I doveri nella vita sono altri. Tuttavia “Kill Bill vol 2” non è solamente piacere. Se cercate il piacere puro tornate a vedere Kill Bill, che una volta sola non basta. Il volume 2 ha un pregio e un difetto: il pregio è di dirci come va a finire la vendetta di Uma Thurman. Il difetto è di dircelo. Mi spiego: c’è David Carradine che definire “grande” significa essere poveri di vocabolario, ci sono dialoghi che definire “perfetti”
vuol dire non sapersi esprimere, ma ci sono anche spiegazioni che definire esagerate significa che in realtà si vorrebbe dire “pallose”.
Ti aspetti di essere travolto da un ciclone di idee e finisci che apri l’ombrello per ripararti da un temporale di inizio stagione.
A scanso di equivoci, stiamo comunque parlando di un film che sta su un altro pianeta, per come è pensato, scritto, diretto e fotografato, per cui, prima di andare a vederne un altro guardatevi questo, che ha l’unica colpa di essere costretto a portare un finale. Ho sentito dire da molte persone che sono interessate a Kill Bill Vol 2, ma aspettano l’uscita del DVD del primo, in modo da vederli in sequenza. ...Mhm... Non so. Si potrebbe anche pensare il contrario: vedere prima il 2, e poi l’uno per finire in gloria.
È un’idea, che definisco balorda volendo proprio dire che è balorda. Ma chissà.
Ho lasciato Torino un anno fa e ogni tanto me ne pento. Ieri sera, per esempio, al cinema Ambra di Valperga, con mia moglie, a vedere Kill Bill. Del film parlo tra breve, del vicino di sedia, parliamone subito: commenti, esclamazioni, battute al ritmo di una ogni cinque minuti, anche nelle scene più coinvolgenti. Volgarità sui titoli di testa, idiozie costantemente fuori luogo. Il tutto non due file più avanti o tre indietro, ma proprio di fianco a mia moglie, e con la quasi certezza che si tratti di un gradasso in cerca della rissa.
Ma nonostante il disturbo, il film l’ho inghiottito lo stesso. Dico inghiottito perché Quentin Tarantino non si può centellinare: lo butti giù tutto d’un fiato; la sete di creatività e di arte è tale, nel deserto della banalità, che quando trovi il frigo aperto, bevi a garganella, con l’acqua che ti cola giù e gli occhi chiusi. Metaforicamente, si intende, perché di questo Kill Bill non si può perdere un solo fotogramma. Quando credi che una scena abbia dato tutto quello che poteva, quando ritieni che la creatività più di così non si può, quando pensi di aver capito cosa sta per accadere, quando sei convinto che la genialità debba per forza avere un limite, quando sei dentro a tutto questo, ti rendi conto che sei solo all’inizio di una ripida vertigine che, precipita? No sale in un abisso di intelligenza pura, dove l’invenzione si somma alla trovata e l’estro fa da trampolino all’innovazione. Se da un film cerchi idee ed emozioni forti e pretendi la presa di distanze dai luoghi comuni, con Kill Bill trovi piena soddisfazione. Di più: se in qualche modo di senti parte del mondo della comunicazione e tenti un paragone con lui, in una scala da 1 a 1000 ti accorgi che Tarantino è a 1200 e tu a 18 meno meno. Ti senti piccolo, ma non umiliato, perché Tarantino è talmente fuori scala che la comparazione è nulla per vizio di misura.
Esagero? Andatelo a vedere.
Intanto - mentre il cretino continua la sua cronaca per una platea di pavidi con lo scrivente in testa che non lo zittisce - la pellicola si srotola e tu ti identifichi in Uma Thurman e sei pronto ad ammazzare per lei. Ti rendi conto che non può mancare molto alla fine e cominci a innervosirti perché tra breve staccheranno la spina e tornerai nel mondo del cretino. La sua costanza nel disturbare un intero cinema è ammirevole. Mancheranno sì e no cinque minuti alla fine, ho resistito fino ad adesso, potrei prudentemente sopportare ancora un poco, ma non voglio e non ce la faccio. Mi sporgo e finalmente gli dico, seccato e stizzito: “Adesso basta, la finisca per favore!” Si alza e mi spara come nella prima scena del film? Mi accoltella come nella seconda? Mi strappa il cuore, mi rompe il naso? Mi trapassa con la spada da Samurai? No, risponde semplicemente “Mi scusi” e tace. Ma vaffanculo!
Quello che fa rabbia è la quantità di bambini presenti alle 21.30 nella sala Ambra 1 di Valperga. Possibile che i genitori non abbiano letto nessun articolo su questo film? Oppure, peggio, ne hanno sentito parlare e allora, oltre alla colpa per aver portato i figli a vedere un film prodotto dall’AIDO e sponsorizzato dall’AVIS, c’è anche il dolo? Fatto sta che la sera di Pasqua la bigliettaia manda via la gente perché i posti sono esauriti e le scorte di plasma anche. Ci sono tutti: ragazzine, coppie di fidanzati, facce da buzzurri, facce da intelligenti, anziani, tutti.
Con cinque minuti di ritardo, il film inizia. Per chi ha letto il libro non c’è nessuna novità. Il soggetto di Luca, Matteo, Giovanni è rispettato: fu crocefisso, morì e fu sepolto. Quello che i vangeli risparmiano e Mel Gibson no, sono i close-up sul derma del Cristo esposto in tutti i suoi strati dalle fruste e dal flagello, le bastonate sulla corona di spine per farla penetrare bene nella testa e la quantità di sangue sparso lungo la Via Crucis. Sì, ha ragione chi afferma che Gibson ha esagerato. La fustigazione e il cammino fino al Calvario insieme fanno mezzo film (un’ora su due). Troppo per chiunque, perché le sequenze sono drammaticamente perfette, ma alla lunga, tra le piaghe della pietà si insinua un inquietante senso di noia. Ciò detto, ciò premesso e ciò avvertito, il film secondo me è da non perdere. Non si è mai visto un demonio così bello come quello di “La Passione di Cristo” non si è mai vista e non si vedrà mai più la Bellucci recitare in modo decente, non si è mai visto un film in aramaico, una lingua morta e incomprensibile che è bella proprio perché morta e incomprensibile. I Sassi di Matera sono la Palestina che abbiamo sempre immaginato e il soprannaturale è centellinato in un sobrio distillato di effetti speciali.
Anche il finale è fedelissimo alla sceneggiatura originale: Cristo risorge e lascia il sepolcro. Schermo nero. Luci in sala. Sento una ragazzina che grida due volte: “Fede!” Mi volto. L’invasata si trova tre file indietro e si sta infilando dentro un piumino per affrontare il freddo che l’attende fuori. Insiste: “Fede!” Ma non guarda in alto con lo sguardo da Bernadette: fissa un punto preciso tra la folla. Fede, che infatti si trova alcune file più avanti, la sente e si volta. “Fede, ti è piaciuto?” Fede fa spallucce, si vede da qui che ha l’occhio umido. “Boh, te lo dico dopo”. Poi si riprende e aggiunge con una smorfia eloquente: “Oh, ma quanto è fico Gesù?”
