Noi uomini siamo sempre pronti a innamorarci di donne incasinate, ma disponiamo di una specie di fusibile che scatta in presenza di guai troppo grossi evitandoci l’autodistruzione. Tuttavia, anche volendo farci del male, non potremmo amare “la sconosciuta” di Tornatore perché non saremmo adeguati. Nessun uomo, per quanto grande, sarà mai all’altezza di una donna grande come lei. Il motivo è ancora in quel fusibile, che le donne non hanno, o che forse hanno, ma tarato diversamente. Un uomo può sacrificarsi e anche morire per i suoi figli o la sua donna. Una donna, invece, per i sui figli o per il suo uomo è disposta a vivere, e questo, in tanti casi, è molto peggio.
La sconosciuta nel film si chiama Irena e se non puoi amarla, nessuno ti impedisce di essere almeno suo complice, tanto che all’uscita dal cinema rischi di essere arrestato per favoreggiamento.
Per tutto questo è grande Tornatore, che ti coinvolge in atti contrari al lecito ma sa trovare le attenuanti per trascinarti ugualmente con sé, che ti porta dentro il personaggio senza svelarne nulla, semplicemente chiedendoti un atto di fede.
Intorno a Irena si muovono in orbite sempre più strette Michele Placido, Claudia Gerini, Alessandro Haber, Piera degli Esposti e una bimba, Clara Dossena. Qualunque commento su di loro sarebbe inutile perché, per quanto bravi, anzi, grandi, sono poco più che caratteristi in un film che si appoggia interamente sulle spalle della sconosciuta attrice Ksenia Rappoport. Per lei qualunque commento sarebbe infondato, perché trasformandosi totalmente nel suo personaggio, la vera sconosciuta rimane proprio lei. Occorrerà aspettarla in un altro film, sperando che sbagli un’espressione, una parola, un battito di ciglia, per poterne dire qualcosa.
E se fosse quell’ITALIAUSAC!!! strillato all’inizio della partita a portare sfiga? Perché mai i ragazzi dell’Under 13 evocano Italia1, il canale più diseducativo d’Europa? Perché devono ricordarci quanto tempo trascorrono spenti davanti alla TV accesa?
Proporrei RAITREUSAC! se non fosse che suona da schifo.
“VIVAUSAC”? Debole.
“FORZANOI”? sgrammaticato
“FACCIAMOLINERI”? presuntuoso. Insomma ragazzi, trovate voi un nuovo urlo. Vanno tutti bene, da TACHIPIRINA al codice fiscale di Abidin, perché il significato non conta. L’urlo, ovvero lo stretching di corde vocali, con emissione di alito cattivo e sputacchi, non ha lo scopo di spaventare gli avversari; serve per caricarvi di orgoglio e grinta, per aiutarvi a diventare, se non bravi come Michael Jordan, almeno verdi come Hulk.
A voi la palla per un lavoro di fantasia, se siete d’accordo, ovviamente.
Per la cronaca, contro il Nole abbiamo giocato bene i primi 3 minuti e benino gli ultimi 2. In mezzo c’è un vuoto di 27 minuti e 90 punti contro.
Non basta: non si arrivava nemmeno al tiro. Se anche fossero entrate tutte le nostre palle mandate in direzione del tabellone, non avremmo totalizzato nemmeno metà del loro punteggio. Ma se andare a canestro rimane un sogno, la difesa resta il peggior incubo. Il n. 13 del Nole ha fatto tutto quello che ha voluto nonostante lo abbiano preso in consegna in 5 durante l’incontro.
Se gli avversari sono forti e tutti mediamente più alti di noi, per giocare al loro livello servono più velocità più intelligenza e, soprattutto, più grinta. Dovremo arrabbiarci di più. Proprio per questo ItaliaUsac non va bene. Non fa incazzare, fa ridere.
San Mauro è sul Po, il Po è inquinato e così finisce che certi ragazzi crescono con anomalie genetiche. Una prova? Ve ne diamo due: il n. 21 e il n. 23 del San Mauro, che se è vero che hanno 12 anni è anche vero che aiutano la mamma a fare il cambio stagione senza tirare fuori la scala dallo sgabuzzino. Uno se la tira da angelo, con capelli morbidi e la faccia pulita, l’altro vorrebbe, ma l’alopecia incipiente lo tiene un po’ più terra terra.
Per avere un’idea dei due pali del San Mauro, scriviamo la preposizione “alla” in corpo 12 e facciamo le due elle in corpo 18. Eccoli lì. (le due “a” sono i due Alessandro che li marcavano).
Diciamola tutta: ce le saremmo prese anche senza i due con l’altimetro. Ci scivolava la palla di mano, non stavamo in piedi e sbagliavamo le rimesse. C’è altro? Sì, ci facevamo anche beccare in retromarcia a centrocampo e non tentavamo nemmeno di saltare per prendere il rimbalzo in difesa.
Però ci siamo impegnati e nessuno ha battuto la fiacca. Alberto si infilava con tutti i suoi spigoli tra gli avversari che un po’ di paura a fermarlo ce l’avevano. Matteo Guglielmetti e Marco ubriacavano e saltavano gli avversari quando ripartivano dalla difesa, salvo poi dover salire uno sulle spalle dell’altro per guardare negli occhi i già troppo citati 21 e 23.
C’è altro? Sì, c’era una ragazzina nel San Mauro, la n. 8, che non giocava neanche male. Allora non si capisce perché noi abbiamo dovuto rinunciare a Fiammetta, Lucia e Costanza.
C’è altro? Sì, la palla era quella del mini basket e allora non si capisce perché noi ci alleniamo con quella più grande.
C’è altro? Sì, il peggio: se in campo la San Mauro non ci ha rubato niente, negli spogliatoi qualcuno ha fatto provvista. La maglietta DeG di Matteo Guglielmetti non è più di Matteo e tra qualche giorno apparirà addosso a un ladro. È il finale di cui non avevamo voglia, né sentivamo il bisogno.
