27.12.06
deja vu

Se la finanziaria l’avesse scritta Terry Rossio sarei più tranquillo. Non perché Rossio sia un economista migliore di Padoa Schioppa, ma perché è uno sceneggiatore che non fa pasticci, non risponde alle telefonate di Mastella e lavora concentrato senza compromessi, senza imperfezioni, senza marce indietro. Lui i Suv non minaccia di tassarli per poi detassarli, li fa saltare in aria con la dinamite. Fa di più: riesce a farti accettare come realtà tecnologica il viaggio nel tempo, con la stessa credibilità di chi, vent’anni fa, profetizzava che in teoria, in un domani, ci sarebbe stato un congegno che sulla tua auto ti dice: volta di qua, volta di là.

Per gli stessi motivi, per la serietà di non aver concesso l’indulto a nessuno dei suoi attori, metterei Tony Scott al posto di Romano Prodi, perché se la bomba non esplode il merito è anche del regista. Il film parla di un attentato, ma il film stesso, per come è concepito, per la trama su cui si regge, è una grossa bomba innescata che può esplodere al minimo tentennamento: un’espressione sbagliata, un’inquadratura di troppo, una spiegazione non richiesta, una coincidenza inverosimile, un effetto non coerente con la sua causa. E così, tu, spettatore alleggerito dalle tasse e appesantito dal pranzo di Natale, corri due corse: la prima al fianco di Denzel Washington, insieme al quale cerchi di fermare il terrorista, la seconda contro il tempo: speri che il film finisca, e finisca bene, senza che esploda la bomba della delusione.

Alla fine i pezzi arrivano a casa e si incastrano nel rompicapo senza bisogno di martello, perché il lavoro di preparazione è stato perfetto. Assisti al raro evento in cui un thriller , proprio per la qualità assoluta dell’idea e della sua realizzazione diventa un film di categoria superiore, come “Il sesto senso” o “The Others”. L’opposizione potrebbe dire che non c’è una morale in questo film. Vero, ma non c’è neanche nella finanziaria, e soprattutto non ve n’è traccia nemmeno in “Natale a New York”, “Olè” o “Commedia Sex”i. Ma tra Dejà Vu e quelli c’è un abisso di qualità, di idee, di serietà e professionalità. Non ci credete? E allora io ci metto la fiducia.


Posted by Aldo at 16:31 | Comments (0)
20.12.06
Thank you for smoking

Un film che parla della lobby del tabacco e denuncia le manovre messe in atto da industria e politica per controllare il mercato e le scelte dei consumatori ha due possibilità per funzionare:
O punta a farti incazzare come Report, la trasmissione di Milena Gabanelli su Rai3, che ogni settimana ti fa vergognare persino di essere andato a votare.
Oppure sceglie di comunicare in un modo più sottile e indiretto, utilizzando la comicità, come fanno molti, a partire da Beppe Grillo.
"Thank you for smoking" sceglie decisamente la prima via e già a metà film sei incazzato per aver buttato via 6 euro (4 se abiti in provincia dove il film arriva dopo mesi in versione cineforum).
Ci sono due momenti, in particolare, che ti fanno venir voglia di uscire per accendere una sigaretta e le tende del cinema.
Il primo dura per tutto il film ed è la faccia del protagonista Aaron Eckhart. Non ti identificheresti in lui nemmeno se prendessi una tisana fatta con le sue cellule staminali. Non perché nel film deve interpretare un personaggio privo di qualsiasi scrupolo morale, ma perché non ci riesce. Ha la stessa espressività di Bondi e la credibilità di Schifani e, soprattutto, sembra che non creda in quello che legge sul copione. Probabilmente ha ragione, perché il film è scritto troppo male. Il che ci porta al secondo momento cult, nel quale Aaron non ha responsabilità. Questa va divisa in parti uguali tra il regista Jason Reitman e lo sceneggiatore Jason Reitman (questo spiega molte cose). In questa scena lavora il figlio del protagonista. Il giovane attore si chiama Cameron Bright, l'unico dodicenne che non ha più nulla da chiedere alla vita, dopo essere stato nella stessa vasca da bagno con Nicole Kidman in "Birth".
Il giovane, salendo in auto, dice una battuta che non dovrebbe. Non perché sia peggiore delle altre, ma perché tu, spettatore, ti sei accorto che il regista la sta preparando già da dieci minuti. Fino a un certo punto sospetti solamente che forse il ragazzo dirà quelle parole. Poi pensi "no, non lo farà" e la mente, che è sempre pronta a negare il peggio, cancella la paura. Così, quando la battuta esce fuori davvero, l'effetto è devastante. Da qual momento il film ti cola tra le mani come un cono al cioccolato e la speranza di poter vedere in Canavese qualcosa di meglio di "Vacanze di Natale" se ne va definitivamente in fumo.

