Va bene che dalla kidman accetto tutto. Va bene che siamo a luglio e in estate al cinema è bassa stagione. Va bene che da un remake non devi aspettarti originalità. Va bene tutto, ma ne “la donna perfetta” non va bene niente.
Prima cosa: è una commedia? È una domanda: è una commedia? Se la risposta è sì andiamo male perché non fa ridere. Tenta di passare un messaggio importante? Lo chiedo perché ogni tanto in sala ti sembra di percepire qualcosa, come un tentativo del film di mettersi in contatto con la tua coscienza, ma quando apri la porta non c’è nessuno. Ribussa, riapri, niente. Così fino alla fine, e ti poni la domanda: ma il regista (si chiama Oz) vorrà mica dirmi qualcosa? Probabilmente sì, ma è così confuso! tant’è che dopo un po’ ti chiedi se sei indietro tu che non afferri, o se proprio ha toppato lui. Credo sia giusta la seconda. Purtroppo se smetti di scervellarti e rinunci a capire le metafore ti tocca seguire la trama. E allora va proprio male perché non solo non c’è niente da seguire, ma si susseguono delle scene che puoi perderti e vivere sereno il resto dei tuoi giorni, tanto nessuno mai ti metterà in imbarazzo citandoti qualcosa di questo film.
Nicole kidman la salvo come atto di fede. Nelle prime inquadrature è ripresa in primo piano e il labiale è così fuori sincrono che bisognerebbe prendere il direttore del doppiaggio e fargli seriamente del male. Gleen Close è brava, anche tanto brava, ma è anche tanto invecchiata, che non puoi fare a meno di confrontarla con la pazza ninfomane di attrazione fatale. Lasciamo perdere Christofer Walken e spendiamo 2 parole su Matthew Broderick. Sapete chi è? È il ragazzino di War Games e Godzilla, quello con la faccia da superbravo ragazzo. Solo che qui fa il marito della Kidman, ha 20 anni di più e 20 chili di troppo. Il risultato è un poveretto con una parte da stupido e una faccia da coglione gonfiato. Ecco cosa deve aver pensato mia moglie di me, che l’ho trascinata al cinema per vedere questo film: coglione!
Quando ero bambino mi ammalavo spesso e molto volentieri in novembre, perché negli anni sessanta esisteva il Salone della Tecnica di Torino, e durante i giorni del salone davano dei film di mattina sul primo canale. Erano sempre gli stessi tutti gli anni.
Me ne ricordo 3: “Birra ghiacciata ad Alessandria”in cui un’ambulanza dell’esercito attraversava il deserto durante la guerra, “Catene”con Amedeo Nazzari e Ivonne Sanson e “La signora omicidi” con Alec Guinness e Peter Sellers.
Ecco, stasera, dopo pochi minuti di “Lady Killers”dei fratelli Coen, con Tom Hanks protagonista, ho capito che stavo vedendo il remake della “signora omicidi”
Mi sta proprio bene, così la prossima volta che nasco sto più attento a scuola durante le ore di inglese e la prossima volta che vado al cinema cerco di prepararmi leggendo almeno una recensione.
Sono seccato perché ritengo i remake un genere del tutto inutile. Non ho ancora visto un rifacimento che sia venuto meglio dell’originale e secondo me non è neanche possibile. Se il film è bello è bello perché racconta un’idea. Se l’idea è buona può essere narrata in bianco e nero, può avere un sonoro da paura, ma il film ti prende. Qualsiasi rifacimento, viceversa, fa i conti con un’idea che ha già dato. È come una barzelletta che hai sentito e che ti ha divertito molto. Se te la raccontano una seconda volta ridi per educazione o per riflesso, ricordandoti quanto hai riso genuinamente la prima volta, ma emozioni zero virgola zero. Per i film è lo stesso: l’emozione è già consumata, legata indissolubilmente a quella prima interpretazione. Ed è lo stesso per le canzoni. Sentire “la canzone del sole” o “Bocca di rosa” rimixate e riproposte da una semi sconosciuta scollacciata in una afosa serata televisiva provoca coliche epatiche anche se la suddetta ha una bella voce.
Lasciateci Battisti. Lasciateci De André. Abbiamo la fortuna di averli avuti in un periodo tecnologicamente già ben attrezzato e le loro canzoni le possiamo riascoltare quando vogliamo, e possiamo continuare a nutrirci con le emozioni che hanno creato. Immortali, inimitabili e, ahimè, irripetibili.
