13.09.07
Il Natale di Don Gesso
Don Gesso sapeva che era la Pasqua e non il Natale la vera festa dei cristiani, quella in cui si festeggia il Dio che si compie, ma il Natale aveva sempre avuto su di lui un ascendente irresistibile, a maggior ragione quell’anno, che era l’ultimo della sua vita.
Le forze gli erano mancate appena dopo i morti, all’inizio di novembre. Per alcuni giorni non si era alzato dal letto e da allora, a celebrare le funzioni, era stato chiamato il giovane vicario del comune più a valle, che rimontava, senza abbondare di entusiasmo, i tornanti che salivano al villaggio.
Il presepe vivente, che don Gesso aveva istituito molti anni prima era il suo vanto, ma quest’anno non avrebbe potuto occuparsene e chissà quali e quante inutili innovazioni avrebbero apportato i sostituti che si erano offerti di completarlo. Solo la fede lo faceva sperare in un successo. Nessuna speranza invece, di convertire Marco Robotti, che don Gesso conosceva da quando era arrivato in paese molti anni prima. Adesso era un uomo di quasi quarant’anni, che lavorava agli impianti di sci della valle, una stazione poco nota e poco frequentata sul versante settentrionale del Monte Cervo. Robotti era probabilmente l’unica anima del paese che non fosse illuminata dalla fede e Don Gesso si sarebbe presentato al Padre molto presto, portandosi appresso quel doloroso insuccesso.
In quel momento Robotti era proprio sotto la sua finestra e stava sistemando qualcosa sul portapacchi della sua auto. Don Gesso si sentiva debole, ma la sua vista era ancora perfetta e attraverso i vetri un po’ appannati, poteva distinguere la sagoma dell’uomo che armeggiava con certi tiranti elastici. Poco più in là, appena oltre il muro perimetrale della canonica, dove sorgeva il piccolo cimitero del paese, avrebbero allestito la sua tomba.
La buona notizia la portò, stranamente, il medico condotto. Non ne aveva mai portate negli ultimi mesi. Era stato uno stillicidio di piccoli, apparentemente insignificanti, segnali di peggioramento, che sommati uno all’altro, avevano reso chiaro a Don Gesso che i suoi ultimi giorni avevano un numero che stava tra il piccolo e il molto piccolo.
Tuttavia il medico quel giorno portava davvero buone notizie. Era stato in qualche modo nominato ambasciatore dai paesani, che un po’ non volevano affaticare il prevosto con visite inopportune, un po’ preferivamo stare lontani dalla Malattia. Si trattava del presepe: il proprietario della baita aveva messo a disposizione la malga e il terreno circostante. Su questo, in verità, Don Gesso ci contava. La vera buona notizia era che i ragazzi del paese si erano dati molto da fare e tutto era pronto. Si erano trovate le comparse, i costumi, e avrebbero avuto Rosina come Madonna e il figlio del panettiere per San Giuseppe. Don Gesso non doveva preoccuparsi di nulla: il suo presepe sarebbe stato un successo anche quell’anno.
Il malato sospirò così forte che il medico temette che i polmoni, già così compromessi, si disfacessero del tutto. Ma il sollievo fu più forte del dolore e Don Gesso si tirò seduto contro i cuscini. Il suo sguardo corse ancora a Robotti, da basso oltre i vetri. Se solo fosse riuscito a convertire anche lui… un miracolo ci voleva, un miracolo.
Si erano parlati lui e Robotti soltanto un mese prima, quando l’uomo, che a tempo perso faceva anche l’idraulico, era venuto per una tubazione guasta in sacrestia. Don Gesso lo aveva pregato di raggiungerlo nella sua camera e non aveva perso tempo. Non ne aveva.
- Non ti sei poi sposato, vero? – aveva domandato il vecchio prete pur conoscendo perfettamente la risposta
- No -
- E quella ragazza? Non la faresti felice? -
- Io credo che Lua sia felice anche così. Felice è una parola molto importante. Diciamo che le va bene continuare così. E anche a me -
- Lo sai che Dio non la pensa allo stesso modo, vero? -
- Posso immaginare. Ma è bello avere idee differenti, non trova Don Gesso? –
Robotti non era ironico, non era aggressivo, e il sorriso con cui accompagnava le parole fece sì che Don Gesso non si offendesse.