Posted by Aldo at 12:42 | Comments (0)
17.12.06
Biella Usac 88 - 17

Potrebbe andare peggio. Prendete per esempio l’Under 13 PGS Vela, di Alessandria, che dopo cinque partite è ultima nel suo girone a MENO UNO. La settimana scorsa per giocare sono stati costretti a mettere dentro uno del 96, ma gli arbitri se ne sono accorti e li hanno fatti neri, minacciando di squalifica la squadra. La settimana dopo sono arrivati in ritardo alla partita e hanno perso a tavolino 20 – 0, In più gli hanno dato la multa e un punto di penalizzazione (ecco perché sono in negativo). Non so a voi, ma a me questi del PGS Vela sono simpatici e chiedo ufficialmente ad Alessandro Castagna di invitarli subito a Rivarolo per un’amichevole prima che gli passi la sfiga.
Sì, potrebbe andare peggio come allo squalificato Abbona Alexandro (che coincidenza eh?) del Fenix che ha preso una giornata di sospensione per comportamento irriguardoso verso l’arbitro. Andrebbe sicuramente peggio se perdessimo 102 a 10 come è capitato al Poldhertona Basket e la lista degli incubi che si possono trovare sul sito FIP potrebbe continuare.
Potrebbe andare peggio anche in tribuna. Ad esempio potrebbe venirci un coccolone se i nostri vincessero una partita. Sugli scalini o sui sedili applaudiamo, urliamo (qualcuno urla anche troppo) incitiamo, ci scaccoliamo quando l’arbitro non guarda e, diciamolo pure, soffriamo come dei cani. E poi ci viene il magone pensando ai nostri ragazzi. Anche oggi, dopo 5 sconfitte consecutive e un 88 a 17 fresco fresco, ci chiedevamo: come usciranno dallo spogliatoio? Avranno gli occhi lucidi per la delusione e la rabbia? Sapremo trovare le parole per consolarli? Quale sarà la prima cosa che diranno uscendo dallo spogliatoio?
La parola è PSP “Play Station Portatile”. Di quello parlano mentre escono. “La partita? Ah sì, ci siamo divertiti, però il 19 puzzava”. Tutto qui. Pronti, subito dopo, a spingersi per le scale, ingoiare porcherie, mentire sui compiti fatti e da fare. Allora pensi che magari non ci tengono, visto che la prendono così alla leggera. E invece quelli ti smentiscono un minuto dopo quando l’allenatore dice che domani si sta a casa perché lui non può venire ad allenare. “Non importa” rispondono i ragazzi “se la palestra è libera ci andiamo lo stesso”. Cosa dire? Che non potrebbe andare meglio, nemmeno se fossimo primi in classifica

