagonista di “Sognando Beckham”. Non ci sono frasi da ricordare, non ci sono scene “da film”. Per cui, difficilmente "Sognando Beckham" passerà alla storia del cinema. Ma durante l’ora e mezza di spettacolo, e soprattutto nella mezz’ora finale, le emozioni che questo filmetto semplice semplice riesce a tirarti fuori valgono come Blade Runner, come Odissea nello spazio o come Blues Brothers. Ma no, di più, perché hanno la forza di trascinarti, soprattutto se navighi già intorno ai 40, ai tuoi anni di adolescente. Dimentichi le ginocchia doloranti schiacciate contro il sedile della fila di fronte e ti ritrovi dentro il film dove ti innamori perdutamente della fresca Jessy o della sua compagna centravanti che è bella da far male. (Se sei donna, hai l’allenatore per rifarti gli occhi). Avrai di nuovo dei genitori a cui vuoi bene, ma che ti fracassano l’anima, ti ricorderai cosa vuol dire avere dei rivali in amore e riproverai cosa significa per il tuo stomaco vedere la persona che ami uscire sul balcone insieme ad un altro. Troverai perfino degli amici veri. Non amici che nella vita possono essere utili, ma degli amici amici, a cui puoi dire tutto perché non ti rovini la reputazione. Insomma, Sognando Beckham ti ridà per un'ora e mezza i tuoi 18 anni. Ma il bello è che la malinconia e il mal di stomaco continuano anche dopo, e ti tormentano quando sei già in auto diretto a casa. Grande!
Per parlare del film bisogna prima parlare del libro e per parlare del libro bisogna alzarsi in piedi.
Complimenti a JK. Rowling che ha saputo creare un mondo esclusivo e che - soprattutto - è stata capace di raccontarlo in modo che i lettori possano entrarvi e farne parte, anche se solo come ospiti e per poco tempo.
Leggere Harry Potter - per chi possiede gli occhi di un adulto, ma conserva ancora la capacità di sognare - è un’esperienza totale: Hogwarts è l’ambiente dei nostri sogni, Harry Potter, Ron ed Hermione sono i ragazzi che vorremmo essere stati o che vorremmo ancora essere. Piton, Gazza e Draco Malfoy sono i personaggi che a scuola e nella vita abbiamo sempre detestato, Voldemort è tutte le nostre paure, il Quiddish concentra le passioni che ci animano. Una lettura di evasione dunque? Assolutamente sì, con tanto di crisi di malinconia e depressione alla fine del viaggio.
Infatti, riprecipitando nel mondo reale, e riprendendo coscienza di noi stessi, scopriamo di non essere nemmeno dei babbani, perché nel mondo reale neppure i babbani hanno cittadinanza. Allora la tentazione è vivere quanto più possibile con Harry Potter. Come? Leggendo tutti i suoi libri, che al momento sono quattro, rivivendo le avventure di H.P. sul Game Boy o la play station e andando al cinema a vedere “H.P. e la camera dei segreti”.
Ben fatto, ben recitato, ben costruito, fedelissimo al libro e molto lungo (dura 2 ore e mezza) H.P. e la camera dei segreti mette ordine al romanzo che forse, dei 4 editi, ha più bisogno di chiarezza. La trasposizione cinematografica, dunque, non toglie, ma arricchisce. Gli effetti speciali sono notevoli, ma, grazie a H.P. smettono di essere trucchi elettronici e diventano magia anch’essi, integrandosi perfettamente nella narrazione.
H.P. è probabilmente una delle più grandi operazioni di marketing e merchandising della storia, ma è anche e sicuramente una grande idea per viaggiare a Natale lontano da ogni luogo comune. Anche last minute. Basta una libreria aperta.
Tom Hanks è proprio bravo. Magari te ne dimentichi se per un po’ non vedi qualche suo film. Ma poi, quando lo ritrovi sullo schermo, che corra da un capo all’altro dell’America o che sia ai comandi dell’Apollo 13, ti accorgi che è un grande.
Tuttavia, neanche Tom Hanks, e neanche Tom Hanks + Paul Newman, e neanche Tom Hanks + Paul newman + Jude Law (il bravissimo attore, figlio di Tom Hanks nel film) sono in grado di rendere memorabile questo “Era mio padre”.
Difficile dire cosa manca, visto che c’è tensione narrativa, che la regia di Sam Mendes (American Beauty) è ottima e che i dialoghi sono assolutamente credibili e ben cesellati. Anche il titolo italiano “Era mio padre” è, per una volta, decisamente migliorativo dell’originale “Road of Perdition”. E allora? Forse manca un’idea forte ed originale in questa storia di gangster anni ’30. Forse c’è troppo “onore” tra il boss e il suo uomo di fiducia. L’onore, inteso come valori assoluti, non è più “trend” nel nostro presente.
Forse sono questi i motivi per cui “Era mio padre” può apparire un po’ vecchio e privo di idee da ricordare. Rimane comunque un film da vedere, con il rischio, però, tra un anno o due, di portarci a casa la cassetta o il DVD perché nel frattempo ce lo saremo dimenticati.
Prima era Mollica. Ora, la firma in calce ai commenti cinematografici dei GR RAI di Baba Richerm. “... da Venezia Baba Richerm” O il nome Babary Cherm? Baba o Babary? La nobile Baba, o la selvaggia Babary che scalda il sangue nelle vene. Per avere una donna con un nome affascinante come il suo, in una qualsiasi delle due versioni, sarei stato disposto a tutto, anche a rendere orfani (di madre) i miei figli.
