Ho la fortuna di conoscere una persona molto bella, che si chiama Muniba, Sadek, Hassan, Alì.
è egiziano, età non lo so, sui cinquanta, venti più, venti meno.
Mi piace perché possiede un senso dell'ironia e dell'autoironia che non credevo potesse stare in una persona sola, per di più in un musulmano.
In più in Muniba trovano posto anche tutti quei nomi, Muniba, Sadek, Hassan, Alì, che offrono lo spunto per una riflessione.
Siccome sono curioso, mi sono fatto spiegare, e la cosa funziona così: Sadek era suo padre, Hassan suo nonno e Alì il padre di suo nonno.
Suo figlio si chiama Fabrizio, Muniba, Sadek, Hassan. Non sarà sfuggito a nessuno che non c'è più Alì. Con la massima serenità, Muniba mi spiega che il figlio di suo figlio si chiamerà ancora Muniba come terzo nome e quando questo nipote avrà a sua volta un figlio, Muniba si troverà percolosamente in bilico in quarta posizione, alla fine della fila e all'inizio dell'oblio.
A questo punto il discorso si fa un po'; triste per noi occidentali, che bramiamo l'immortalità e furbescamente utilizziamo un'organizzazione anagrafica diversa, con l'uso dei cognomi. I cognomi ci salvano, perché con un po' di fortuna durano più di quattro generazioni. Ma a ben vedere la differenza è soltanto formale. Dopo i nostri nipoti, massimo pro-nipoti, chi si ricorderà di noi? Chi possiederà ancora un software obsoleto per visualizzare i jpg che ci ritraggono? E qualora ciò fosse, che senso avrà mai la nostra immagine riprodotta in pixel?
No, i conti giusti sono quelli degli arabi che non per niente sono gli inventori dei numeri: 4 generazioni sono uno spazio corretto per esistere in senso fisico e in forma di ricordo. Scomparire ha comunque i suoi lati positivi. Intanto non si è più soggetti fiscali, ma soprattutto si è finalmente liberi dallo spam e dalle e-mail rompicoglioni e non richieste.
La trama di “Non ti muovere” è nota. C’è una ragazzina in rianimazione, più di là che di qua e il padre, in sala d’aspetto, che rievoca una passata storia d’infedeltà coniugale. Inoltre quasi tutti abbiamo almeno un amico che ha già visto il film e ha confessato di aver pianto in sala. E allora, se siamo avvertiti, perché andiamo a comprarci un paio d’ore di sofferenza? Sono così rari i dispiaceri nella vita reale?
Temo di no. Credo che il motivo per cui si sceglie di vedere un film drammatico derivi proprio dal fatto che il nostro bagaglio di esperienze personali ci rende capaci di comprendere e assimilare anche il dolore raccontato dagli altri, e se è raccontato bene, ci consente di viverlo con intensità e di trarne emozioni utili come nutrimento, confronto, comunione o anche solo come richiamo antitetanico.
Poiché “Non ti muovere” è raccontato bene, le possibilità di immedesimazione sono molte. Puoi scegliere se essere un padre diperato, un marito disperato, un amante disperato, una moglie disperata o una ragazza oltre ogni disperazione. In tutti i ruoli maschili c’è Sergio Castellitto. Le donne, invece, sono Claudia Gerini e Penelope Cruz. La Gerini è particolarmente brava nella parte della moglie che forse non sa, ma che invece probabilmente sa, ma la Cruz è ancora più brava e credibile nel ruolo di Italia, una ragazza vissuta a surgelati e miseria. Castellitto attore è grande. Castellitto regista, invece, poteva limitare le scene in cui si fa la Gerini e quelle in cui si fa la Cruz (ma come biasimarlo?) e chiudere meglio il film tirandone con maggiore cura tutti fili. Va comunque lodato per aver creato un angolino ad accesso qualificato per quelli che in questo particolare periodo, nonostante gli inviti , le antenne e le proposte, non riescono a trovare una gran voglia di ridere.
C’è questa storia per cui quando stai per morire vedi te stesso dall’alto. La chiamano esperienza extracorporea. Ecco, l’altra sera mi è successa una cosa simile al cinema di Valperga. Guardavo “E alla fine arriva Polly” e siccome la trama non è travolgente, non potevo fare a meno di pensare a che cosa avrei potuto scriverne. L’inizio è pesante, con Ben Stiller che parte sgommando su un’auto scoperta, ma va indietro invece che avanti e finisce in mare; una trovata che Stan Laurel e Oliver Hardy escogitarono nel 1931 e dismisero già nel 1935. Invece gran risata in sala e io col broncio a fare l’autopsia del film in tempo reale. All’ingresso, in effetti, non mi era sfuggita l’entrata di stormi di ragazzini cresciuti senza Stanlio e Ollio.
Ma poche scene più tardi, ecco che l’inquietante fenomeno si manifesta. Mi volto a sinistra e nella poltroncina accanto vedo me stesso, che traballo e rido come un matto. Le scene comiche si accavallano, una più scontata dell’altra e io da una parte prendo le distanze dal film, dall’altra mi scompongo in convulsioni con risate magnitudo 5,5. Annoto ancora che Ben Stiller non ha messo su una ruga (e io tante) da quando ha fatto “Tutti pazzi per Mary”, e che Jennifer Aniston è proprio gnocca, ma l’alterego disturba troppo, sguaiato com’è, e devo smettere.
Ma non fa niente, perché nel frattempo ho capito che il taccuino mentale con “E alla fine arriva Polly” non serve. Dunque lo abbandono e mi ricongiungo con l’altro me stesso, consapevole che questa volta ha ragione lui: non c’è niente da dire o da scrivere su questo film se non che fa morire dal ridere.
Tratto da Lutopista - Radio24 a cura di Beppe Severgnini
Mi sono fatto mandare il file audio della trasmissione che ho sentito qualche tempo fa in auto e riporto qui - sotto dettatura di Severgnini - la parte pi interessante della sua rubrica.
A 19 anni Cicerone elenc quelle che sono le 5 regole fondamentali per parlare e scrivere:
Inventio
la capacit di trovare argomenti convincenti
La dispositio
La loro distribuzione nel discorso
La elocutio
La scelta delle parole e delle frasi pi opportune
La memoria
Sapere cosa hai detto appena prima
Pronunciatio
La capacit di esporre bene e piacevolmente
Sono regole banalissime e tutto sommato facili da seguire. Purtroppo tendiamo tutti a dimenticarle quando affrontiamo un testo.
Aggiunge Severgnini: Pensa, scrivi e rileggi. E se dopo aver riletto, il tuo testo si accorciato di un quarto sei sulla buona strada per produrre qualcosa di buono.
n.b. Le parole in latino sono una mia trascrizione. Non ho un vocabolario sotto mano e se aspetto di averne uno non divulgher mai questo scritto. Scusate gli errori.
Di giorno invisibile, annullato com' dalla luce abbagliante e dalla pigrizia ottusa delle ore pi calde, ma sul tardi, quando le ombre restituiscono forma alle montagne e i colori si rinfrescano, il fantasma del cane si disegna poco a poco nell'aria quieta e livida della sera.
Non c' nessuno gi al paese che non lo conosca e che non si sia recato almeno una volta a vederlo con i propri occhi, o che non abbia accompagnato qualche conoscente venuto dalla pianura per vederlo. Il percorso che conduce alla sua prigione facile da seguire: imbocca la mulattiera principale del vallone e la lascia solamente nel punto pi stretto, dove il torrente urla contro la roccia e la roccia urla contro il torrente e non si capisce chi fa la voce e chi l'eco.
