Tratto da "Ultimo grado" - Vivalda Editori 1995
Soltanto un anno fa Cesare aveva i capelli lunghi e fini. Li portava liberi ai lati del volto facendoli passare dietro le orecchie. Quando arrampicava li raccoglieva con un nastrino elastico verde.
Ora quel nastro è arrotolato intorno al polso, ma Cesare è diventato talmente magro che l’elastico spesso scivola dalla mano e si perde in mezzo alle lenzuola.
Cesare ha i capelli spezzati, non cammina più, non vede più, sempre più spesso rimane incosciente per alcuni giorni di seguito. Parla con molta fatica e presto smetterà anche di respirare. Lo sa.
Piero vede per lui. Quasi ogni giorno verso sera lo va a trovare. Le sue visite sono brevi, ma a Cesare sono sufficienti perché Piero condivide la sua stessa passione. Piero e Cesare sono una coppia di alpinisti molto affiatata. Insieme hanno tracciato innumerevoli nuove vie su una serie infinita di pareti, dalle Marittime alle Giulie. Per questo sono piuttosto famosi non soltanto presso la piccola sezione del Club Alpino del loro paese, ma in tutto l’ambiente alpinistico nazionale e internazionale.
- Ciao Cesare, - dice Piero entrando nella stanza e chiudendo delicatamente la porta.
Cesare non risponde, ma sorride e Piero capisce che l’amico lo ha sentito.
- Ti porto buone notizie: ieri sera hanno rieletto Manlio Presidente della sezione. Non che sia un premio per lui, con tutto quello che c’è da fare, ma sono contento. -
Cesare approva continuando a sorridere, ma presto le labbra rosate si stancano e si distendono.
- Basta, non ci sono altre novità in paese. - conclude Piero.
- Racconta, hai voglia? - dice allora Cesare.
Piero temeva quella richiesta, è la stessa di ogni giorno, da mesi. E ogni giorno lo accontenta. Respira forte e sistema la sedia vicino alla finestra provocando un po’ di rumore. Poi si siede e comincia a parlare.
- Oggi c’è il sole, ma non è mica bello. Io e te non si arrampicherebbe mai in una giornata come questa. Al massimo si farebbe un po’ di palestra giù da basso. Il cielo è quasi bianco, un po’ filamentoso direi. Capace che si rannuvola in un momento e che fa temporale. -
Piero si volta verso Cesare. Il volto è disteso, ma non dorme: è in ascolto. Piero continua.
- C’è afa addirittura, infatti ho sudato a venire su lungo la strada. Ho fatto il giro lungo per vedere se era nato il vitello della Rita, ma non credo...-
- E la Becca Gialla? - domanda Cesare. È la stessa domanda di ogni giorno e Piero ogni giorno cerca nuove parole per descrivere al compagno la montagna che si erge a dominare il loro paese.
- È sempre lì. - risponde. - La vetta è di roccia nuda, di quel colore impreciso che conosci bene: a volte sembra zolfo e a volte sembra ruggine. Poco sotto la cima si vede quella pietraia in cui ci siamo persi quella volta, ricordi? Ho ancora male alle gambe adesso. Non se ne usciva più. E ci eravamo finiti seguendo le indicazioni di quel tale appena arrivato in sezione, come si chiamava? -
- Vattarin. -
- Giusto! La “pietraia Vattarin”, se un giorno vogliamo fare uno scherzo a qualcuno lo facciamo passare di là.
Verso il basso la pietraia è invasa dai cespugli e sotto i cespugli c’è la parete a picco. Ora è del tutto asciutta e quella sì che meriterebbe una bella visita in arrampicata libera. -
Cesare non risponde e Piero si chiede se si è addormentato.
Come sempre i suoi occhi corrono alle lenzuola tirate sopra il petto. Le osserva con attenzione per capire se si muovono. Si accorge di non provare nessuna emozione mentre compie questo controllo, ma non si biasima per questo. È stanco. Non riesce a sentirsi in colpa nemmeno quando, salendo i gradini che portano alla stanza, si augura di entrare e di non trovarlo più.
