Cinema Ambra 1 di Valperga, venerdì sera: 430 posti disponibili, 430 posti occupati. Qualcuno sta in piedi e qualcuno riproverà domani. Harry Potter unisce e aggrega.
Più trasversale dell’influenza, colpisce nella stessa misura adulti, giovani e bambini. Più Bipartisan della legge che aumenta lo stipendio ai deputati, unisce famiglie di Forza Italia e coppie di Rifondazione.
Quello che è chiaro, dopo anni di frequentazione, è che Harry Potter non è un personaggio, ma un mondo, un sistema alternativo. E nonostante sia un mondo pericoloso, nel quale tutti hanno paura anche solo di nominare Chi-sai-tu, a quanto pare è di gran lunga preferito a quest’altro, quello più o meno reale in cui viviamo. Non si spiegano diversamente il successo che continua ininterrotto da 5 libri e 4 film, e la fedeltà che tutti i fans dimostrano alla serie.
Ci sono due entrate per questo mondo. La porta principale di Hogwards passa per i libri e i veri maghi non ne riconoscono altre. Sembra che funzioni anche quella del cinema, visto che anche chi non legge viene catturato per sempre dalla magia di Harry, Ron, Ermione e dell’intera galleria di personaggi.
Ora, non c’è nulla di male nel credere in un mondo che non esiste. Ci si fa un po’ male quando se ne esce, perché la fine del libro o del film lascia un senso di vuoto, ma si sopravvive.
Sarebbe bello credere anche a “meno tasse per tutti”, alla "casa per chi non ce l’ha" e a "milioni di posti di lavoro", ma poiché tutto ciò richiederebbe, se non la bacchetta magica, almeno un po’ di onestà, crederci davvero o crederci ancora è un po’ stupido, no?
Può capitare di essere lasciati da una donna. Ma farsi abbandonare contemporaneamente da 4 casalinghe, un lunedì sera, non è spiegabile neanche con l'alito cattivo. Purtroppo di spiegazioni la Rai non ne dà mai: quando tronca una storia, la chiude senza tanti preliminari e se ne frega se una sera scopri di punto in bianco che è finita, e te ne rimani lì, stupido, con il telecomando inclinato verso il basso, la mandibola cascante e il torcicollo, come quando ti addormenti sui sedili di Trenitalia.
Non lo sapevi? Non leggi Sorrisi e Canzoni? Allora piangi e taci.
Ma come? Ma lo sa la Rai che se ogni lunedì riuscivamo a sopravvivere all'ufficio prima e alle nostre famiglie dopo, era perché la sera ci trasferivamo in Wisteria Lane? E per la Rai, questi mesi non hanno significato nulla? Tutto lo share che le abbiamo dedicato, settimana dopo settimana, è stato portato via dallo sciacquone come quando avevamo tredici anni e passavamo i pomeriggi chiusi in bagno?
Avremmo dovuto renderci conto che il sentimento era a senso unico già quando la Rai ci ha dato il bidone con gli appuntamenti fissati "Oh, avevate capito martedì? No, no era lunedì"
Prendiamone atto. Non abbiamo mai contato niente e ha sempre avuto ragione Ferradini "dille che l'ami e sta sicuro che ti lascerà".
Il problema è che qui ne amavamo 4, e ciascuna in un modo speciale. E così ciascuna ci mancherà in un modo tutto suo.
Gabrielle, la signora Solis, che a vederla in guepiere ti sale la febbre esterna, interna e intermedia. Appenderemo il suo poster in casa e il suo volto sarà lo screen shot del pc, salvo passare alle bandierine di Windows all'arrivo di nostra moglie.
Bree Van de Kamp, così algida, così palesemente derivata del poliuretano, forse riusciremo a dimenticarla, ma non appena chiuderemo gli occhi, i suoi capelli ramati torneranno a colorarci le notti di malinconia.
Lynette non la dimenticheremo per due motivi: o perché ne abbiamo sposata una uguale e ce l'abbiamo in casa, o perché sarà lei a dimenticarsi di noi, totalmente divorata dalla sua famiglia.
E infine Susan. Susan non siamo disposti a lasciarla andare senza combattere. Potremo rivederla in qualche altra serie, ma non sarà la stessa cosa, perché qualche indegno regista la farà apparire diversa dalla cerbiatta in amore da proteggere e coccolare.
Ritorneranno? Forse tra un anno, così dicono molti su internet. In America ritorneranno sicuramente, ma in Rai? Saranno sufficienti gli ascolti registrati dalla serie quest'anno per i buyer della televisione italiana? Siamo stati mediamente in 3milioni e 100mila a seguire le donne più politicamente scorrette delle serie televisive, e dal momento che la Rai ragiona solamente con i numeri possiamo sperare bene, perché non siamo pochi. Però non siamo nemmeno così tanti da assicurare l'en-plein di entrate pubblicitarie.