In quel punto un sentiero abbandonato si fa strada tra i cespugli invadenti e l'erba alta e comincia a salire. Ma non occorre faticare molto, poich, giusto il tempo di pentirsi di essere partiti, inaspettato su quella montagna asciutta e brulla, si apre un prato che qualcuno chiss quanti secoli fa ha spietrato in parte. E qui, legato ad un masso con una corda di canapa, c' il fantasma del cane.
In paese, fino a poco tempo fa c'era chi sosteneva che si trattasse di un cane arrabbiato, ucciso a bastonate un secolo addietro, tornato ora per vendicarsi dei suoi esecutori. Per questo ai ragazzi del villaggio era interdetto ogni viaggio alla balza del cane e le madri vigilavano affinch il divieto fosse rispettato.
Non tutti, per, erano d'accordo sulla storia del cane. Gli obiettori, che rappresentavano una minoranza, ma che vantavano il prevosto tra le loro file, erano invece convinti che il cane non fosse affatto un fantasma, ma il diavolo in persona, che, come sua abitudine, aveva preso le sembianze di animale. Essi basavano il loro convincimento sul fatto che le bestie non possiedono un'anima e per questo non possono tornare in nessun caso dopo la morte. Anche per questo partito, a maggior ragione per esso, il luogo delle apparizioni del cane era interdetto a tutti, soprattutto ai fanciulli e alle donne, vista la nota e perfida abitudine del Maligno ad accoppiarsi con le vergini per procreare i suoi figli immondi.
Il divieto di recarsi dal cane non cadde nemmeno quando si conobbe la sua vera storia. La raccont Gnasu, poco prima di morire.
Gnasu era un pastore, curvato dagli anni e dai carichi di fieno. Era l'unico in paese che non fosse mai salito alla balza a vedere il cane. Nessuno si era mai accorto di questa particolarit, ma quando egli lo fece notare, tutti convennero che era vero: non era mai stato visto lungo il sentiero invaso dalle erbe, n, tanto meno, sul prato vicino al cane, e per questo solo fatto la sua versione fu generalmente accettata.
Il cane che appariva come un fantasma su quel prato, raccont Gnasu raccogliendo l'ultimo fiato, era il suo. Si chiamava Grigio ed era stato il migliore cane da pastore che avesse avuto. Sapeva raccogliere una mandria di trenta vacche nel medesimo tempo che egli impiegava per arrotolarsi una sigaretta, ed era in grado di menarla da solo fino agli alpeggi estivi. Quando un capo si disperdeva, Grigio partiva di corsa per recuperarlo e non tornava che dopo aver compiuto con successo la missione. Bastava un cenno del capo del suo padrone perch scendesse di corsa fino a valle a prendere il tabacco e tornasse spingendo il vento dinanzi a s e il cuore oltre ogni limite, pur di essere al pi presto vicino al suo Gnasu e sentirsi sfiorare dalla sua mano.
Aveva cominciato a lavorare prestissimo, Grigio. Era un cucciolo di pochi mesi quando il vecchio cane di Gnasu fu morsicato e ucciso da una vipera. Quello stesso giorno Grigio conobbe il bastone e nei mesi a seguire lo rivide pi spesso di quanto non incontrasse la ciotola di pane e acqua. D'inverno, poi, furono pi le notti trascorse legato fuori dalla baita, che quelle in cui era ammesso tra le zampe delle vacche a finire gli avanzi di polenta. Ma impar bene il mestiere e riusc a trasformare l'irrefrenabile energia in concentrazione sul lavoro e l'istinto per il gioco in amore per il padrone.
Pi Grigio cresceva e maturava esperienza, pi importanti divenivano i compiti che Gnasu gli affidava, fino al giorno in cui la mandria intera venne posta sotto la sua amministrazione. Grigio si destava e scivolava silenzioso fuori dalla baita, che ancora le stelle non erano sbiadite. Con i denti toglieva il paletto alla porta della stalla e faceva uscire giovenche e vitelli in ordine e in silenzio. Quelli che protestavano muggendo o provocavano rumori in grado di disturbare il sonno di Gnasu venivano subito redarguiti con profonde e dolorose morsicature. Accompagnava quindi la mandria al pascolo scegliendo ogni giorno una zona diversa, affinch le bestie trovassero sempre erba fresca e abbondante. Badava che nessun capo si allontanasse e restava di guardia fino a sera, quando riportava le bestie nella stalla richiudendo la porta.
Una mattina, per, era un giorno di nebbia, un vitello si era sbandato ed era intrappolato sopra una roccia a strapiombo sul sentiero. Grigio era partito come sempre di corsa per recuperarlo, ma la troppa foga e la roccia umida lo avevano tradito, facendolo scivolare oltre l'orlo del masso.
Era precipitato per una decina di metri e quando Gnasu lo aveva raggiunto, il cane non riusciva a sollevarsi sulle zampe. Senza dire una parola Gnasu lo aveva caricato sul mulo e lo aveva trasportato fino a valle, sistemandolo nella stalla in attesa che si riprendesse oppure che morisse. Dopo una settimana Grigio si era rialzato, ma pareva non essere pi in grado di correre e nemmeno di camminare. Si trascinava appena, saltellando su una sola zampa posteriore.
Consapevole di non poter pi lavorare per il padrone, il cane sembrava provare pi angoscia nel cuore che dolore negli arti offesi. Gnasu attese un'intera altra settimana, poi, giudicando inutile esitare ancora, caric il cane sul mulo e imbocc un sentiero scosceso sul versante di mezzogiorno della valle. Conosceva un pascolo abbandonato, proprio sopra il torrente e vi condusse Grigio. Non aveva il coraggio di uccidere il cane a colpi di bastone, per questo leg una robusta corda al collo dell'animale e fiss saldamente l'altro capo ad un grosso masso. Quindi si rialz e, senza voltarsi, ridiscese lungo lo stretto sentiero, accompagnato dal mulo.
Gnasu si liber del suo segreto trentanni pi tardi. E il giorno seguente, consumato dall'et, dal vino e dalla montagna, mor.
Anche quando la vera storia del cane fu chiarita, il divieto di recarsi dallo spettro non decadde, ma le madri allentarono la vigilanza, tanto che i ragazzi si recavano ad ogni occasione sulla balza erbosa. L'ora migliore era dopo il tramonto, quando il sole non illuminava pi che le cime rossastre dei picchi pi alti e lasciava il resto della valle in una soffusa luce livida. Allora, facendo un po' di attenzione, si potevano scorgere le forme diafane di un cane zoppo che tirava la corda per liberarsi. Man mano che le ombre della sera avanzavano, il cane prendeva forma e mostrava il pelo arruffato, la lingua che pendeva fuori dalla bocca arsa dalla sete e le zampe posteriori piegate innaturalmente sotto il corpo.