Cesare dorme. Piero lo guarda ancora per qualche istante, poi rivolge lo sguardo oltre i vetri. La luce accecante gli fa socchiudere le palpebre. Si alza e raggiunge la porta. Inutile rimanere, Cesare dormirà per ore.
- Ciao Cesare, - dice Piero entrando nella stanza - Disturbo? -
Cesare è sveglio e muove la testa verso la voce. Non tiene mai gli occhi aperti, e non solo perché non vede, ma perché ha paura di non fare in tempo a chiuderli quando verrà il momento.
- Scusami per ieri, non ce l’ho proprio fatta a venire, però ho una buona scusa. Non me la chiedi? Te la dico lo stesso. -
Cesare pare divertito e aspetta il resto della storia.
- No, ho cambiato idea, forse non è il caso di darti questa informazione, forse è meglio che la tenga per me. Tu non stai bene e potresti emozionarti troppo. No, fai finta che non ti abbia detto niente e non pensarci più. -
Piero ha tirato in lungo il gioco e sa di aver conquistato tutta l’attenzione di Cesare. Si è preparato quella premessa per strada, provandola persino tra sé e sé, allo scopo di creare una grande attesa. C’è riuscito, ma Cesare non pare interessato. L’unica cosa che desidera da lui è sentire ogni giorno la descrizione della valle e delle sue cime. La notizia però è buona davvero e Piero gliela vuole comunicare.
- Va bene, giusto perché insisti e perché una volta mi hai tenuto la corda in una caduta, te lo dico lo stesso: stamattina mi ha telefonato un giornalista, ma non un giornalista qualunque, uno della Rivista. Vuole che io e te scriviamo una serie di sette articoli sulle nostre vie più difficili. E vuole anche tutte le foto. È o non è una bella notizia? -
Cesare apre la bocca per parlare, ma poi rinuncia. Scuote la testa.
- Ho visto gente più entusiasta. - commenta Piero che non capisce la reazione dell’amico. Cesare misura il silenzio e intuisce di averlo deluso. Decide di investire le energie della giornata per scusarsi.
- Sono troppo stanco. -
- Certo, - risponde fin troppo prontamente Piero. - Infatti pensavo di buttarli giù io gli articoli, a casa, uno per volta naturalmente, e di leggerteli prima di metterli in bella e spedirli. -
- Piero, -
- Dimmi. -
- Pensi mai di trovarmi morto quando vieni qui? -
- Sì. -
- Bene, ora dimmi cosa vedi fuori, per favore. -
Piero riprende a respirare. Aveva smesso per qualche secondo. Il sangue gli martella le tempie come dopo una corsa in salita. Sente persino un senso di vertigine. Lo domina. Solleva la sedia e la avvicina alla finestra.
- Oggi è brutto - esordisce - Sulla cima della Becca probabilmente piove, le nuvole sono basse e la nascondono completamente. Certi sbuffi di nebbia pendono dal cielo come mammelle di vacca e corrono indipendenti lungo la valle. È tutto più verde con questo tempo. E più lucido anche. Le pietre che riempiono il canalone di sinistra della Becca quasi luccicano tanto sono pulite, mentre i resti della valanga nel canalone di destra si sono quasi completamente sciolti e se non si sono sciolti sono comunque ricoperti di terriccio.
A circa metà altezza, dove c’è la grande cengia obliqua, i larici crescono storti, non me ne ero mai accorto, ma forse oggi, con la pioggia, tutto sembra più vero, più vicino. -
Cesare si è assopito. Piero si alza e si avvicina al letto. Lo guarda a lungo prima di infilarsi il giubbotto.
