23.11.04
The Manchurian Candidate

Quando un film ha la capacità di spostare l’attenzione da se stesso alla storia di cui parla ha già sicuro il 18 in tasca. In più, “The Manchurian Candidate” può contare su un cast che porta altri punti: Meryl Streep è in gran forma, Denzel Washington sembra sempre il fratello nero di Barbie, ma meno del solito (meno plasticoso, non meno nero), mentre Liev Schreiber, un attore quasi sconosciuto, fa venir voglia di incontrarlo ancora. È lui il Manchurian Candidate, un candidato alla vice presidenza degli Stati Uniti molto particolare, dal momento che la sua volontà è controllata bio-tecnologicamente da un occulto gruppo di potere.
Come si può immaginare l’idea del film cammina in bilico sul sottilissimo confine tra tecnologia e fantascienza. È quindi normale che barcolli, sbandi e inciampi. Tuttavia un secondo prima del ridicolo ha la capacità di rimettersi in piedi (cosa che ad esempio Sandro Bondi che è un politico telecomandato non sa fare), grazie ad una sceneggiatura azzardata, ma controllata e a un regista che sa cosa sono le misure.
Non volendo chiedere altre prestazioni ad un film che non siano quelle di intrattenerci e, possibilmente, di dirci qualcosa, possiamo congedare “The Manchurian Candidate” con un onesto 24. Se avesse mini gonna e occhi azzurri anche 26.

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03.11.04
The Village

Il regista è Shyamalan. Lo stesso Shyamalan de "Il sesto senso". Ora, non so voi, ma io "Il sesto senso" quando l'ho visto la prima volta, l'ho visto anche la seconda. Voglio dire che alla fine del film ho riavvolto la cassetta e me lo sono ruminato per intero, senza neanche un bicchiere d'acqua tra bomaso e abomaso. Ricordo poi di non aver dormito, preso da quel senso di stordimento ed eccitazione, impotenza e invidia che è il sentimento normale di una mucca nei confronti del genio. (La metto tanto sul personale perché "Il sesto senso" è il mio film preferito).
Torniamo a Shyamalan. Dopo aver scritto la Divina Commedia, ha firmato prima Umbreakable con Bruce Willis e poi Signs con Mel Gibson, due film che si possono vedere, ma se sei il regista de "Il sesto senso", ti abbassano la media. Poteva ancora ritirarsi, era in tempo. Come Zoff dopo il successo dell'82 si è messo a fare l'allenatore, Shyamalan poteva fare l'allevatore. Invece arriva "The Village", con Joaquyin Phoenix (Commodus ne "Il Gladiatore") William Hurt, Sigourney Weaver e Bryce Dallas Howard, la figlia del celebre Richie Cunningham. Grandi attori, bravi attori, ma la storia?
La storia, purtroppo, mostra i sintomi di encefalopatia spongiforme bovina: zampe che si piegano alle verifiche della logica, umidi muggiti nel bosco, un senso di ansia leggero come camomilla al bar. L'unica vera inquietudine la provi quando ti sembra di vedere un pezzo di "The Blair Witch Project" e il brivido che senti è in parte dovuto alla mancanza di originalità e in parte al ricordo dell'angoscia spessa come fango che la strega del bosco di Blair distribuiva in platea.
"The Village" per stupirti con qualche novità si inventa le spiegazioni finali, come un detective qualsiasi che ti dice chi era l'assassino e perché. E tu non capisci lo stesso, non per carenza di Q.I. (anche), ma perché ti rifiuti di accettare delle spiegazioni banali e insostenibili. Ma si raccontano ancora così le storie? Non eravamo d'accordo che il regista ti dava solo una spinta e poi dovevi cavartela da solo, traendo le maggiori soddisfazioni dal suo prodotto?
Il sospetto che ti prende uscendo e passando davanti alla cassa dove la gente si pesta le Nike per prendere gli ultimi posti del secondo spettacolo è che Shyamalan sia sceso a compromessi con la sua arte. Che sfrutti con inerzia e senza lena la strada in discesa del suo nome e del suo successo personale, quella che porta dalla più grande idea mai vista sullo schermo a nessuna idea, dalle stelle fin dentro le stalle a mungere i poveri spettatori.

Posted by Aldo at 16:18 | Comments (0) | TrackBack