I primi tempi i bambini si accontentavano di spiare da lontano l'apparizione, tirandogli di tanto in tanto qualche sasso o qualche pezzo di legno, allo scopo di vedere se la materia attraversava per davvero il corpo fatto di nebbia. Col tempo, i giochi si fecero pi temerari e i ragazzini si avvicinavano sempre pi alla bestia. Avevano imparato che era inutile batterla perch gli oggetti non potevano toccare n ferire quell'essere evanescente, ma si erano accorti che il cane percepiva la loro presenza e si metteva in guardia con le orecchie ben tese quando essi si avvicinavano. Infine, cominciarono a stancarsi del cane, giudicato un passatempo inutile, dal momento che non si poteva fare con esso nulla di divertente: n spaventarlo, n farlo abbaiare o fuggire. Uno del gruppo, per, il pi esile e forse per questo il pi scaltro, ragion sulla storia del cane e del suo padrone. Una sera fece qualche esperimento per conto suo e, visto il successo, diede convegno per la sera successiva a tutti i compagni del paese.
Si recarono che ormai era notte fatta presso la balza del cane. Non vi era chi non provasse almeno un po' di paura imboccando il sentiero nascosto, ma stare in gruppo imped a chiunque di confessarlo. Quando giunsero a pochi passi dal cane, si fermarono stupefatti. Di notte il cane mostrava una quantit di dettagli tale da farlo sembrare vero. Pareva restituire la luce accumulata durante il giorno, come certe statuine della Madonna, e illuminava un tratto del prato sotto e attorno a s.
Il ragazzo che aveva fatto da guida lasci che gli amici si beassero per un po' dell'effetto provocato dall'apparizione, poi si fece avanti, impose il silenzio con un gesto e disse:
- State a vedere -
Si accost al fantasma tenendosi da una parte in modo da non nascondere a nessuno la vista dello spettacolo. Si ferm ad un passo e si inginocchi a terra.
- Ehi, Grigio! - disse.
Il cane rizz le orecchie e guard verso il ragazzo. Evidentemente aveva riconosciuto il proprio nome perch alzava e abbassava il muso, come fanno tutti i cani quando cercano di annusare o di capire. Il pubblico seguiva in silenziosa ed eccitata attesa.
- Grigio! Grigio!- ripet il ragazzo.
Il cane si rizz su tutte e tre le zampe buone cercando ancora una volta di vincere la resistenza della corda.
Il ragazzo guard indietro. Sembr soddisfatto dell'effetto ottenuto sui compagni, ma era evidente che essi ora volevano altro. Decise di non farli attendere ancora.
Si rivolse di nuovo verso il cane di vapore e lo chiam:
- Ehi Grigio, chi sta arrivando, eh? Dov' il tuo padrone? Eh? Oh, bello, sta arrivando Gnasu. Su che arriva Gnasu!... Gnasu!... Gnasu! -
Il ragazzo arretr di un passo, quasi cadendo all'indietro, mentre il cane cercava disperatamente di strappare la corda, guaiva, saltava come impazzito per la gioia e levitava nel cielo trattenuto solamente dalla corda.
- Visto? disse il ragazzo trionfante qui per rivedere ancora Gnasu -
I ragazzi ridevano forte e, incapaci di contenersi, ripetevano in continuazione il nome dell'antico, amato padrone, allo scopo di far rimanere lanimale sospeso nellaria. E mentre quelli si asciugavano le lacrime delle risate, dalla coda del povero animale, che spazzolava le stelle, si liberavano ed esplodevano nel cielo scintille di felicit.
I panini al salame sembrano vecchi anche appena esposti nella vetrinetta del bar. Non è questione di conservazione, ma di moda. Se dominavano la scena da semi-monopolisti fino agli anni 70 o poco più, oggi la loro quota di mercato è precipitata a causa della concorrenza dei più attuali e sofisticati “misti” con formaggi spalmabili e speck, foglia di insalata e maionese, o dei cremosi “tonno e carciofini”.
Per i film western è la stessa cosa. Quando ne esce uno nuovo ci si chiede che sapore potrà mai avere che non conosciamo già. Ciò è vero anche per questo “Terra di Confine”, film di Kevin Costner con Kevin Costner e Robert Duvall. Ma anche se il pane è un po’ stantio e il salame trasuda unto, il film si fa addentare volentieri. I paesaggi sono talmente belli e nuovi che ti chiedi se sono veri o ricreati in elettronica. I personaggi, un vecchio cow boy e il suo maturo aiutante sono di pasta dura, ben amalgamati. C’è persino qualche battuta felice, inserita coraggiosamente nei momenti di tensione. Ci sono i buoni e i cattivi. Insomma c’è tutto quello che serve per fare un ottimo panino al salame, fino alla resa dei conti e alla sparatoria finale. Qui bisognerebbe avere il buon senso di dire “scusi, mi fa passare? Sono sazio, esco.” e lasciare il cinema. Perché, a pistole ormai fredde, iniziano i venti minuti più indigesti della storia del cinema western. Kevin Costner regista sente che il suo panino è insipido e decide di aggiungerci qualche ingrediente: senape? maionese? No, marmellata alle fragole. E così ti serve un finale all’americana, farcito di sentimenti fuori luogo, dolciastro e nauseante, tanto che quando arrivi a casa ti tocca aprire il frigo e accendere la televisione per mandarlo giù.
Leggendo “La Stampa” una domenica mattina, con la doverosa disattenzione da riservare a “La Stampa” e alla domenica mattina, ho incontrato per la prima volta Alain Elkann in una sua intervista ad un vescovo. Chi fosse il vescovo non ricordo.
La domanda che mi raddrizzò dalla soporifera poltrona era questa: “Eminenza, che cos’è la Pasqua?” L’intervistato rispondeva probabilmente con un’altra domanda: “imbecille, non ci sei mai andato a catechismo?” Ma non sapremo mai se andò così, infatti la risposta pubblicata era neutra e scontata.
Da quel giorno non ho perso un articolo di Alain Elkann, e devo dire che lui non mi ha mai deluso. Domande innocue a personaggi potenti e chiacchiere senza costrutto con sconosciuti che non hanno niente di meglio da fare che parlare con lui.
Quando ho visto la pubblicità del suo romanzo “Una lunga estate” non ci potevo credere. Oltre al penoso tributo che La Stampa gli dedica, pubblicando ogni domenica una sua intervista e rinunciando alla pubblicità della Portaerei del Mobile, oltre a questo, dicevo - che mi sembra troppo anche se sei il marito della famiglia Agnelli e se tuo figlio è nel cda dell’IFIL - c’è anche un editore disposto a sacrificare carta e reputazione?
Sì, è Bompiani e appena ho visto la copertina ho sentito che il libro doveva essere mio a tutti i costi. No, a tutti i costi no, perché non voglio che nemmeno un centesimo mio finisca nelle tasche di Alain Elkann. Ma Dio (che non perdona chi fa domande a caso sui suoi ultimi giorni terrestri) me lo ha fatto trovare bello, libero e in evidenza nella biblioteca di Favria. Preso, aperto e letto in 2 ore. Lettura mozzafiato? Così avvincente da non riuscire a smettere? No, 2 ore bastano e avanzano perché sono appena 124 pagine, di piccolo formato e con dei caratteri grossi grossi come i libri per i bambini. Del libro non parlo perché mi sono già troppo dilungato e perché non ce n’è alcun bisogno. E non parlo più neanche di Alin Elkann, ma prometto di continuare a leggere i suoi articoli, fino al giorno in cui mi deluderà dimostrando di possedere un qualche talento.
Mi piacerebbe dire che leggo per alimentare la mente, pena l’inedia spirituale. Ma non è così. A volte ricerco emozioni o idee, ma più spesso leggo per puro piacere, perché ho dieci minuti, per curiosità, per trovare nuove atmosfere, per invidiare un po’ l’autore o anche solamente per addormentarmi.
