Se non fosse morto, Don Luca non avrebbe permesso a nessuno di allestire il presepe all'interno della sua chiesa . Ora, invece, doveva accontentarsi di osservare il lavoro che il giovane sostituto e la sua perpetua stavano facendo. E non c'era nulla che potesse piacergli: le statuette non erano state spolverate, la lana delle pecore era ingiallita, da cardare o da sostituire, la casupola con il pozzo era visibilmente ammuffita, il muschio che faceva da base a tutto lo scenario era troppo secco e si polverizzava al tocco, mentre la carta che riproduceva le montagne presentava buchi e segni di adesivi utilizzati in qualche anno precedente. Mancavano del tutto quell'amore e quella passione che gli avevano fatto guadagnare numerosi articoli di gionale negli anni passati, quando il presepe della chiesa di S.Rocco era il vanto del paese ed era famoso in tutta la valle.
Purtroppo Don Luca era del tutto impotente. Gli era impossibile toccare, se non con il pensiero, gli oggetti terreni e si limitava a disapprovare ogni cosa, prima di tutto il sostituto.
"Pretino fa rima con cretino", si diceva Don Luca, che non lesinava critiche al suo sostituto. Questi aveva dedicato al presepe pochi minuti, giusto il tempo per delegare alla perpetua il compito di sistemare il tutto. Usciva, il pretino. Usciva sempre e stava via ore e ore. Dove e con chi lo sapeva soltanto lui. Ma quando a Don Luca fu chiaro che il presepe era quello e non ci sarebbero stati miglioramenti, fu preso da un senso di rabbia che non riuscì a reprimere. Se non poteva fare nulla per il presepe avrebbe forse potuto fare qualcosa contro quel prete sempre assente. La mattina del 23 dicembre lo seguì lungo il sentiero innevato che portava alla borgata Tetti Rotti, ai piedi di un bosco di larici. Il percorso era breve e il giovane prete si fermò alla prima casa, quella della "donna". E qui bussò.
Don Luca era furibondo. Conosceva quella donna, una poco di buono, che aveva esercitato il mestiere in città fino a pochi anni prima e si era poi venuta a nascondere in montagna, con un figlio senza padre. Ma non ci si libera così facilmente di certi peccati e forse per questo la donna si era sempre tenuta lontana dalla sua chiesa, circostanza per la quale Don Luca ringraziava Dio.
La porta si aprì e la donna, appena visto il prete, lo abbracciò, nascondendo il volto nella sua tonaca nera. Dopo poco i due entrarono chiudendo la porta.
Possibile che la donna avesse ripreso le vecchie abitudini?
Don Luca, furioso, fece un repentino dietro front e chi fosse stato in quel momento sul sentiero avrebbe visto un turbine di vento improvviso che sollevava dalla neve alcune foglie secche mandandole a ricadere poco piu in là.
Oltre che piangere di rabbia non poteva Don Luca, versando lacrime sulla statuetta rovesciata del pastore, che se fosse stato vero, tutto il vino della sua brocca sarebbe sparso in terra. Tentava di raddrizzare gli oggetti di spostare le cose, ma sapeva di non avere mani per farlo.
La sera del 24 dicembre lo spirito di Don Luca fu visibile per qualche istante, come una lingua di fuoco che attraversava la piccola chiesa da una navata all'altra. Tuttavia nessuno era presente in quel momento e nessuno vide la rabbia che vorticava per la chiesa.
Com'era potuto accadere? Cosa era successo? si chiedeva Don Luca, vedendo che il suo presepe, già così vilipeso, era stato ulteriormente ridotto della metà far posto a una pedana di legno il cui scopo non era chiaro. Quel poco che restava del presepe era compresso in un angolo e non aveva ormai nulla in comune con il suo presepe che tanta gloria aveva portato.
Venne infine la mezzanotte. Il portale della chiesa fu spalancato per la messa. Le campane cominciarono i 12 rintocchi, ma il giovane prete non si vedeva. Avrebbe dovuto deporre la statuetta del Bambin Gesù tra la Vergine e San Giuseppe, ma ciò non stava accadendo, anzi, il giovane prete si era tirato la sciarpa intorno al collo er era uscito a passo veloce.
No! urlò Don Luca, la notte Santa no! E prese a inseguire il prete che si recava anche quella sera alla casupola della donna.
