Essere sceneggiatore e regista di un film significa prendersene per intero la responsabilità: idee, credibilità della storia e degli attori, comprensibilità, ritmo, tensione narrativa, tutto. Roberto Faenza è il regista e sceneggiatore de "I giorni dell'abbandono".
A chi - dunque - chiedere indietro i soldi del biglietto? A Roberto Faenza. Alla cortese attenzione di chi spedire un invito per andare a quel paese? A Roberto Faenza. A quale nome fare attenzione, in futuro, per evitare di prendersi un'altra fregatura? A Roberto Faenza.
Nel film di Roberto Faenza, Margherita Buy fa la traduttrice per un editore e lavora a casa. Ora, con cosa elabora il suo testo la Buy? Con un PC? Con un Mac? No. Roberto Faenza le procura una macchina da scrivere. E allora, invece di seguire il filo della trama (sottile come neanche un ragno potrebbe tessere) ci si domanda perché mai una traduttrice debba pestare sui tasti invece di comporre con Word. Come passerà il lavoro all'impaginatore? Cosa ci vorrà dire Roberto Faenza con questa storia della macchina da scrivere? Non è una divagazione spiacevole, per lo meno per qualche minuto ti distrai e ti salvi dal film. Ma poiché lo schermo è l'unica cosa luminosa del cinema ecco che ricaschi nell'infelice vita della Buy, giusto in tempo per incrociare 5 o 6 volte una barbona davvero poco credibile, che vive sotto i cartoni in una prestigiosa via di Torino, e ti chiedi che cosa rappresenta. Ogni ipotesi è buona. È la donna che Margherita Buy vorrebbe essere? È un fantasma che solo lei può vedere? È una raccomandata a cui Roberto Faenza doveva per forza dare una parte? Alla fine rinunci a capire e non la vedi più. Ma c'è un'altra storia parallela, che viene a incrociarsi, ogni volta che non serve, con la vita sfigata della Buy: è quella di una donna annegata in mare. E di nuovo ti chiedi cosa rappresenta. Se stessa? La barbona? La nonna di Roberto Faenza? Alla fine rinunci a capire e non la vedi più. Poi c'è Luca Zingaretti, al quale Roberto Faenza riserva una parte che più brutta è veramente difficile. È un uomo che dall'oggi al domani lascia la moglie (la Buy), i figli e se ne va. Oddio, capita, e "non amare più non è una colpa" come fa dire Roberto Faenza a Zingaretti, ma certo Zingaretti non ne esce bene. Se sono queste le parti che lo aspettano, è meglio per tutti se continua a fare il commissario Montalbano. Un premio speciale della giuria anche per il tecnico del suono, che con la sua presa diretta riesce a confezionare una marmellata di voci e musiche mal mixate, che ti fanno perdere due parole su tre. (Forse è persino un bene). Alla fine rinunci anche ad ascoltare e fortuna che il film finisce perché non ne puoi più.
Delitto, indagine, soluzione. Lo schema del genere "thriller" è semplice e sicuro, tanto che la maggioranza dei film e dei libri è pennellata di giallo. Giorgio Faletti, al suo esordio come autore nel 2002, non si è sprecato e ha seguito la ricetta. Un po' come se un cuoco decidesse di cimentarsi con un panino al salame.
Tuttavia una pagnotta con fette di cacciatorino è l'ideale per merenda e nella valigia delle vacanze un tomo bello spesso come "Io uccido" è altrettanto appetitoso.
"Io uccido" ha il grosso problema di iniziare molto bene. E quando un libro ti prende al primo morso purtroppo ha maggiori probabilità di deluderti nello sviluppo.
Il pepe c'è, perché i delitti del serial killer di Faletti sono cruenti al punto giusto, le vittime sono ben definite, gli omicidi sembrano inevitabili manovre del destino più che azioni pianificate da un pazzo assassino. L'ambientazione nel Principato di Monaco e il particolare ambiente di Radio Montecarlo sono indovinate e intelligenti. Indovinate perché mettono insieme e confondono in un romanzo, fiction e realtà, il tutto 3 anni prima di Dan Brown e del suo "Codice Da Vinci". Intelligenti perché con questo semplice trucco ti trascinano nelle pagine con una facilità disarmante: Montecarlo esiste, RMC la conosci bene, dunque scivoli con un sorriso sulla maionese e ti fai prendere dalla storia.
Purtroppo ci sono un po' di bucce nel panino. Faletti corre in bilico tra l'improbabile-ma-possibile e l'inverosimile e spesso casca dalla parte sbagliata, aiutando i suoi eroi con una serie esagerata di colpi di fortuna. Il racconto diventa persino gnecco, come pane tirato fuori dal frigo, quando Faletti ti fa perdere una vita (15 pagine, l'intero paragrafo 52) raccontando nei minimi dettagli la storia, il carattere, le aspirazioni, i progetti e i difetti di un insignificante Hudson McCormac per poi sopprimerlo subito dopo. Suggerimento: se leggete il libro inghiottite questo paragrafo senza masticare e passate oltre, perché per il resto il romanzo si mantiene gustoso fino alla fine. Chiusa l'ultima pagina probabilmente non sarete sazi. Nessun problema: in libreria c'è da tempo il secondo romanzo di Faletti: "Niente di vero tranne gli occhi". Chi lo assaggia?