- Ciao Cesare, piove ancora! -
- Ciao Piero, -
- Siamo in forma oggi o sbaglio? -
Cesare annuisce, poi risponde:
- È sempre così l’ultimo giorno. C’è un miglioramento apparente, poi la corda frega la roccia e zac, si spezza. -
Piero incassa il colpo. È contento che Cesare non possa vedere la sua espressione in quel momento.
Infine ritrova la forza. Gli viene in mente una battuta in risposta, ma non sa se è ancora il momento per farla. Potrebbe apparire costruita. Se ci pensa troppo, è sicuro, diventa vecchia. Non rispondere sarebbe peggio:
- Ah, bene, così finalmente erediterò la tua attrezzatura. -
Cesare fa segno di sì con la testa e sorride. Piero può continuare.
- In cambio ti racconterò anche oggi la Becca Gialla.-
Piero interpreta il silenzio di Cesare come un consenso e inizia a parlare.
- Si vede poco della montagna oggi. È quasi tutto coperto dalla nebbia e dalla pioggia. Sui pascoli più bassi, gli unici che si scorgono nonostante la pioggia, c’è qualcuno che ha portato fuori le bestie. Oh, ecco là, si è formata una cascatella di scolo proprio sotto l’ultimo salto, dove ci allenavamo una volta con la corda doppia. -
- E il tempo che preferisco. - dice Cesare improvvisamente e Piero quasi si spaventa. Cesare continua:
- La nebbia mi ha sempre aiutato a sognare. Perché dietro ci può essere qualunque cosa: un vallone segreto, la baita di una strega, un burrone, un sentiero nascosto, un bosco fitto, una donna, qualunque cosa.-
Piero pensa che Cesare ha ragione, tutto quello che non si vede è magico, ha fascino. Aspetta altre parole, ma non ne arrivano. Così come si è accesa, la fiammata si è spenta e Cesare è rimasto svuotato da ogni energia. Uscendo Piero saluta l’amico addormentato.
- Ciao Cesare, anche oggi pioggia e nebbia, sarai contento. -
Piero irrompe nella stanza portando odore di bagnato. Cesare non risponde e Piero si ferma con il giubbotto fradicio sfilato a metà braccia.
Nessuno lo ha avvertito. Nessuno gli ha detto nulla e nonostante i mesi di attesa non è preparato a vedere Cesare con le mani intrecciate sul petto, le scarpe lucide ai piedi e un abito grigio con cravatta nera.
Gli hanno risparmiato solo il fazzoletto intorno alla testa.
Dunque è successo.
È contento? Forse un poco sì. Per Cesare, per se stesso, per tutti.
Però adesso Cesare non c’è più e lui è rimasto solo.
Va alla finestra. Con un gesto automatico prende la sedia che nessuno ha spostato dal giorno prima e la sistema vicino al letto. Si siede, poi ci ripensa e torna alla finestra. Getta un’ultima occhiata al di là dei vetri.
È una pessima giornata.
Tutto è grigio e bagnato. Grigio il cielo, grigio l’asfalto della via, grigie le automobili, grigie le facce delle persone che si muovono sotto i neon negli uffici del palazzo di fronte. A Piero non piace la pioggia e sopporta male la città. Milano, in particolare, quando piove fa schifo.
In un periodo in cui butti via il giornale ancora piegato perché non hai il tempo di aprirlo e pensi di non rinnovare l’abbonamento a Internazionale per lo stesso motivo, chi ti regala un libro che si intitola “Alpi, una grammatica d’alta quota†vuole farti un dispetto strenna. Ma è come se ti regalasse un pezzo di deserto arabo convinto di rifilarti sabbia, perché si è fermato alla superficie, ha letto solamente la prima riga del retro di copertina e non ha visto il giacimento che c’è sotto.