Questa volta Don Luca sarebbe entrato a sua volta per impedire un atto così blasfemo. Ma non ci fu bisogno di fare irruzione nella baita. Infatti ne uscirono subito due uomini che, insieme con il giovane prete presero a trascinare una lettiga con un bambino lungo il sentiero. Il bambino era visibilmente emaciato, sofferente. Per nulla rasserenato, Don Luca si unì al corteo che ritornava verso la chiesa e fu stupito di trovare ogni panca occupata e altri paesani che facevano ressa fuori. Il piccolo corteo entrò in silenzio e la lettiga fu appoggiata vicino al presepe, sulla sua rampa, per permettere all'infermo di assistere alla messa. Arrivarono altri fedeli, l'intero paese, tanto che non fu possibile chiudere la porta. Non era mai successo prima. Don Luca osservava interdetto l'afflusso di persone. Davanti a Don Luca il bambino malato e sua madre risplendevano di grazia più di qualsiasi presepe. Se ne rendeva conto anche lui e allora tentò affannosamente di tirar su una statua, far partire la pompa del ruscelletto. Sistemare almeno la carta crespa. Era così agitato che la sua presenza era tradita da una fiammella che ondeggiava tra ceri e candele.
E infine venne anche Dio. Dio che non si era mai manifestato nei tanti anni in cui era stato parroco. Era lì, adesso, non per il suo presepe, ma per quel bambino. Allora Don Luca finalmente capì. E non potendo ormai fare nulla per rimediare, cominciò silenziosamente a piangere e, piano piano, svanì.
I Simpson
Molto dipende dalla sala cinematografica che scegliete. Chi vive in Canavese non ha scelta e finisce all’Ambra 1 di Valperga, una sala come non ce ne sono più: fredda in inverno, chiusa d’estate, con l’intervallo che dura in misura direttamente proporzionale alla coda per comprare il pop corn. Se, all’inizio del secondo tempo, non ti ricordi più che film stavi vedendo, non è un ictus, ma più semplicemente la resa della creatività, dell’arte e della magia del cinema, che si consegnano disarmate alla cassiera.
Il pubblico di Valperga per i Simpson è più omogeneo di un puré Fanny. Tutti tra i 14 e i 21 anni, esattamente l’arco di età in cui la curva dell’intelligenza sprofonda sotto l’asse delle ascisse. In provincia per misurare il Q.I. si usa una scala ad hoc, che arriva allo zero Kelvin, ma a Valperga si va oltre. Tutti zitti mentre proiettano le diapositive del mobilificio “La portaerei del mobile”, tutti urlano quello che si stanno inviando via SMS durante il promo del film con Bruce Willis. E continuano sulla sigla dei Simpson. “Adesso smetteranno” pensi, “il biglietto lo avranno pur pagato anche loro”. Ma già nella sigla di apertura intuisci quanto sarà orribile il futuro. Il superbo e sempreverde logo della Twentieth Century Fox, improvvisamente si anima: nell’incavo dello zero che forma il 20 appare Bart Simpson che dice qualcosa che non si capisce. E tutti ridono come matti. E allora realizzi che sei finito all’inferno senza nemmeno passare dall’agonia. La ragazza nella fila dietro, per tutta la durata del film emette gemiti che dovrebbe riservare per il fidanzato. Esso, o il presunto tale, crede di essere uno della Gialappa’s e commenta nel modo più imbecille le scene più semplici, borbottando qualcosa in quelle più complesse, perché evidentemente ha difficoltà ad elaborarle. E così via.
I Simpson… mah! Certo che un grande cartone non diventa più grande solo perché esce dal piccolo schermo. Anzi: perde ritmo, smalto, cattiveria, ironia. Non bastano le voci di Monica Ward che doppia Lisa Simpson e qualche gag divertente a mantenere la tacita promessa. Forse è tardi per il film dei Simpson, magari qualche anno fa… O forse lo apprezzereste maggiormente in una sala vuota. Ma allora tanto vale vederselo in televisione. Potete tranquillamente aspettare davanti a E-mule che il film venga giù piano piano o noleggiare il DVD. Questo vi eviterà di subire i titoli di coda. Homer avverte: “rimanete lì, che alla fine dei titoli c’è una sorpresa”. E siccome non ti sei divertito durante il film, aspetti. E aspetti. E aspetti. Saranno tremila i nomi che scorrono in 8 minuti di nulla, e allora pensi che la gag sia costituita proprio da quella interminabile lista, uno scherzo da prete, insomma. Invece no. Sono centinaia di cartonisti anonimi che pretendono di essere letti. E alla fine ecco la scenetta costituita da un personaggio che spazza il pavimento del cinema di Springfield: 15 – 20 secondi senza la pretesa o la speranza di un’idea, ma a Valperga ridono lo stesso. Non perché si divertano, no, ma perché hanno pagato e devono ammortizzare fino in fondo il prezzo del biglietto. Chiamali scemi….
Don Gesso sapeva che era la Pasqua e non il Natale la vera festa dei cristiani, quella in cui si festeggia il Dio che si compie, ma il Natale aveva sempre avuto su di lui un ascendente irresistibile, a maggior ragione quell’anno, che era l’ultimo della sua vita.