Questa è la prima volta che leggo un libro per recensirlo.
Capita perché l’autore è Silvio Bernelli, torinese, che conosco personalmente. Si intitola “I ragazzi del Mucchio” ed è la storia di un gruppo musicale hard core a Torino, dalla nascita fino all’estinzione. Nel mezzo ci sono altri gruppi, incontri, unioni, divisioni, condivisioni, trasferte, tour, notti, freddo, America, avventure, Europa, amori, concerti e furgoni. Ne emerge il ritratto di persone che hanno vissuto con intensa determinazione la loro adolescenza e che hanno riempito ogni spazio della loro vita con materia pesante. Mentre i ragazzi del Mucchio si esibivano a Berlino o a Los Angeles, inventandosi, palco dopo palco, il mestiere di musicisti, e finanziandosi con la loro arte e poc’altro, la maggior parte dei loro coetanei rimasti a casa si impegnavano - Bernelli non lo dice, ma io lo so - in tornei di Risiko o nello slalom gigante del liceo.
Questo il contenuto del libro.
Il contenitore è una riproduzione cronologica e piana degli avvenimenti. Raccontare in prima persona singolare fatti realmente accaduti, essere uno dei protagonisti, probabilmente pone dei limiti all’autore. Forse non permette di possedere o mostrare uno stile nella scrittura, e probabilmente non consente invenzioni letterarie. Ma Bernelli, capace negli irripetibili anni del “Mucchio” di arrivare ovunque lo chiamassero i sogni, i limiti avrebbe forse potuto (o dovuto) superarli anche questa volta.
Non incrontravo Daniel Pennac da diversi anni e all’improvviso me lo ritrovo bello incartato il giorno del mio compleanno. La gioia è tale che lo metto da parte, per gustarlo meglio durante le vacanze di agosto. Ma non va come penso io.
La storia comincia con un paranoico dittatore sudamericano che cerca un sosia da mettere al proprio posto ed essere così libero di andare in Europa a divertirsi. Il sosia, che è il vero protagonista del romanzo, si fa presto sostituire da un altro sosia e se ne va a sua volta.
Pennac entra dentro il suo personaggio, lo analizza da ogni lato e arriva fino in fondo, mettendo in luce la struttura intima dell’individuo, quella che è unica e irripetibile, come il DNA. Ma prima di arrivare a questo ottimo punto, Pennac decide di farsi vedere nel racconto. Non in modo discreto come era solito fare Hitchcock nei suoi film, ma con un’invadenza davvero fastidiosa.
Perché aprire il sipario, saltare sul palcoscenico e dire: “sono qui!”? Perché fornire la cronaca degli incontri e dei viaggi compiuti alla ricerca di idee?
Come se non bastasse ogni tanto interrompe la narrazione e pone degli interrogativi a se stesso, al suo personaggio, e quindi anche al lettore, in un paternalistico tentativo di interattività, come se lui fosse il Kundera dell’html e il libro fosse un sito internet. Purtroppo non lo è, altrimenti verrebbe da rispondere: “levati da lì o ti denuncio ai sensi della L. 675/96!”
Alla fine il sosia muore e anche la sua morte non è una normale morte da romanzo. Pennac esce ancora una volta dal libro, va a trovare un’amica, le chiede consiglio, poi torna dentro e scrive le ultime pagine di vita del suo protagonista. Poi, sospirata, la parola fine.
Quella che non finirà mai, comunque, è la stima senza confini per il Pennac che negli anni ’80 e ’90 ha scritto e ci ha dato i libri di Benjamin Malaussene. Chi non ne ha letto almeno uno? Romanzi in cui l’amore, la poesia, la forza e l’intelligenza si combinano per dimostrare come sia possibile, addirittura facile, comprendere e accettare le diversità di pensiero, di etnia e di religione. Il tutto senza compromessi o concessioni e con la genialità che diverte, anzi, che fa ridere di gusto. Anche se sono trascorsi anni, “il paradiso degli orchi” , “La fata carabina” “La prosivendola” “Il signor Malaussene” “Ultime notizie dalla famiglia” e “La passione secondo Therese” conservano la forza geniale della creatività pura, quella che può nascere solamente da un credo, da convinzioni autentiche, da un grande uomo. Ed ecco la vera storia.
Per affrontare “Pastorale Americana”, di Philip Roth, forse conviene mettersi nell’ottica dell’alpinista che parte per una salita. Inizi con l’entusiasmo della bella giornata e della tua meta, lassù, aguzza e innevata, ma appena il sentiero comincia a salire, tu cominci a sudare. E come! Fatichi fra tre generazioni e almeno cento personaggi, raccontati uno per uno come se fossero i protagonisti della storia (credo che in questo, Pastorale Americana sia un ottimo allenamento per chi desidera cimentarsi con l’himalayano Guerra e Pace). E così leggi, leggi, leggi, e ogni tanto controlli sull’altimetro se sei arrivato almeno ad un terzo dello spessore del libro. Macché! La tentazione di prendere qualche scorciatoia è forte e, in effetti, se anche si saltasse qualche riga o qualche pagina, non succederebbe niente. Ma alla fine non lo fai, perché se anche è vero che la narrazione talvolta rasenta i precipizi della noia, in effetti la guida di Philip Roth è sicura e non ti perdi mai.
La trama è forte, e la promessa di soluzione che ti aspetti di trovare sulla vetta è sufficiente per spingerti sempre più in alto: vuoi sapere se Roth ha per caso scoperto perché capita che tua figlia ti odia e se, gentilmente, te lo spiega. Quando riponi il libro, tra le altre copertine pastello della collana di Repubblica, ti guardi indietro e scopri di aver impiegato settimane, forse un mese. Ne valeva la pena? Certo che no. Ma ormai l’hai fatto e con l’ottusa testardaggine propria dell’alpinista, ne sei orgoglioso.
Partiamo dalle tette. Sì, perché se non avessi sentito dire che nel film c’erano le tette di Meg Ryan sarei rimasto a leggere a casa, incollato alla stufa.
Partiamo dalle tette della Ryan anche perché probabilmente sono l’unica cosa probabile e credibile di questo “In the cut”. Tutto il resto non sta su. Il produttore: non so chi sia, non me ne frega niente, ma è certo che ha studiato marketing sulle dispense Del Prado; ha deciso di posizionare il film sull’erotico di lusso, conoscendo la forza del richiamo delle tette su gente come me e si è disinteressato di tutto il resto. Il regista: non so chi sia, non me ne frega niente. So che ha tentato di costruire un giallo a luci rosse ammiccando al noir. Gli è venuto fuori un brown molliccio, bilioso e maleodorante, con troppe scene buie, tanto ingiustificate quanto di moda. L’operatore: all’improvviso, verso metà film si inventa delle inquadrature che tagliano via testa e piedi; belle nella loro drammatica simmetria, ma purtroppo già viste nei film 8 mm girati da mio padre nel’62. Il producer: (se c’era) deve aver lavorato affinché regista, operatore e sceneggiatore non si incontrassero mai. Lo sceneggiatore: sarebbe bello sapere chi è per evitare ulteriori incontri; ha scritto un film in cui c’è un serial killer che decapita le donne, ma poi non spiega perché. Sua madre usava uno smalto per unghie che non gli piaceva? Suo padre era in realtà suo fratello gemello? Non si sa. Alla fine si scopre solo che l’assassino era uno e non un altro. The end, schermo nero (cioè un pelo più scuro che durante il film) titoli di coda e tutti che si lamentano in sala. E con grande ragione. Perché “In the cut” non delude, irrita. Non è un film riuscito male, è una presa in giro: un bond Parmalat, un’estorsione per tettofili e, insieme, un insulto alla cultura gialla che ci siamo fatti in decenni di cine. La speranza è che il passaparola funzioni e che pochi altri si facciano fregare 6 o 7 euro da costoro. E lei? E Meg Ryan? Fa parte anch’essa del complotto o è una vittima? Poiché mi è sempre piaciuta molto le lascio il beneficio del dubbio e sono pronto a metterci una pietra sopra. A patto però che lei non si rimetta il golfino.
