Il miglior romanzo di Stephen King è senz’altro quello che sto leggendo. Si intitola “Mucchio d’ossa” e mi sono tenuto una ventina di pagine per stasera, dopo la partita Olanda - Repubblica Ceca. Solitamente, verso la fine di un libro mi prende un senso di perdita, ma oggi non è così perché stamattina ho comprato all’Ipercoop altri quattro libri di King e ognuno di essi sarà il migliore che io abbia mai letto. Lo dico a ragion veduta: nel corso dell’ultimo semestre, infatti, ho letto “Buick 8” “Dolores Claiborne” “Desperation” “Cose preziose” e “L’incendiaria” e ciascuno è stato il miglior romanzo mai scritto da Stephen King.
Qualche spiegazione? Sì una. I romanzi di King sono gratificanti nel momento in cui li leggi. Ma quando li finisci li finisci e non rimane niente. Non che te li dimentichi, ma certo non entrano a far parte del tuo DNA. King non ti invita ad affezionarti ai suoi personaggi, perché è molto difficile riconoscersi in essi (Qualcuno si identifica con Jack Nicholson mentre percorre i corridoi dell’Overlook cercando suo figlio?) King non interagisce con la tua anima; semmai cerca macchie nella tua coscienza, da utilizzare come fulcro per insinuare tensione e paura. Dunque non ti senti una persona migliore, più ricca o diversa quando arrivi all’epilogo di un suo romanzo (non accade neanche con i libri di Bruno Vespa, peraltro), ma in compenso sei sazio per la scorpacciata di emozioni che ti ha dispensato, pagina dopo pagina. Ben pochi autori oltre a Stephen King hanno la capacità di costruire così bene la tensione e mantenerla per tutto il libro. E la tensione è una delle emozioni più ambite dai consumatori. Basta pensare a quanti caffè prendiamo ogni giorno o a quante cose facciamo oltre le nostre possibilità di farle tutte e farle bene, pur di mantenere alta la tensione. E a come ci sentiamo persi i primi giorni di ferie, quando ci manca il lavoro. Il lavoro? No, non è il lavoro che ci manca, è la paura di non trovare in vacanza nulla che ci tenga in tensione. Di solito quando alla fine di agosto ci disintossichiamo e ne veniamo fuori, è ora di tornare in città. Ma da qui ad allora, con l’estate che incalza pericolosamente, se non siamo più che sicuri di trovare un po’ di stress là dove ci recheremo, è meglio approvvigionarsi dal più vicino pusher. E King ha sempre roba buona.
Da bambino, da adulto, e soprattutto da fan, devo ammettere che “Il prigioniero di Azkaban” ha un problema: taglia via veloce su molte scene. Prima le costruisce in maniera superba e in modo tale che ti chiedi quando il regista ti è penetrato nella mente per ispirarsi. Poi però le tronca. Ma come? Il lupo mannaro è esattamente quello che mi ero immaginato, il professor Lupin ha la faccia giusta, “l’expecto patronum” è come quello che faccio io, è tutto perfetto... cos’è tutta ‘sta fretta?
È come se un cameriere ti servisse un vassoio di patatine fritte, ma lo togliesse subito per far posto alle ciliegie. Ma poi via anche quelle. Perché questo? Forse per non superare le 2 ore di proiezione, oltre le quali i bambini in sala non reggerebbero? È così? Ma allora chi se ne frega dei bambini. Che si fottano e restino a casa. Non solo io pago il biglietto intero e loro ridotto - e già per questo avrei diritto a vedere un film intero e non ridotto - ma poi in sala non faccio casino, contengo le esclamazioni meglio di loro, non mi viene sete, capisco tutto e non faccio domande idiote.
Gianluca Nicoletti su Golem afferma che Harry Potter è una scusa per tenere aperto un canale di comunicazione con i propri figli. Altri sostengono il contrario, ovvero che i figli siano un ottimo pretesto per gli adulti che desiderano vedere Harry Potter.
È vera soltanto la prima: con i libri e i film di Harry Potter, effettivamente, gli argomenti in comune con i figli si moltiplicano. Invece non condivido l’imbarazzo nell’avvicinare Harry Potter senza essere accompagnati da un minorenne per ogni mano. L’unica vergogna che un adulto dovrebbe provare, mentre magari alla cassa opta per un’altra sala, è quella di non essere più capace a sognare.
Questi gli attori: Dennis Quaid, Jake Gyllenhall, Emmy Rossum, Dash Mohok, Jay O. Sanders, Sela Ward, Austin Nichols - se ne conoscete uno fermatemi - Arjay Smith, Tamlyn Tomita, Sasha Roiz, Ian Holm.
Perché non c’è nemmeno un divo? Forse perché sono occupati in altre produzioni, forse perché costano troppo, forse perché possono permettersi di dire di no. Se per fare l’attore ci vuole talento, per recitare in un film appartenente al genere “catastrofico” ci vuole soprattutto coraggio, perché il ridicolo è sempre in agguato.
Questo “alba del giorno dopo” il grottesco lo tiene a bada grazie a una sceneggiatura sufficientemente curata (ho sentito dialoghi peggiori in film migliori) e a effetti speciali più che speciali. Anche gli attori si impegnano e fanno il possibile. Nella classifica dei film catastrofici possiamo spingerci fino ad attribuire a “the day after tomorrow” persino l’Oscar, ma dopo qualche giorno la patina dorata si screpolerà e verrà via come forfora, perché sarà sempre un Oscar di serie B. È proprio il genere che non è in grado di comunicare. Magari ci prova a trasmettere un messaggio, in questo caso un avvertimento ecologista, ma si vede che è solo il pretesto per far vedere tanta gente che muore. È questo che riempie le sale. Cosa volete che gliene freghi al pubblico del cinema Margherita di Cuorgné del buco nell’ozono o del protocollo di Kyoto? È invece gratificante vedere masse di persone assiderate. Non è emozionante come il crollo delle torri gemelle, ma ci va vicino. Fino a quando assisteremo alle catastrofi da spettatori avremo la conferma del fatto di essere vivi. È questo il succo, amaro, ma umano. Perciò non vedo l’ora che sia venerdì 4 giugno per rifugiarmi ad Hogwards, protetto dalla magia di Harry Potter.