Le forze gli erano mancate appena dopo i morti, all’inizio di novembre. Per alcuni giorni non si era alzato dal letto e da allora, a celebrare le funzioni, era stato chiamato il giovane vicario del comune più a valle, che rimontava, senza abbondare di entusiasmo, i tornanti che salivano al villaggio.
Il presepe vivente, che don Gesso aveva istituito molti anni prima era il suo vanto, ma quest’anno non avrebbe potuto occuparsene e chissà quali e quante inutili innovazioni avrebbero apportato i sostituti che si erano offerti di completarlo. Solo la fede lo faceva sperare in un successo. Nessuna speranza invece, di convertire Marco Robotti, che don Gesso conosceva da quando era arrivato in paese molti anni prima. Adesso era un uomo di quasi quarant’anni, che lavorava agli impianti di sci della valle, una stazione poco nota e poco frequentata sul versante settentrionale del Monte Cervo. Robotti era probabilmente l’unica anima del paese che non fosse illuminata dalla fede e Don Gesso si sarebbe presentato al Padre molto presto, portandosi appresso quel doloroso insuccesso.
In quel momento Robotti era proprio sotto la sua finestra e stava sistemando qualcosa sul portapacchi della sua auto. Don Gesso si sentiva debole, ma la sua vista era ancora perfetta e attraverso i vetri un po’ appannati, poteva distinguere la sagoma dell’uomo che armeggiava con certi tiranti elastici. Poco più in là, appena oltre il muro perimetrale della canonica, dove sorgeva il piccolo cimitero del paese, avrebbero allestito la sua tomba.
La buona notizia la portò, stranamente, il medico condotto. Non ne aveva mai portate negli ultimi mesi. Era stato uno stillicidio di piccoli, apparentemente insignificanti, segnali di peggioramento, che sommati uno all’altro, avevano reso chiaro a Don Gesso che i suoi ultimi giorni avevano un numero che stava tra il piccolo e il molto piccolo.
Tuttavia il medico quel giorno portava davvero buone notizie. Era stato in qualche modo nominato ambasciatore dai paesani, che un po’ non volevano affaticare il prevosto con visite inopportune, un po’ preferivamo stare lontani dalla Malattia. Si trattava del presepe: il proprietario della baita aveva messo a disposizione la malga e il terreno circostante. Su questo, in verità, Don Gesso ci contava. La vera buona notizia era che i ragazzi del paese si erano dati molto da fare e tutto era pronto. Si erano trovate le comparse, i costumi, e avrebbero avuto Rosina come Madonna e il figlio del panettiere per San Giuseppe. Don Gesso non doveva preoccuparsi di nulla: il suo presepe sarebbe stato un successo anche quell’anno.
Il malato sospirò così forte che il medico temette che i polmoni, già così compromessi, si disfacessero del tutto. Ma il sollievo fu più forte del dolore e Don Gesso si tirò seduto contro i cuscini. Il suo sguardo corse ancora a Robotti, da basso oltre i vetri. Se solo fosse riuscito a convertire anche lui… un miracolo ci voleva, un miracolo.
Si erano parlati lui e Robotti soltanto un mese prima, quando l’uomo, che a tempo perso faceva anche l’idraulico, era venuto per una tubazione guasta in sacrestia. Don Gesso lo aveva pregato di raggiungerlo nella sua camera e non aveva perso tempo. Non ne aveva.
- Non ti sei poi sposato, vero? – aveva domandato il vecchio prete pur conoscendo perfettamente la risposta
- No -
- E quella ragazza? Non la faresti felice? -
- Io credo che Lua sia felice anche così. Felice è una parola molto importante. Diciamo che le va bene continuare così. E anche a me -
- Lo sai che Dio non la pensa allo stesso modo, vero? -
- Posso immaginare. Ma è bello avere idee differenti, non trova Don Gesso? –
Robotti non era ironico, non era aggressivo, e il sorriso con cui accompagnava le parole fece sì che Don Gesso non si offendesse.
- Tu hai spesso idee differenti dalle mie, ma lei mie sono mutuate dal volere del Signore. -
- Non saprei Don Gesso. Non lo faccio apposta. -
- La bontà, Robotti, sono la bontà, la carità e l’amore che fanno il cristiano. Solo in Dio e con Dio possiamo essere caritatevoli. Ricordalo sempre. -
Robotti non rispose, e quando vide che non sarebbero giunte altre parole riprese il suo lavoro.
La discussione, tuttavia, si protrasse per altri tre giorni, fino a quando Robotti dichiarò di aver terminato il suo lavoro e radunati gli attrezzi, lasciò la sacrestia. Durante tutte quelle ore, il cammino di fede di Robotti non fece neppure un passo avanti, mentre invece la malattia di Don Gesso fece grandi progressi, Non abbastanza, però, per impedire al parroco di conservare un filo di vita fino alla sera del 24 dicembre.