Chi ricorda “Un uomo chiamato cavallo” “Piccolo grande uomo” e “Balla coi lupi” può facilmente immaginarsi “L’ultimo Samurai”. Nessuna differenza? Certo: il Giappone invece delle praterie americane e Tom Cruise al posto, rispettivamente, di Richard Harris, Dustin Hoffman e Kevin Costner.
Denunciata la scarsa originalità, per il resto il film si può tranquillamente prosciogliere. I dialoghi sono godibilissimi e la storia scorre via liscia. Anzi, non facendo nulla per tentare di sorprenderti con qualche deviazione rispetto a quello che ti aspetti, alla fine ti fa un favore (soggetto: il film) perché anziché sulla trama, che proprio non puoi equivocare, nemmeno se dormi), ti concentri su quello che vedi proiettato sullo schermo. E la vista è piuttosto bella: la cura che si riconosce nelle luci, nella ricostruzione delle ambientazioni, nei costumi, nel casting e nelle scene di battaglia, ti ripaga di tanti film tirati via, specie nel cinema italiano.
È un’americanata, si capisce, e si può intuire già dal titolo. Ma le americanate sullo schermo non fanno male a nessuno, e non c’è niente di male nel condividerle o, addirittura, nel consigliarle.
Ricordo uno spot francese, negli anni 70 o inizio 80. Un’auto percorreva a tutta velocità il ponte di volo di una portaerei e poi, grazie a degli effetti già molto speciali per l’epoca, decollava. L’auto vera, quella priva di effetti speciali, invece, immagino che finisse nell’oceano. Di tutto ciò, ricordo che mi rimaneva la sensazione di spreco e di inquinamento. Questo per dire che se non c’è un’idea, puoi immaginare la più ricca scenografia, i trucchi più dispendiosi, ma il messaggio non passa. Viceversa, l’esiguità del budget speso per realizzare un filmato può essere un buon metro per misurare la creatività. Se lo spot comunica con poche lire, sotto c’è sicuramente un’idea. Altrimenti i miliardi scorrono a fiumi e finiscono in mare.
Dogville cosa c’entra?
Cachet degli attori a parte, Dogville credo sia costato pochissimo: non c’è una scena girata in esterno che sia una e la pellicola utilizzata non è in bianco e nero, ma sicuramente non è nemmeno a colori e hanno tolto almeno il verde e il rosso per risparmiare. Inoltre quel volpone del produttore deve aver ammonito severamente il direttore della fotografia, il quale, tanto per non sbagliare, ha fatto sì che ci fosse più luce sotto il mio sedile che sullo schermo.
In effetti potevano risparmiare anche su Nicole Kidman, che si intravede solo tra l’ombra dei capelli. Forse hanno davvero risparmiato sulla Kidman, perché io, in sincerità, non me la sento di giurare che fosse proprio lei. A pensarci bene potevano fare a meno di tutti gli attori e accontentarsi del doppiaggio perché - ho fatto la prova - la storia si segue benissimo anche a occhi chiusi, come il radio romanzo delle 8.50 su Radiodue. Ed è una storia di miseria tanto assurda che potrebbe sembrare vera, forse lo è. Ma l’idea di Dogville non è la storia, è il modo di raccontarla, con quell’eterna penombra che ti metterebbe di cattivo umore anche il giorno prima delle ferie.
Sono certo che molti troveranno Dogville un’idea geniale. E sicuramente è così. Secondo me, infatti, la cattiva idea non è il film in sé, è l’idea di andare a vederlo.
Quelle che seguono sono le domande che ognuno dovrebbe porsi prima di andare a vedere A mia madre piacciono le donne. Seguono le mie personalissime risposte.
Ironico, tagliente, intenso come tutti i film di Pedro Almodovar. FALSO Non un film di Almodovar, anche se la grafica della locandina fa di tutto per trarti in inganno. Possono cascarci solo i fessi come il sottoscritto che pensano che se un film spagnolo, debba essere per forza di Almodovar, un po come quando uno ti chiede: sei di Milano? Allora conosci uno che...? Uguale.
C una lunga scena damore tra due donne. FALSO Il paradiso non disponibile in visione su questa terra, certamente non nella sala Ambra2 di Valperga.
Ho letto da qualche parte che divertente e delizioso. FALSO, non fa ridere n sorridere, anche se laffermazione VERA: lo hai letto rispettivamente su La Stampa e su Venerd di Repubblica e non so cosa dire.
Le registe sono due ex sceneggiatrici: i dialoghi sono brillanti. FALSO Sarebbero meno banali e scontati se li avessero scritti Aldo Biscardi e Maurizio Mosca.
Meglio non portare i bambini, potrebbe essere imbarazzante. VERO, non portateli; dopo non sapreste come spiegar loro perch si sono persi le repliche di Tom & Jerry in TV.
Soprattutto vi chiederete perch ve li siete persi voi.
A.C. 20.01.04
Adesso salteranno fuori quelli (ci sono sempre) che diranno “Ma perché sei andato a vedere quel film? Non lo sapevi che era una boiata?” No, non lo sapevo. Avevo sentito la trama niente di meno che da Gianluca Nicoletti, su Golem, e mi era sembrata sufficientemente interessante per tentare la visione.
Un segnale d’allarme, debbo dire, l’ho ricevuto quando, alla cassa, ho visto il genere di pubblico che entrava. Per lo più giovinastri coi capelli rasati sulla nuca, tagliati con l’erpice sul cucuzzolo e colorati con il verderame e altri pesticidi. Ragazze con piercing inseriti con la sparapunti e chiome messe in piega con la mietitrebbia, pop corn con bambini al seguito e genitori con sguardo da melanzana alla peronospera. (Io frequanto un multisala di campagna).
Il film è prevedibile dalla prima all’ultima scena. Tanto che il passatempo diventa quello di tirare ad ad indovinare cosa succede dopo, cosa dirà lui, cosa risponderà l’altro. Dio è Morgan Freeman, un attore nero che fino ad ieri mi piaceva, ma è molto più bravo quando fa il colonnello dell’esercito o ll poliziotto.
In 2 scene, le gags di Jim Carrey ti strappano anche una risata. Ma questo non ti ripaga per la vergogna per essere entrato nella sala. Sì, provi una autentica, dolorosa vergogna. Ti chiedi “ma cosa faccio io qui?” e ti senti esattamente come quando ti accorgi che ti hanno fregato il portafoglio al mercato o quando scopri che il cambiavalute che incontri per strada in una città esotica ti ha rifilato dei pezzi di carta straccia contro i tuoi 100 dollari. Uguale. Loro sono stati bravi e tu fesso.
