Se la vostra libreria ha uno scaffale dedicato alla montagna, potete riporre lì questo “Cuochi Artisti Visionari” di Paolo Paci. Paci presenta i monti che incontra lungo la strada, dalla Grigna fino al Badile, come se fossero compagni di scuola, una confidenza che deriva dall’averli visitati, arrampicati, accarezzati. Se però spostate il libro tra quelli dedicati alla cultura eno-gastronomica non sbagliate, perché quello è il posto suo: il libro è tutto ricerche, interviste, indagini, domande indiscrete e assaggi, soprattutto assaggi. Questi sono raccontati con una sorta di maliziosa cattiveria nei confronti del lettore: tra un pizzocchero e una brisaola, un quartirolo e una trotella di fiume preceduta da gnocchetti di Chiavenna, sembra proprio che l’autore parli con la bocca piena e questo per chi, a casa, apre il frigo e ci trova solo uno yogurt magro, non è simpatico.
Potete allora spostare il volume al piano dedicato alla storia e immergervi nel tragico (e quindi affascinante) destino di Piuro, paese ricco di denari e arti, sepolto da un’immane frana sul far del ‘600, una Pompei delle Alpi centrali, che conserva ancora tutto il suo mistero al riparo dei soffi dei croti. Il viaggio prosegue in Svizzera, mentre il libro si sposta nella storia dell’arte, per raggiungere i luoghi di Segantini e Giacometti. Ma non finisce nemmeno qui. Paci riesce a trovare spazio persino per la sua famiglia e per i suoi amici e lo fa con una delicatezza tale che gli perdoni facilmente le digressioni. Solo che non sai più dove conservare il suo libro e allora decidi che forse l’unico posto è tenerlo a portata di mano, tra i libri che servono a qualcosa.
Il codice da decifrare è il seguente: “che cos’è questo libro”? Perché se è un thriller, “Il Codice Da Vinci” non è quel libro che non sai come hai fatto a vivere fino ad oggi senza leggerlo. Le situazioni risolte con troppa disinvoltura dal buon Dan Brown sono davvero troppe e lasciano l’insipido in bocca a chi è abituato a più saporiti stratagemmi criminali. Se è un saggio di storia va a sapere se ti racconta balle o se c’è del vero nelle sue tesi. Una cosa è certa: Brown fa più danni alla Chiesa di Don Gianni Baget Bozzo e Padre Mazzi messi insieme. Per 500 e più pagine costruisce e sostiene una teoria anti cattolica con una ben organizzata serie di testimonianze, papiri, vangeli, documenti, citazioni, opere d’arte e persino cartoni animati. A 30 pagine dalla fine il cristianesimo ha le ore contate e sta per essere cancellato dalla sconvolgente verità che emerge dal libro di Brown: Gesù Cristo sarebbe un’invenzione del Consiglio di Nicea e dell’imperatore Costantino, in realtà era sposato con Maria Maddalena, che appare dipinta perfino nell’Ultima Cena di Leonardo accanto a lui. (Controllate: l’apostolo che sta a sinistra di Cristo sembra proprio una donna con i capelli rossi, e anche nelle tele di altri artisti rinascimentali appare con tratti femminili) Non solo: i due ebbero dei figli e i discendenti sarebbero arrivati fino ai giorni attuali. La cosa forse più sconvolgente è che come versione dei fatti, questa di Brown è obiettivamente più credibile di quella che ti insegnano a catechismo. Non è un caso che l’Opus Dei, http://www.opusdei.it/art.php?w=22&p=7188 pubblichi nel suo sito internet ben 25 articoli contro Brown e il suo libro.
Ma Brown cosa fa? A 20 pagine dalla fine, quando ti aspetti un finale alla “Capricorn One”, dove il grande imbroglio sta per essere rivelato al mondo, o come in “Tutti gli uomini del Presidente”, altro film in cui a farti tremare di indignazione sono i tentativi di sopprimere la verità, a 20 pagine dalla fine, Brown rallenta, accende gli antinebbia, scala in prima e si ferma. In altre parole sfracella il suo libro facendolo precipitare da un’altezza impressionante in un finale pavido e molle. Perché? Perché si è accorto di aver fatto troppa confusione tra fantasia e realtà e non sa come uscirne? Perché ha osato troppo? O, al contrario, perché gli manca l’ultima dose di coraggio? E così, in attesa che il suo libro finisca in pellicola per opera del regista Ron Howard, volta le spalle e tradisce tutti: le sue teorie, Leonardo da Vinci e, quel che è peggio, anche i suoi lettori. Giuda!