Parlo al passato perch qualche giorno fa Baba/Babary mi ha parlato bene di “Prima ti sposo, poi ti rovino” definendolo “geniale”, e ieri sera, ovviamente, sono andato a vederlo.
Bene, Baba o Babary, se mai noi due avremo una storia non comincer al cinema, luogo dove potremo al massimo litigare. “Prima ti sposo poi ti rovino”, infatti, esattamente quello che ti aspetti dal titolo, da George Clooney e da Catherine Zeta-Jones e quello che mai ti aspetteresti dai fratelli Coen. Una commedia ben costruita, ben recitata, a volte divertente, ma banale e prevedibile, fin troppo patinata e con personaggi grotteschi perfino per i fratelli Coen. Tanto per chiarire il livello, ti aspetti che da un momento all’altro appaia anche Leslie Nielsen (una pallottola spuntata, l’aereo pi pazzo del mondo ecc.) con le sue gags non-sense.
Non c’ niente di male a volteggiare ogni tanto con un ultra leggero, a patto di saperlo prima ed essere d’accordo. Ma ieri sera ero sintonizzato su altro. Babary aveva parlato di una commedia geniale e io, che dai film chiedo emozioni o idee, o almeno le une o almeno le altre, ieri sera sono andato in bianco.
Finito il film, si accendono le luci e vedo mia moglie con la faccia un po’ cos, tra il deluso e lo schifatino. Si chiama Margitte e tutto sommato anche il suo un gran bel nome.
AC 21/10/03
15.02.04
Vai al cinema. Vedi “Eyes wide shut”. Invidi Tom Cruise che si fa la Kidman. Dici “Eh!”. Torni a casa e non ci pensi più.
Vai al cinema (qualche anno dopo) vedi “21 grammi” con Sean Penn che nel film vive con un cuore trapiantato in fase di rigetto e una prospettiva di vita di pochi giorni. Torni a casa in silenzio e ci pensi. E il giorno dopo ci ripensi, sapendo che anche l’indomani, probabilmente, sarai ancora lì, a sentirtelo addosso.
Scava scava, viene fuori che quello che ti ha colpito, in fondo è la rappresentazione della vita come dovrebbe essere: vissuta e non sprecata.
Sean Penn, Benicio del Toro, Naomi Watts danno una dimostrazione di come si possa vivere con totale intensità. Il dolore è dolore, non ovatta, e in questo film, che è dolore persino nelle inquadraure e nei colori, è raccontato così bene e vissuto con tale accettazione, che alla fine elabori quello che una mente sana non dovrebbe: invidia per chi soffre che, in definitiva, è invidia per chi vive con intensità.
Il regista si chiama Alejandro Gonzalés Inarritu e il suo nome merita di essere trascritto (copiandolo da un giornale) con tutti i suoi cognomi messicani perché ha fatto davvero un grande lavoro. Il montaggio non è una cosa che si decide alla fine delle riprese, e dal punto di vista tecnico credo che ci voglia una perizia straordinaria – e forse del marciume in fondo all’anima - per immaginare e programmare una sequenza temporale così balorda. Allo stesso tempo, immagino che occorra una grande personalità per convincere il produttore che funzionerà.
Non solo funziona. Credo che sia proprio la schizofrenia dei tempi e dei tagli a imprigionarti dentro la storia e a pretendere concentrazione totale. Il che vuol dire che Gonzalés Inarritu e il suo sceneggiatore fanno con te, spettatore, lo stesso lavoro che hanno fatto con i personaggi: ti fanno vivere, con intensità, fino alla fine.
Credo che esistano altre chiavi di lettura per questo film, ma io ci ho visto soprattutto questo e ho tentato di raccontarlo. Mi rendo conto che servirà a poco per chi deve decidere se andare o non andare a vederlo, ma forse può essere utile per chi c’è già passato e magari vuole confrontarsi. O confortarsi.
24.11.03
Per chi ha visto Matrix e Matrix reload, voler vedere il terzo episodio della serie è naturale. Anche se tutti sparano contro. Anche se è certamente una delusione. Anche se piove.
Respinti gli attacchi di vigliaccheria, i figli di Matrix si dirigano di corsa al più vicino cinema dove il film è in programmazione. Di corsa perché a giudicare dai quattro gatti che erano presenti venerdì in sala, è facile pronosticare che la saga di Nio abbia i giorni contati.
Direi che se lo merita per troppa presunzione: il regista si aspetta che ci ricordiamo esattamente cosa era successo nell’episodio precedente e non gli viene proprio di darti una mano a ricordare e ricucire i fili della trama. “Non hai ripassato? Adesso affoga nella tua trincea!”, sembra dire. E così, vedendo il film e non capendo assolutamente niente, più che stupido ti senti offeso per il poco rispetto che ti viene riservato. D’accordo, dirà qualcuno, il rancio è schifoso, ma stiamo parlando di Matrix, un film che è nato da un’idea grandiosa, quindi chissà che innovazione, che creatività, che arte… Purtroppo no. Le luci sono prese da Blade Runner, le macchine probabilmente sono prese da Alien, i droidi forse sono presi da Guerre Stellari, mentre la sceneggiatura è sicuramente una presa in giro, con dialoghi da soap opera e senza lo straccio di un finale. Nelle ultime sequenze sei costretto ad assistere ad una lotta che non finisce più tra il bene e il male, che nel caso sono due software. E come combattono tra loro i due software più potenti che siano mai stati sviluppati? A calci, pugni e saltoni, naturalmente, con qualche colpo che scappa e se la prende con quel che rimane della nostra intelligenza.