Se non fosse abbastanza chiaro, sarò più esplicito: “una settimana da Dio” è da mandare al rogo, da non vedere nemmeno in terza serata su italia1. E se per caso lo avete già visto, fate come quando avete votato Forza Italia: non ditelo a nessuno.
Le scorciatoie sono antiestetiche, rovinano i prati e quando piove finisce che il sentiero frana proprio dove l’inserzione della scorciatoia lo indebolisce. Spesso sono anche inutili.
Tanto per parlar male delle scorciatoie.
Salvatores, in questo suo “Io non ho paura” qualche scorciatoia la traccia, soprattutto per far comprendere le situazioni in poco tempo e non appesantire la storia. Ma si intuisce che si tratta di deviazioni fatte a fin di bene e, probabilmente, inevitabili.
Tanto per non dire che il film è perfetto.
In realtà “Io non ho paura” è uno di quei film che alla fine non riesci ad alzarti dalla poltrona. Stai lì a leggere i titoli di coda sul nero, perché non riesci ad accettare la fine del sogno e il ritorno alla realtà. E poi hai da fare a rimettere ordine dentro di te.
Questo capita quando tutto funziona bene: dalla sceneggiatura di Ammaniti che disegna personaggi straordinari, alla fotografia che ti avvolge per tutta la durata del film e ti chiama continuamente all’interno della storia.
Si dice che non esistono piccole parti, ma solo piccoli attori. In questo film anche i piccoli sono dei giganti. A partire da Giuseppe Cristiano, nella parte di Michele, il bambino protagonista, per finire con Abatantuono, che non vedevo da un po’ e che per questo mi ha fatto ancor più piacere incontrare.
Credo che il merito di tutto debba essere ricondotto a Salvatores. E mentre lo ringrazio, mi chiedo se avrei piacere che questo film si vedesse anche all’estero, più precisamente in America.
Da una parte dico di no, perché Salvatores presenta un’Italia meravigliosa negli spazi, ma così arretrata nella civiltà, da vergognarsene. (Poco importa che la storia si svolga negli anni 70; gli americani non possono capirlo e comunque adesso non è meglio). Dall’altra gli americani avrebbero la possibilità, non così comune per loro, di incontrare un momento di genio, delicatezza e poesia, con l’unico effetto speciale di richiamare ai più sensibili, forti emozioni e lacrime. Per cui, in fin dei conti, sì, il film può essere esportato.
Tanto per non dire che, da italiano, ne sarei orgoglioso.
Se Tizio e Caio, appena usciti da un cinema, discutono e discutono e non si decidono a salire in auto, probabilmente è perché hanno guardato il film con occhi diversi. Se Tizio cerca e vuole assolutamente una morale o almeno un insegnamento, mentre a Caio importa solo che il film faccia ridere, è molto facile che, appena visto un film come ad esempio “Una settimana da Dio” i due vengano alle mani. La premessa è per avvertire chi legge questi commenti che io, personalmente sono uno di quelli che nei film cerca e apprezza soprattutto l’idea. Quanto più il regista sa nascondere le sue carte e le spilla una ad una come a cercare un poker, quanto meglio lo sceneggiatore costruisce dialoghi credibili e intelligenti, quanto più il film mi fa sentire stupido alla fine, tanto più io mi diverto. Ecco, i miei commenti vanno letti secondo questa chiave, altrimenti potrebbero spiazzare.
Ieri sera, nella confortevole sala 4 del nuovissimo multisala Medusa all’Environment Park ho visto “In linea con l’assassino”, scritto da Larry Cohen (sarà uno dei fratelli Cohen?). Che l’idea ci sia e sia forte lo dimostra il fatto che il film si regge (e si regge benissimo) dall’inizio alla fine in un’unica location, una cabina telefonica in una strada di New York. Ci sono alcune piccole sbavature, è vero. Per esempio capisco benissimo le esigenze del regista per il quale occorre che la moglie del protagonista stia lì, in mezzo alla strada, ma la polizia, quella vera, non lo permetterebbe mai (non posso dire di più per non rovinare il film a chi non lo ha visto). Le sbavature hanno l’inconveniente di distrarti, farti ragionare risvegliando il tuo senso critico e quindi riportarti alla realtà. In definitiva disturbano tanto quanto il vicino che mastica a bocca aperta. Ma nel caso di “In linea con l’assassino” si fanno perdonare perché la costruzione è davvero serrata e gli attori sono grandi. Grande Colin Farrel, il protagonista, grande Forest Whitaker, il poliziotto. La voce fuori campo dell’assassino, così presente, così in primo piano, così perfetta, così da “Dio” è troppo caratterizzata per essere una scelta casuale del direttore del doppiaggio. Dunque, perché quella voce stereofonica, per nulla filtrata dal telefono, che sembra parlarti direttamente nella testa? La risposta potrebbe aprire nuove e diverse interpretazioni, il che rende “In linea con l’assassino”, se possibile, ancora più interessante.
Se fosse un videogioco sarebbe perfetto: perfette le scenografie, con quei cortili luridi e ingombri di rottami, che ti sembra di essere ai comandi di un personaggio Nintendo. Perfetti i personaggi, afro-americani, afro-cubani e afro-afro. Perfette le atmosfere nere e sospese, che lasciano alla tua fantasia il compito di completarle. E assolutamente perfetti, ovviamente, gli effetti speciali.
Purtroppo Matrix Reloaded è un film, e manca totalmente dell’elemento interattivo. Puoi startene in poltrona, sì, ma senza joy stick. E così non hai modo di evitare le sequenze dei combattimenti, che sono sì ben realizzati, ma decisamente troppo lunghi. Non puoi salvare il gioco e rifare i livelli che ti sono piaciuti di più. Soprattutto non puoi saltare la parte di Monica Bellucci.
Povera Italia, rappresentata nell’evento cult dell’anno dalla modesta Bellucci, nella scena più inutile e meno riuscita del film. La sua colpa, tuttavia, sta solamente nel non saper recitare. Il resto della responsabilità è dello sceneggiatore, che difficilmente avrebbe potuto scrivere per lei un copione più insulso, e che, per di più, la mette in scena subito dopo l’incontro con il Merovingio, uno dei momenti più alti del film: per recitazione, dialoghi, idee innovative: Il film dura 120 minuti circa, di cui 30 sono di troppo, e verso la fine comincia a perdere in creatività: ci trovi persino una sorta di Licio Gelli che ti spiega il perché e il percome di tutto.
Il vero colpo si scena è il finale, che non c’è. Il film si interrompe con un “to be continued”. Mentre in sala il pubblico rumoreggia poco convinto, io non mi scandalizzo. Un po’ perché lo sapevo già e un po’ perché con questo inedito “game over” il film diventa finalmente un gioco.
Se un libro ha la capacità di trascinarti dentro di sé ha un valore immenso: ti offre l’occasione di vivere un’altra esistenza, anche se soltanto in prestito e per un tempo breve. Se poi il libro è costruito veramente bene, non hai modo di accorgerti dell’inganno e ti appropri di scampoli di esistenze altrui, allungando e arricchendo la tua stessa vita.