Io sono una delle vittime prescelte di questo regalo. Ringrazio e lo metto via non so dove. Ma verso Pasqua “Alpi, una grammatica d’alta quota†spunta fuori dalla carta di Natale e in qualche modo finisce sul termosifone del bagno, che per un libro significa avere una chance. E qui “Alpi, una grammatica d’alta quota†si gioca tutte le sue carte. Comincia con il farmi fare tardi una mattina. Poi il fenomeno si ripete e si replica anche più volte al giorno, fino a che mia moglie, dall’altra parte della porta mi chiede se mi sono tornati i 13 anni. Invece è proprio il libro, che viene presto promosso al comodino del letto e poi a lettura per le vacanze. Allora parliamone.
Trattandosi di saggistica e non di narrativa conoscere l’autore è importante. Diversamente sarebbe impossibile ascoltare uno che parla per 280 pagine senza sapere chi è.
Il nostro si chiama Paolo Paci ed è un giornalista. Per capirci subito, Feltri, Belpietro e Liguori non lo assumebbero mai, perché Paci gioca. Gioca con le parole, con le situazioni, con i personaggi. Ha la forza che gli deriva da una concentrazione ammirevole sui fatti, una penna facile e un distacco dalle convenzioni tale da permettersi di non prendere niente sul serio, nemmeno il Presidente del Consiglio. Un mezzo pazzo? No, uno scrittore in gamba, che ha individuato il modo migliore, se non l’unico per affrontare argomenti ad alto peso atomico, come l’estinzione delle lingue, la trasformazione dei dialetti e la perdita delle nazionalità , il tutto senza disperdere i lettori come manifestanti poco convinti alla prima carica della polizia.
Diffondere cultura, gestire informazioni rare e preziose come cristalleria, riportare citazioni perse come l’epitaffio che Montanelli scrisse alla morte di Buzzati, ripagano di qualunque sforzo di lettura. Ma sforzo non c’è perché se i contenuti sono compatti come gneiss, la forma è quella slanciata del Cervino.
La marcia inizia dal Friuli e si muove verso sinistra, una grammatica araba tra centinaia di tappe e mille incontri. La gente ama farsi intervistare e Paci è davvero bravo nel prendere il meglio da ognuno dei suoi testimoni e nel riportarlo, chissà quanto fedelmente, condensando ore di colloqui alcolici in paragrafi di poche decine di righe. Si attraversano le contraddizioni del Veneto, le valli del Trentino e dell’Alto Adige. La lombardia e il Piemonte sono saltati a pié pari e lo capisco. Se Paci avesse aspettato di arrivare alle Marittime il libro non sarebbe mai uscito. E così si finisce in Val d’Aosta dove gli affari si fanno in milanese. E tosto si arriva alla quarta di copertina territorio del prezzo. Il mio è stato rimosso, ma su internet ho visto che il volume costa 13 euro. Il consiglio è di comprarlo al volo prima che si esaurisca e tenerselo ben stretto, senza regalarlo a nessuno.
Se segui la ricetta e il buon senso la tua crostata non può riuscire male. Quindi, se in un film impasti una storia originale, condisci con un po’ di sentimento, aggiungi un buono e un cattivo, utilizzi attori di prima qualità e guarnisci con ottimi caratteristi, il fim verrà sicuramente bene.
The Terminal però va oltre. Intanto il cuoco è Steven Spielberg, la persona a cui ognuno di noi deve un pezzetto della sua vita, essendo questa composta anche dai film che abbiamo visto. La ricetta è di Jeff Nathanson, e Sacha Gervasi, due sceneggiatori di cui spero di trovare presto altre specialità d.o.c.g., d.o.p. e i.g.p. La materia prima è Tom Hanks, che è talmente grande che regge il film da solo, nonostante l’aromatica Catherine Zeta-Jones, (che non è moglie di Indiana Jones) e come hostess non vale nemmeno i tacchi a spillo di Vanessa Incontrada in “A/R andata e ritornoâ€. Ma a parte la Jones, che ha la sola colpa di essere accostata a Tom Hanks (una pastiglia Valda contro una pastiera napoletana) il film è delizioso. All’inizio temi che The Terminal sia la metafora di qualcosa, della vita stessa, forse, ed è panico. Che fai se non cogli il messaggio dietro il messaggio? Fai finta di aver capito e copi dal vicino di banco? Poi però ti rendi conto che Spielberg ti sta semplicemente raccontando una favola e ti lasci prendere dalla commedia che raggiunge momenti esilaranti. Tanto che scopri con raccapriccio di avere qualcosa in comune con i buzzurri-capelli-arancioni-e-Nokia-acceso-tutto-il-tempo di Valperga Canavese, visto che si rovesciano anche loro sulle poltrone dalle risate. Il fenomeno dipende dal fatto che Spielberg è un genio della comunicazione e utilizza un linguaggio che tutti possono capire. No problem: appena fuori dal cinema passa tutto.