Posted by Aldo at 23:57 | Comments (0)
01.12.06
Lo stagno di fuoco

Istruttoria:
La trama è questa: dopo il giudizio universale, Dio si ritira portando via con sé le anime dei giusti, lasciando i dannati a consumarsi all’inferno. E sulla terra? Sulla terra rimangono poche decine di persone, che per un motivo o per l’altro sono ingiudicabili, guidate da 3 angeli che, evidentemente, hanno sbagliato qualcosa. Per ritornare in stato di grazia dovranno compiere una pericolosa missione attraversando tutto l’inferno, tra anime dannate, Demoni Maggiori e Minori, Sottili, fino a Satana.
Con queste premesse uno corre a comprare il libro, perché l’idea di scrivere un remake della Divina Commedia è davvero buona. Il dubbio assale quando il libro lo vedi: 770 pagine. Beh, non vuol dire: ci sono libri che vorresti non finissero mai. Purtroppo da “lo stagno di fuoco”, invece, vorresti fuggire presto, perché è lento come una tradotta e, con un ritmo che farebbe addormentare un bradipo, ti trascina piano piano nel basso inferno dove diventa sempre più confuso, difficile. Come ulteriore supplizio nei confronti del lettore trattato alla stregua di un dannato qualsiasi, l’autore, Daniele Nadir scrive utilizzando più livelli narrativi, che ti spiazzano ulteriormente. Vogliamo dirla tutta: anche questa mania di scrivere le frasi e poi metterle in discussione subito dopo con un avverbio, stanca. Se questo romanzo fosse un itinerario, si potrebbe dire che per metà è strada asfaltata, per un po’ è sentiero e per il resto sono solamente tracce nella nebbia tra le quali ci si perde dopo un passo.
La parola alla difesa: Finalmente! Dico che un libro non si può e non si deve leggere in tre mesi. Soprattutto non si deve leggere a letto, la sera, facendoselo franare sul naso dopo appena due pagine. Ma ti vedi? Con il libro che ondeggia e cade. E guarda che pesa! Ma va a dormire che è meglio! Maltrattato così si trasformerebbe in un flacone di Lexotan persino un romanzo di Stephen King.
Accusa: Stephen King non ha fatto mai dormire nessuno.
Difesa: Stephen King non ha mai nemmeno provato a inserire un messaggio nei suoi romanzi, te ne sei accorto? Sono pura letteratura d’evasione, per di più prodotta in serie.
Accusa: E Nadir sì? Quale messaggio ci offre?
Ecco il punto.
Sentenza: può darsi che nelle 50 pagine di epilogo (circa due settimane di lettura) si nasconda un messaggio importante. Quale occasione più ghiotta per un autore, poter prendere posizione sui misteri della fede o almeno per dare un senso al suo libro. Ma c’è un senso? E se c’è qual è? Se non lo so è colpa dell’autore che non ha saputo tenermi sveglio o colpa mia che mi sono addormentato? Qualcuno ha voglia di scoprirlo? Se alla fine non trovate niente, potete sempre mandarmi al diavolo.


Risposta di Daniele Nadir
Caro Aldo, mi assumo la piena responsabilità di averti tediato per tanto tempo e qui ti porgo le mie scuse. Detto questo mi è capitato di chiacchierare molti lettori e per fortuna, con alti e bassi, gran parte di loro ha avuto modo di vivere con entusiasmo tanto la trama quanto la prosa de Lo Stagno di Fuoco. I tempi di lettura sono stati decisamente variabili, da ben più di tre mesi a tre giorni (cosa di cui non mi capacito).
Francamente, non ho nessun appello da presentare al tuo primo grado.
Se per arrivare alla fine della storia hai dovuto trascinarti per oltre 700 pagine di ‘prosa da bradipo’ è facile che il filo della storia sia andato perso per strada in un crescendo di incomprensione a cui è difficile rimediare con poche righe. E, sia chiaro, ritengo sia compito di un romanzo catturare chi legge, non viceversa. Quindi: mea culpa. Riguardo al finale, sono poco propenso a scriverne in modo esplicito (ma, avendomi fornito il tuo numero di telefono, in calce alla mail, sarò lieto di fornirti direttamente un dovuto chiarimento). Qui e ora posso dirti che in questa storia, come in molte altre, non c’è una morale della favola esplicita, da dimostrare, una verità ultima da porgere ai lettori. Questo, sia chiaro, non vuol dire che un romanzo non sia sorretto e animato da emozioni forti, idee precise. E in questi termini - e al di là della mia storia - non credo che King non abbia mai avuto messaggi da dare, nei suoi romanzi.
Ma torniamo a noi.
Quello che posso fare per essere un po’ più esplicito per chi legge queste righe (e che sarà giudice e giuria, incuriosito o ritratto di fronte a Lo Stagno di Fuoco) è chiamare a deporre un lettore che probabilmente, all’Inferno, ha perso ore di sonno invece di guadagnarne: Anselmo Cioffi, su carmillaonline, (http://www.carmillaonline.com/archives/2005/09/001508.html).
Posso inoltre chiamare a deporre direttamente l’imputato (è possibile leggerne alcuni capitoli sul sito www.stagnodifuoco.com) e, in ultimo, il mandante, in un’intervista che mi hanno fatto, tempo fa, sui contenuti del romanzo (da Stilos del 7/6/05, http://www.stagnodifuoco.com/intervistilos.htm).
Spero che il commento di Anselmo Cioffi e l’intervista possano dare, in parte, una risposta alle tue domande e, con buona pace dell’accusa (ma senza l’intento di costringerla a rileggere gli atti - a letto - una seconda volta, per carità), a marzo il romanzo uscirà in economica e questa seconda edizione è stata limata e resa più esplicita, soprattutto nella parte finale.
Un caro saluto.
Daniele Nadir

Posted by Aldo at 09:58 | Comments (0)