14.06.06
Fiat idea

Prendete un ferro da stiro e mettetelo in stile italic. Fatto? Avete riprodotto il design di Fiat Idea, l’auto meno intelligente che sia mai stata pensata: inguardabile e difficilmente distinguibile da una barriera New Jersey, trovate la sua quotazione dell’usato nella categoria “damigiane e articoli per cantine”; è l’unica auto che non è mai stata messa in palio come premio in un concorso. Non adatta ai giovani, improponibile per il lavoro, non è indicata nemmeno per gli anziani, “A chi la rifiliamo”? si sono chiesti in Fiat dopo più di due anni dal lancio. Risposta: alle donne.
Qui finisce il lavoro di Fiat e inizia quello dell’agenzia di pubblicità, come dire che dal lavoro mal fatto si passa al lavoro sporco.
Lo spot di Fiat Idea va in onda in questi giorni tra quello dell’Adidas e quello della Coca Cola, tra Brasile-Croazia e Totti che biascica “life is now”, che non capisci più dove finisce il televisore e dove inizia la partita. Ed è qui, nell’attesa che le squadre scendano in campo, che Fiat Idea si presenta agli italiani.
La voce fuori campo dice una grande verità: “ci vuole una bella grinta per essere mamme oggi” e intanto fa vedere non la macchina (mica scemi i pubblicitari) ma il target, le mamme appunto, che per la strada eseguono la Ka Mate, ovvero la danza propiziatoria degli All Blacks, la nazionale di rugby della Nuova Zelanda, un balletto di grandissimo effetto, soprattutto perché non ancora inflazionato dalla TV. La mamma prima ballerina, vagamente somigliante a Sabrina Ferilli, ma di tre taglie più sottile, distende le braccia, si afferra i gomiti e urla la sua rabbia per il fatto di essere madre con un marito perennemente contumace. L’effetto è devastante: dallo schermo ti piove in casa grinta non tagliata. L’interpretazione è così convincente che se sei mamma ti chiedi perché non hai ancora una Fiat Idea. Sì, ma com’è questa macchina? – ti chiedi – adesso la faranno vedere. Ma un’altra mamma, Lucia C., la copywriter che ha scritto lo spot ha pensato: “Se quest’auto è orenda, perché devo farla vedere? A casa mia, quando vengono ospiti, il bagno lo tengo chiuso, no?” E così la macchina non si vede: si immagina. E ti immagini una macchina straffiga, piena di cattiverie che ti aiutano a vincere la partita contro la vita di tutti i giorni, fatta apposta per scaraventarci dentro il il passeggino e il bambino. E prova a piangere, adesso!
Il Brasile non va oltre il risultato di uno a zero. Sembrerà una bestemmia e forse lo è, ma quei 30 secondi di pubblicità sono più emozionanti di Cafu e Ronaldinho. Sicuramente comunicano di più. Gran bel lavoro Lucia. Da oggi, grazie a te, un sacco di mamme sulla tua Idea, ci faranno almeno un pensierino.

Posted by Aldo at 17:52 | Comments (0)
01.06.06
Volver

Tre aggettivi per Volver, l’ultimo film di Pedro Almodovar: perdibile, deludente, sconsigliabile.
Ci siete rimasti male? Anch’io. Purtroppo i contenuti non bastano; serve anche il contenitore. Chiamala forma, chiamala regia o, semplicemente, qualità.
Una cosa è se ti inventi un personaggio come “Candela” in “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” o il trans Agrado in “Tutto su mia madre”, lo costruisci nei dettagli, scrivi per lui dialoghi che persino la stampante ti applaude, (… mi chiamo Agrado perché per tutta la vita ho cercato di rendere piacevole quella degli altri...) lo fai interpretare da una attrice professionista e gli dai la voce di Veronica Pivetti. Un’altra è se prendi un puttanone e gli fai fare il puttanone. Viene fuori l’effetto telenovela, per non dire una puttanata.
Purtroppo in Volver l’odore di Telecupole e Retequattro salta fuori ad ogni scena. Personaggi che gesticolano troppo, dialoghi che spiegano troppo, attori che appaiono nell’inquadratura troppo a proposito, dettagli inutili e insignificanti, nessuna invenzione nella fotografia o nel racconto. Uno strazio.
Peccato perché i film di Almodovar non sono come i libri di Bruno Vespa che escono a raffica. Dovremo aspettare anni per rifarci la bocca.
Peccato perché con Volver, Almodovar racconta una nuova storia di donne, gli unici esseri viventi che, secondo lui, sono degni di essere raccontati. Le donne sono sempre protagoniste, mentre gli uomini sono comparse tristi. Non è un caso, perché Almodovar è un profeta. Ci sta dicendo che dopo due o tre millenni di sottovalutazione le donne stanno riprendendo il loro posto. Sono più veloci dei cambiamenti climatici e non le fermeremo mai, perché come Almodovar ci dimostra, sono più forti: amano, soffrono, vengono violentate, abusate. Lavorano, partoriscono, allattano e tornano a lavorare. E resistono. Sono capaci di accettare la vita come pochi uomini sanno fare. Forse così si spiega perché esistono grandi uomini e non grandi donne: perché le donne sono tutte grandi.

Posted by Aldo at 22:21 | Comments (0)