Aspettiamo. Nel frattempo possiamo vedere e rivedere le cassette che abbiamo prudentemente registrato per saltare la pubblicità. (Eh sì!). E nello struggente ricordo, persino gli stacchetti con la mela che piomba giù ci faranno sentire un po' meno soli.
Ne “La tigre e la neve” Nicoletta Braschi guida un Ulysse e Roberto Benigni una Punto blu. Metallizzata. Pulitissima. Strano eh? Sarebbe strano anche se Benigni guidasse una Opel o una Toyota, ma su una Fiat ci sta proprio male, forse perché è troppo scontato vedere un’auto italiana in un film italiano, o forse perché Benigni è un poeta e trovare una rima per Fiat è veramente dura.
La premessa per dire che la pubblicità occulta dà fastidio ed è una forma di corruzione per la quale non c’è immunità naturale nemmeno per i grandi. Difficile chiudere il capitolo “difetti” perché l’Iraq ricostruito da Benigni è frutto di una scenografia che chiede molto all’immaginazione, e la recitazione della Braschi ha bisogno di molta clemenza. Per dirla tutta, le due ragazzine che interpretano il ruolo delle figlie di Attilio (Benigni) oltre a essere bruttine, non recitano: si muovono in modo scoordinato e dicono le loro battute con le inflessioni e i difetti di pronuncia di adolescenti prese a caso in una prima liceo. Possibile che Benigni non se ne sia accorto?
In realtà Benigni ha tutto sotto controllo. Sa quanto deve essere dettagliato uno scenario e come va pronunciata ogni sillaba. Tuttavia non se ne cura, perché con “La tigre e la neve” non sta girando un film, sta raccontando una favola, e nelle favole non ha importanza se ascolti seduto per terra o sulle ginocchia del nonno; conta solo il narratore, che decide le voci dei personaggi.
Appena capisci che sei invitato in una fiaba, riesci a perdonare le ragazzine racchie e ti sembra persino che la voce della Braschi mostri qualche tentativo di passione.
Difficile parlare bene di un film parlandone male, ma “La tigre e la neve” è così: imperfetto ma intenso, confuso ma geniale. Sì, geniale perché Benigni è riuscito a raccontare una delicata poesia d’amore prendendo in giro il pubblico dall’inizio alla fine. Quando ti accorgi che nell’apparente semplicità della storia in realtà non avevi capito niente, è ormai tardi. Il delicato imbroglio costruito dalla sceneggiatura di Roberto Benigni e Vincenzo Cerami fa gol all’89°, quando ormai è impossibile pareggiare. E la sorpresa è talmente inaspettata che rimani lì a pensare se merita un altro Oscar. No, forse l’Oscar no, ma almeno un grazie, questo sì.
Lunedì sera, a pochi chilometri da casa mia, un settantenne ha sparato con la doppietta contro alcuni ragazzini mascherati che festeggiavano Halloween, proponendo, casa per casa, il ritornello “dolcetto o scherzetto?”.
Due quattordicenni sono gravi e il pensiero che avrebbero potuto essere i miei figli mi angoscia da quando ho sentito la notizia al tg.
Pensare che avrebbero potuto essere i miei ragazzi a vestirsi da idioti e andare in giro a rompere i coglioni alla gente, perpetuando una cerimonia aliena, ripetendo frasi di cui non conoscono l’origine, non mi fa dormire. Eppure lo fanno tanti, e sapere che sono spinti a ciò dal marketing delle industrie di giocattoli, dalla pigrizia dei media e dalla disattenzione di scuola e famiglie, fa incazzare.
Halloween è una festa americana, forse anglosassone se va bene, tutto meno che italiana. Dobbiamo importare anche questo? Perché non celebriamo anche il giorno del ringraziamento o il 4 luglio? (in verità io lo festeggio perché è il mio compleanno).
C’è da essere grati a Benito Dabbelani, così si chiama il fucilatore di Chiaverano, il quale, probabilmente senza saperlo, ma intuendo di far qualcosa di giusto, ha tirato due fucilate alla globalizzazione, e già solo per questo gli devono essere concesse le attenuanti.
Spero, ovviamente, che i due malcapitati non si siano fatti troppo male e che all’anziano Benito sia risparmiata la galera: Ma spero, soprattutto, che si conservi il ricordo di questo episodio e che sia d’esempio, soprattutto per i miei figli.
ac. 2.11.05