Come spesso capita, un’improvvisa ondata di energia anima il moribondo e il vecchio prete approfittò della sua per assistere alla messa di Natale, anche se per la prima volta sarebbe stata officiata da altri.
Lacrime di gioia, commozione e anche umiliazione rigavano il volto dalla pelle ormai trasparente segnando ancor di più il naso affilato, mentre quattro uomini traslocavano il letto fino al vicino prato. Lo sistemarono sull’erba secca e le donne si assicurarono che le coperte fossero ben calzate.
- Ma come? - osservò il prete. - Non c’è neppure un po’ di neve…-
Il sorriso svanì dal volto di Don Gesso, che evidentemente da giorni immaginava uno scenario ben più felice.
Robotti si materializzò in quel momento vicino a lui.
- Robotti, vedi la fede? Cosa significa avere fede? Il medico diceva che non sarei arrivato a Natale, invece eccomi qui. Il mio rammarico è non avere neanche un po’ di neve, che magari piacerebbe anche a te.-
- Sicuro che mi piacerebbe! – rispose Robotti – Ma non c’è neanche una nuvola in cielo.-
- Nevicherà – sentenziò Don Gesso. - Nevicherà a mezzanotte in punto. -
- Come può dirlo? - domando l’uomo. - Manca poco ormai. Meno di un’ora. -
- Scommetti? -
- Che cosa Don Gesso? -
- Scommetti che a mezzanotte nevicherà? E se nevicherà tu crederai. -
Robotti riflettè in silenzio, osservando la mano che gli veniva offerta e che, piano piano si abbassava sotto il suo stesso peso.
- D’accordo. Se nevicherà per mezzanotte avrò fede. -
Il prete sorrideva mentre il braccio ricadeva sulla coperta. La Madonna e San Giuseppe erano appena apparsi in fondo al villaggio e stavano bussando alla prima porta per cercare ricovero. Ma la donna che venne ad aprire, visti i due questuanti, scosse la testa e richiuse l’uscio con grande rumore. Don Gesso amava quella pantomima, ma ricordava di avervi assistito con ben altre scenografie. Nevicava molto un tempo, anche tre metri di neve faceva. Ma adesso…
Con la coda dell’occhio Don Gesso cercò Robotti, ma non lo vide tra il pubblico che assisteva alla rappresentazione con grande attenzione.
Robotti era alla guida di una camionetta della Monte Cervo Spa. Lo accompagnavano 3 dei suoi uomini e una pesante attrezzatura. Quando arrivarono nei pressi del paese, scaricarono un macchinario e lo collegarono alla tubazione anti-incendio del paese. Era quasi mezzanotte.
Robotti prese gli ultimi accordi con i suoi uomini e li lasciò a finire l’opera. Aveva un appuntamento.
La sferzata di energia si stava esaurendo. Don Gesso capì che non sarebbe arrivato al giorno seguente. Non si sentiva più lucido. Non sentiva nemmeno freddo. Era convinto di non respirare più.. Aveva ricevuto l’olio già due volte negli ultimi giorni ed era pronto. Tuttavia ricordava vagamente di aver lasciato qualcosa in sospeso, ma non riusciva a capire cosa. Il viso di Robotti gli ricordò la scommessa.
Perduta.
- Pare che non vincerò – mormorò il vecchio.
Robotti distolse lo sguardo. La madonna e San Giuseppe erano già nella stalla rischiarata da un lume.
Ad un tratto si udì un grido. Non l’urlo del parto e neppure il vagito del piccolo Gesù. Era una bambina tra il pubblico che urlava indicando il cielo.
- La neve! La neve!
Improvvisamente nevicava. Grosse, copiose falde precipitavano dal cielo a terra, imbiancando il prato davanti alla baita e le lose del tetto. E tutto il resto. Il pubblico sbandò per la sorpresa ed esplose in urla di gioia, come quando scoppiano i fuochi d’artificio. E tutto accadeva mentre nasceva il Salvatore.
Il parroco non c’era più. Ma doveva aver fatto in tempo a vedere la neve perché nei suoi occhi era ancora impressa un’espressione di gioia, quasi di trionfo. All’ultimo istante il miracolo era avvenuto.
Robotti si calò il cappello in testa e si allontanò. Fatti pochi passi non nevicava più e il terreno era asciutto.
Fece un segnale con un braccio ad un uomo poco distante e un secondo più tardi la nevicata finì, improvvisamente come era iniziata. Tutta quella neve si sarebbe trasformata in fango o in ghiaccio entro poche ore. Dipendeva dalla temperatura dell’aria quella notte.
Robotti ritornò presso Don Gesso, ma qualche smorfia imbarazzata da parte di una donna gli fece capire che non era più gradito. Accanto al corpo del prete c’era posto solamente per fede e carità.