Sono 2 giorni che penso da quale verso prendere la recensione di Fahrenheit 9/11 e tutti mi sembrano sbagliati. Credo che sia perché si può recensire un documentario di Super Quarck, ma non un atto politico come questo.
I giudizi sul montaggio e la regia non hanno alcun senso in questo caso. Quindi, con Michal Moore si può essere solamente d’accordo o in disaccordo. Io ho la fortuna di aver scritto un mio commento sul tema in data 1/4/2003 all’inizio della guerra in Iraq, quando Aldo Forbice da Zapping su Radio RAI1 toglieva la parola a tutti quelli che telefonavano per dirsi contrari al’invasione americana e mentre Bruno Vespa si sfregava le verruche sulle mani pregustando le immagini terribili che avrebbe avuto a disposizione per il suo Porta a Porta nelle settimane a venire. (Peggio delle immagini secondo me sono le sue interviste agli esperti. E gli esperti sono peggio ancora).
Mandai quel pezzo a pochi amici che avrebbero continuato a leggermi anche se entravo, non invitato, nella loro sfera privata.
Oggi lo invio a tutti, sperando che continuino a leggermi:
“Nessuno ha chiesto la mia opinione, ma io ve la do lo stesso perché sono troppo incazzato per tenermela. Dovrei essere addolorato per le vittime della guerra, e lo sono, ma non quanto sono infastidito, stizzito e arrabbiato per il comportamento degli americani.
I tentativi, peraltro smascherabili con un minimo di ricerca, di farci credere che la guerra all’Iraq sia una guerra di liberazione sono un insulto all’intelligenza media di un europeo medio.
Guerra preventiva? Ritorno della democrazia? Ma come si permettono?
Il loro obiettivo è avere il potere sul mondo. Basta documentarsi, senza scomodare la sinistra e i pacifisti per scoprire come il percorso americano alla conquista del petrolio del medio oriente sia iniziato trent’anni fa, con Carter e Kissinger e passi necessariamente dal controllo di Iraq e Arabia Saudita. Man mano che si esaurisce, il petrolio diventa sempre meno un combustibile e sempre più un elemento determinante del benessere e del potere internazionale. Dal petrolio di Arabia e Iraq dipendono in parte oggi, e dal 2020 dipenderanno totalmente, Europa, Cina e gli Stati Uniti stessi.
Avere il controllo su quel petrolio vorrà dire avere il controllo sul mondo. Il resto sono pretesti. Sostenere che si sta compiendo un gesto umanitario non è credibile. È come se domani io raccogliessi un biglietto da 100 euro per terra non per mettermelo nel portafoglio, ma per tenere pulito il marciapiede.
Per cui sono incazzato. Con il governo americano, ma anche con i giornalisti e politici italiani che sostengono le tesi americane Delle due l’una: o mentono oppure ci credono, ma in questo caso si comportano come quei begli americani grassi, chiassosi e vuoti dentro, che ridono e si divertono a Disneyland quando passa il pupazzo di Topolino che fa ciao ciao con la manona. E a me, francamente, questi americani incoscienti, che ridono per niente, fanno una gran tristezzaâ€.
A.C. 1/4/03 - 2/9/04