Forse Camilleri non tesse trame gialle di grande spessore e favorisce al di là del consentito il suo Montalbano. Non dissemina gli indizi con molta onestà e i moventi dei suoi delitti non reggerebbero nemmeno per il commissario Basettoni. Ma tutto ciò ha poca importanza.
Non leggi Camilleri per sapere chi è l’assassino, lo leggi semplicemente perché ti trovi bene a Vigata, la cittadina siciliana che pur non esistendo ti accoglie con un’atmosfera leggera e aromatica, una patina di colore che Camilleri crea con un linguaggio misto di congiuntivi italiani e infiniti siculi, concimando le righe con locuzioni siciliane sulla cui correttezza non sarei disposto a giurare. I personaggi sciarrano, taliano il ralogio, scantano, e di notte, quando non sono addrummisciuti sono arrisbigliati.
Chi ama le sorprese ne trova una in ogni frase. Chi ama la musica la trova dapperutto. Chi ama le alternative ne trova quante ne vuole. Di questo si tratta: di raccontare utilizzando solamente il colore delle voci. C’è bisogno di dire che il mare è blu e l’aria è secca e calda quando senti parlare in siciliano? Ecco Camilleri è questo. Non solo ti porta in Sicilia, ma ti fa sentire a casa perché se capisci la lingua sei siciliano macari tu.
Detto questo, va anche segnalato che è facile trovare chi non ama affatto Camilleri e letto una volta non ci casca più. Camilleri divide gli italiani quanto Berlusconi. O lo ami o lo detesti. Oltretutto i due non sono conciliabili perché Camilleri-Montalbano una frecciatina al Cavaliere la scocca in ogni libro.
“La pazienza del ragno” è l’ultimo romanzo uscito della serie del Commissario Montalbano. Non è né il migliore né il peggiore. Chi non avesse mai letto Camilleri e ha voglia di seguire un consiglio, può iniziare da “La concessione del telefono” il romanzo che ha reso famoso Camilleri e il suo editore Sellerio. I due si ringraziano a vicenda, credo. Camilleri perché Sellerio ha creduto in lui dopo decenni di patimenti (nessuno voleva pubblicare i suoi strani libri). Sellerio perché prima di Camilleri le sue piccole copertine blu non se le filava nessuno. Io ringrazio entrambi.
Scegliere di vedere un film d’amore di per sé non è uno sbaglio: è un rischio. È molto più facile mettere in scena un omicidio che simulare l’amore. Per cui, di fronte a “Closer, dramm. Quattro personaggi si amano e si lasciano si tradiscono e si perdonano in un girotondo di passione e sentimenti***” puoi sperare, ma non ci conti più di tanto.
Invece, fin dalle prime immagini capisci che sei finito in buone mani. Sono sicuramente quelle del regista, Mike Nichols, che 37 anni dopo “Il Laureato” dovrebbe essere morto o almeno fortemente rincoglionito, e invece ti confeziona un film che il giorno dopo è ancora lì che ti si replica in testa, ma sono soprattutto quelle di Patrick Marber, l’autore di soggetto e sceneggiatura. Chi è? Google ci dice che è uno scrittore. Ma scrittore dice poco. Dev’essere soprattutto uno di quei temerari che se arriva lo tsu-nami ci si tuffa dentro per poi dipingerti l’inferno senza usare aggettivi. Le parole con cui Jude Law e Natalie Portman cinguettano e si innamorano sono le stesse parole che usiamo tutti i giorni, ma ricombinate dall’arte di Marber diventano un’esperienza uditiva rara e preziosa. I dialoghi degli altri due protagonisti, Julia Roberts e Clive Owen sono talmente sintonizzati con il cuore che non hai bisogno di usare le orecchie per ascoltarli. Gli attori sono attori e naturalmente fingono, ma poi chissà? Fingono di fronte alla macchina da presa, ma per sapere che gli occhi di chi lascia il suo compagno sono così e quelli di chi viene lasciato sono cosà devono averli visti questi occhi.
Clive Owen, l’unico attore sconosciuto tra i quattro protagonisti, si pone un gradino sotto gli altri, ma è difficile dire se la responsabilità è sua o della voce del suo doppiatore. Un gradino sopra, invece, c’è Natalie Portman, bella da far male e atroce come solo una femmina ferita può essere. In “Star Wars, la Minaccia Fantasma” era la giovane regina Padmé Amidala, carina ma così algida e opaca che non le avresti dato un centesimo. Adesso il suo viso brilla di una luce tale che c’è solo da aspettare che invecchi per poterla guardare ancora.