Ma ieri sera tardi, quando sono arrivato alla 350ª e ultima pagina de “il dio delle piccole cose”, ho provato anche un’inedita sensazione di rimpianto. Il rammarico per aver compreso troppo tardi che mi trovavo di fronte a uno di “quei” libri e che avevo sciupato l’occasione. Soltanto dalla metà o poco meno, dopo un paio di settimane di lettura stanca e superficiale, ho cominciato a trasferirmi davvero in India ad Ayemenem per vivere la storia insieme con i protagonisti. Solo a metà libro ho iniziato a preoccuparmi per Ammu e a voler davvero bene a Estha e Rahel, i gemelli dizigoti. Solamente a metà ho capito che lo strano, faticoso linguaggio adottato dalla scrittrice indiana Arundhati Roy è in realtà un semplice, prezioso e delicato incastro di immagini ed emozioni, che utilizza la scrittura come veicolo indispensabile per costruire sensazioni, ma senza cercare in esso la propria gratificazione. Probabilmente è questo che la fa grande.
E io, incosciente lettore distratto, assonnato, discontinuo, mi sono perso la prima metà del libro (cioè la giovinezza) perché quando finalmente ci sono entrato dentro, mi sono trovato ad annaspare nel fiume (in India c’è sempre un fiume) nel tentativo di tenermi a galla e comprendere il perché, il come, il quando, il chi questo e il chi quello.
Ho recuperato tutti i fili, credo, ma ormai ero nella seconda metà, quella che nei libri e nella vita è in discesa e corre più veloce della prima. Così, televisione spenta e silenzio, mi sono trovato a scorrere ormai insonne e straordinariamente attento, l’indice, poi il risvolto e infine la quarta di copertina color sabbia pastello.
Molto spesso (sempre più spesso) escono “film che piacciono alle donne”, dai quali gli uomini, se possono, e se avvertiti per tempo, si tengono alla larga. Fanno bene, perché si annoierebbero e perché evitando i film evitano anche l’imbarazzo di esprimere i propri commenti alle compagne, all’uscita della sala.
Si tratta di precauzioni comunque estreme, perché normalmente, questi film, grazie al passaparola o alla pubblicità vengono riconosciuti da lontano e le donne sono ben liete di andarseli a vedere da sole, rinunciando senza alcun sacrificio alla nostra scorta.
The Hours, invece, è un film che gli uomini dovrebbero vedere. Parla di donne, solo di donne ed è veramente difficile e faticoso da seguire e da comprendere.
Ma Nicole Kidman, Julianne Moore e Meryl Streep sanno come prenderti e trascinarti dentro le loro anime (di donna) senza possibilità di fuga. Allora, complice anche una sceneggiatura senza difetti, cominci a intuire qualcosa e sei grato al film, al regista e persino al truccatore, perché con grandi cautele e dolcezza, ti stanno invitando a guardare dentro te stesso (uomo) . E lì per un attimo ritrovi quello che avevi nascosto o perso chissà quando: la paura e la consolazione di sapere che le donne, per quanto deboli e per quanto sbagliate, di fronte alla vita sono infinitamente avanti a noi. E che noi non riusciremo mai a raggiungerle.
Se ci poniamo nell’ottica per cui un film di 007 deve essere giudicato soltanto in relazione agli altri film di 007, evitiamo sul nascere l’imbarazzo di doverlo difendere da giudizi inappellabili come: inutile, superfluo, assurdo o inverosimile.
I film di 007 li vai a vedere proprio perché sai che sono la cosa più inutile del mondo e cerchi di non pensare che quei 6 euro e mezzo sarebbero infinitamente più utili a Gino Strada e a Emergency.
Ma torniamo in sala: questo ventesimo episodio di James Bond non esce dalla media degli ultimi quattro o cinque, quelli interpretati da Pierce Brosnan: grandi scene, grandi inseguimenti, grandi esplosioni e, soprattutto, dialoghi da dimenticare al più presto, come quello dell’approccio tra Bond e la mulatta Halle Berry, la bond-girl di turno, un tritato di sottintesi che non capisci e doppi sensi che speri di aver capito male. Eppure, nonostante questo duetto da cani ubriachi, i due riusciranno a rotolarsi tra le lenzuola. Se è per questo riusciranno anche a salvarsi dal cedimento strutturale di un aereo, catapultandosi fuori, a bordo di un elicottero che si trovava nella stiva, ma con il motore spento. Rivelo questo particolare perché, anche così, sono certo che non rovinerò il film a nessuno.
In caso di coscienza, il n. di ccp di Emergency è 28426203.
Quando vai al cinema dietro consiglio, il film delude 100 volte su 100. È un principio scientifico ancora più sicuro di “gol sbagliato, gol subìto” nel calcio. Nonostante le premesse, lunedì sera sono andato a vedere “La finestra di fronte” perché pensavo che, essendo preparato ad una delusione, avrei potuto forse godere di una piacevole sorpresa.
Sbagliato.
Cosa si può dire di questo film? C’è Raoul Bova, con degli occhiali improbabili, che sembra Clark Kent quando si perde il costumino da Superman. C’è Massimo Girotti, che impersona la parte di un vecchio vecchissimo, che ti fa pena e ti chiedi se è grazie alle riforme di Berlusconi che è tornato sul set o se lo ha fatto per vanità senile. Ci sono dei flash back che ci riportano ai rastrellamenti nel ghetto di Roma. C’è una storia di tutti i giorni, c’è un ambiente popolare, ci sono gli extracomunitari, c’è una storia di eroismo raccontata con affanno, c’è una lezione morale sulle scelte di vita, c’è il problema del lavoro. Insomma c’è davvero tutto.
Mancano solamente tensione narrativa e idee. Aspetti che il film inizi e non inizia mai, finché cominci ad aspettare che finisca. Ma senza fretta, perché nel frattempo ti godi Giovanna Mezzogiorno: molto bella e molto brava. Il film non è costruito su di lei; è letteralmente appoggiato su di lei, tanto che se la togliessi rimarrebbe la pellicola vuota a girare sui rulli.
Il principio di cui parlavo all’inizio vale anche alla rovescia. Andate a vedere la finestra di fronte. Magari vi piacerà.
Il cinema racconta e vende emozioni. Chi volesse acquistare un po’ di paura farebbe un buon affare entrando in una sala dove proiettano RING. Il film mette in tensione fin dalle prime scene. Di più: stai lì seduto e hai paura di spaventarti. Magari non accade niente per un po’, ma sei già preoccupato di come potrai assorbire l’urto quando la narrazione si farà di nuovo pesante e succederanno cose terribili. Bisogna essere ottimi registi per ridurre gli spettatori in questo stato. Per farlo bisogna costruire l’ignoto, perché è di quello che si ha veramente paura. In questo, regista e sceneggiatore sono stati bravi. Non hanno percorso i soliti binari dei thriller; non c’è l’uomo che appare improvvisamente dietro le spalle, ormai buono neanche per far passare il singhiozzo. No, in RING la paura è veramente appiccicosa perché di tipo nuovo. (Si tenga conto che ero in un cinema di Valperga, nel Canavese, ma in sala ho sentito gridare più di una persona).
Gli autori sono stati molto meno bravi nel chiudere tutte le trame e nel tirare le somme finali. Ci sono delle falle qua e là, dei problemi non risolti, delle spiegazioni non date. Soprattutto il finale. Se dicessi che l’ho capito, mentirei. Ma non importa. Se vai per comprare paura e ti vendono paura di ottima qualità, non puoi tornare indietro con lo scontrino, e in fondo, l’idea della videocassetta che dopo 7 giorni uccide tutti quelli che la vedono, è una buona idea.
Anzi, pare che adesso ci siano anche delle recensioni che uccidono quando vengono lette...
Ci sono dei film che sono assolutamente da vedere per non rimanere esclusi dal mondo. Se qualcuno ti dice: “Ho visto cose che voi umani...” e tu non hai visto Blade Runner almeno 2 o 3 volte, ti viene da nasconderti, perché sai che dovresti sapere, ma non sai. Sorridi, sperando che nessuno se ne accorga, ma in un amen sei relegato in una sub cultura.
Ci sono invece dei film che da questo punto di vista puoi anche perdere. Nessuno potrà mai metterti in difficoltà citandoti le parole di Jessy, la protagonista di “Sognando Beckham”. Non ci sono frasi da ricordare, non ci sono scene “da film”. Per cui, difficilmente "Sognando Beckham" passerà alla storia del cinema. Ma durante l’ora e mezza di spettacolo, e soprattutto nella mezz’ora finale, le emozioni che questo filmetto semplice semplice riesce a tirarti fuori valgono come Blade Runner, come Odissea nello spazio o come Blues Brothers. Ma no, di più, perché hanno la forza di trascinarti, soprattutto se navighi già intorno ai 40, ai tuoi anni di adolescente. Dimentichi le ginocchia doloranti schiacciate contro il sedile della fila di fronte e ti ritrovi dentro il film dove ti innamori perdutamente della fresca Jessy o della sua compagna centravanti che è bella da far male. (Se sei donna, hai l’allenatore per rifarti gli occhi). Avrai di nuovo dei genitori a cui vuoi bene, ma che ti fracassano l’anima, ti ricorderai cosa vuol dire avere dei rivali in amore e riproverai cosa significa per il tuo stomaco vedere la persona che ami uscire sul balcone insieme ad un altro. Troverai perfino degli amici veri. Non amici che nella vita possono essere utili, ma degli amici amici, a cui puoi dire tutto perché non ti rovini la reputazione. Insomma, Sognando Beckham ti ridà per un'ora e mezza i tuoi 18 anni. Ma il bello è che la malinconia e il mal di stomaco continuano anche dopo, e ti tormentano quando sei già in auto diretto a casa. Grande!
Per parlare del film bisogna prima parlare del libro e per parlare del libro bisogna alzarsi in piedi.
Complimenti a JK. Rowling che ha saputo creare un mondo esclusivo e che - soprattutto - è stata capace di raccontarlo in modo che i lettori possano entrarvi e farne parte, anche se solo come ospiti e per poco tempo.
Leggere Harry Potter - per chi possiede gli occhi di un adulto, ma conserva ancora la capacità di sognare - è un’esperienza totale: Hogwarts è l’ambiente dei nostri sogni, Harry Potter, Ron ed Hermione sono i ragazzi che vorremmo essere stati o che vorremmo ancora essere. Piton, Gazza e Draco Malfoy sono i personaggi che a scuola e nella vita abbiamo sempre detestato, Voldemort è tutte le nostre paure, il Quiddish concentra le passioni che ci animano. Una lettura di evasione dunque? Assolutamente sì, con tanto di crisi di malinconia e depressione alla fine del viaggio.
Infatti, riprecipitando nel mondo reale, e riprendendo coscienza di noi stessi, scopriamo di non essere nemmeno dei babbani, perché nel mondo reale neppure i babbani hanno cittadinanza. Allora la tentazione è vivere quanto più possibile con Harry Potter. Come? Leggendo tutti i suoi libri, che al momento sono quattro, rivivendo le avventure di H.P. sul Game Boy o la play station e andando al cinema a vedere “H.P. e la camera dei segreti”.
Ben fatto, ben recitato, ben costruito, fedelissimo al libro e molto lungo (dura 2 ore e mezza) H.P. e la camera dei segreti mette ordine al romanzo che forse, dei 4 editi, ha più bisogno di chiarezza. La trasposizione cinematografica, dunque, non toglie, ma arricchisce. Gli effetti speciali sono notevoli, ma, grazie a H.P. smettono di essere trucchi elettronici e diventano magia anch’essi, integrandosi perfettamente nella narrazione.
H.P. è probabilmente una delle più grandi operazioni di marketing e merchandising della storia, ma è anche e sicuramente una grande idea per viaggiare a Natale lontano da ogni luogo comune. Anche last minute. Basta una libreria aperta.
Tom Hanks è proprio bravo. Magari te ne dimentichi se per un po’ non vedi qualche suo film. Ma poi, quando lo ritrovi sullo schermo, che corra da un capo all’altro dell’America o che sia ai comandi dell’Apollo 13, ti accorgi che è un grande.
Tuttavia, neanche Tom Hanks, e neanche Tom Hanks + Paul Newman, e neanche Tom Hanks + Paul newman + Jude Law (il bravissimo attore, figlio di Tom Hanks nel film) sono in grado di rendere memorabile questo “Era mio padre”.
Difficile dire cosa manca, visto che c’è tensione narrativa, che la regia di Sam Mendes (American Beauty) è ottima e che i dialoghi sono assolutamente credibili e ben cesellati. Anche il titolo italiano “Era mio padre” è, per una volta, decisamente migliorativo dell’originale “Road of Perdition”. E allora? Forse manca un’idea forte ed originale in questa storia di gangster anni ’30. Forse c’è troppo “onore” tra il boss e il suo uomo di fiducia. L’onore, inteso come valori assoluti, non è più “trend” nel nostro presente.
Forse sono questi i motivi per cui “Era mio padre” può apparire un po’ vecchio e privo di idee da ricordare. Rimane comunque un film da vedere, con il rischio, però, tra un anno o due, di portarci a casa la cassetta o il DVD perché nel frattempo ce lo saremo dimenticati.
Prima era Mollica. Ora, la firma in calce ai commenti cinematografici dei GR RAI di Baba Richerm. “... da Venezia Baba Richerm” O il nome Babary Cherm? Baba o Babary? La nobile Baba, o la selvaggia Babary che scalda il sangue nelle vene. Per avere una donna con un nome affascinante come il suo, in una qualsiasi delle due versioni, sarei stato disposto a tutto, anche a rendere orfani (di madre) i miei figli.
Parlo al passato perch qualche giorno fa Baba/Babary mi ha parlato bene di “Prima ti sposo, poi ti rovino” definendolo “geniale”, e ieri sera, ovviamente, sono andato a vederlo.
Bene, Baba o Babary, se mai noi due avremo una storia non comincer al cinema, luogo dove potremo al massimo litigare. “Prima ti sposo poi ti rovino”, infatti, esattamente quello che ti aspetti dal titolo, da George Clooney e da Catherine Zeta-Jones e quello che mai ti aspetteresti dai fratelli Coen. Una commedia ben costruita, ben recitata, a volte divertente, ma banale e prevedibile, fin troppo patinata e con personaggi grotteschi perfino per i fratelli Coen. Tanto per chiarire il livello, ti aspetti che da un momento all’altro appaia anche Leslie Nielsen (una pallottola spuntata, l’aereo pi pazzo del mondo ecc.) con le sue gags non-sense.
Non c’ niente di male a volteggiare ogni tanto con un ultra leggero, a patto di saperlo prima ed essere d’accordo. Ma ieri sera ero sintonizzato su altro. Babary aveva parlato di una commedia geniale e io, che dai film chiedo emozioni o idee, o almeno le une o almeno le altre, ieri sera sono andato in bianco.
Finito il film, si accendono le luci e vedo mia moglie con la faccia un po’ cos, tra il deluso e lo schifatino. Si chiama Margitte e tutto sommato anche il suo un gran bel nome.
AC 21/10/03