- Tu hai spesso idee differenti dalle mie, ma lei mie sono mutuate dal volere del Signore. -
- Non saprei Don Gesso. Non lo faccio apposta. -
- La bontà, Robotti, sono la bontà, la carità e l’amore che fanno il cristiano. Solo in Dio e con Dio possiamo essere caritatevoli. Ricordalo sempre. -
Robotti non rispose, e quando vide che non sarebbero giunte altre parole riprese il suo lavoro.
La discussione, tuttavia, si protrasse per altri tre giorni, fino a quando Robotti dichiarò di aver terminato il suo lavoro e radunati gli attrezzi, lasciò la sacrestia. Durante tutte quelle ore, il cammino di fede di Robotti non fece neppure un passo avanti, mentre invece la malattia di Don Gesso fece grandi progressi, Non abbastanza, però, per impedire al parroco di conservare un filo di vita fino alla sera del 24 dicembre.
Come spesso capita, un’improvvisa ondata di energia anima il moribondo e il vecchio prete approfittò della sua per assistere alla messa di Natale, anche se per la prima volta sarebbe stata officiata da altri.
Lacrime di gioia, commozione e anche umiliazione rigavano il volto dalla pelle ormai trasparente segnando ancor di più il naso affilato, mentre quattro uomini traslocavano il letto fino al vicino prato. Lo sistemarono sull’erba secca e le donne si assicurarono che le coperte fossero ben calzate.
- Ma come? - osservò il prete. - Non c’è neppure un po’ di neve…-
Il sorriso svanì dal volto di Don Gesso, che evidentemente da giorni immaginava uno scenario ben più felice.
Robotti si materializzò in quel momento vicino a lui.
- Robotti, vedi la fede? Cosa significa avere fede? Il medico diceva che non sarei arrivato a Natale, invece eccomi qui. Il mio rammarico è non avere neanche un po’ di neve, che magari piacerebbe anche a te.-
- Sicuro che mi piacerebbe! – rispose Robotti – Ma non c’è neanche una nuvola in cielo.-
- Nevicherà – sentenziò Don Gesso. - Nevicherà a mezzanotte in punto. -
- Come può dirlo? - domando l’uomo. - Manca poco ormai. Meno di un’ora. -
- Scommetti? -
- Che cosa Don Gesso? -
- Scommetti che a mezzanotte nevicherà? E se nevicherà tu crederai. -
Robotti riflettè in silenzio, osservando la mano che gli veniva offerta e che, piano piano si abbassava sotto il suo stesso peso.
- D’accordo. Se nevicherà per mezzanotte avrò fede. -
Il prete sorrideva mentre il braccio ricadeva sulla coperta. La Madonna e San Giuseppe erano appena apparsi in fondo al villaggio e stavano bussando alla prima porta per cercare ricovero. Ma la donna che venne ad aprire, visti i due questuanti, scosse la testa e richiuse l’uscio con grande rumore. Don Gesso amava quella pantomima, ma ricordava di avervi assistito con ben altre scenografie. Nevicava molto un tempo, anche tre metri di neve faceva. Ma adesso…
Con la coda dell’occhio Don Gesso cercò Robotti, ma non lo vide tra il pubblico che assisteva alla rappresentazione con grande attenzione.
Robotti era alla guida di una camionetta della Monte Cervo Spa. Lo accompagnavano 3 dei suoi uomini e una pesante attrezzatura. Quando arrivarono nei pressi del paese, scaricarono un macchinario e lo collegarono alla tubazione anti-incendio del paese. Era quasi mezzanotte.
Robotti prese gli ultimi accordi con i suoi uomini e li lasciò a finire l’opera. Aveva un appuntamento.
La sferzata di energia si stava esaurendo. Don Gesso capì che non sarebbe arrivato al giorno seguente. Non si sentiva più lucido. Non sentiva nemmeno freddo. Era convinto di non respirare più.. Aveva ricevuto l’olio già due volte negli ultimi giorni ed era pronto. Tuttavia ricordava vagamente di aver lasciato qualcosa in sospeso, ma non riusciva a capire cosa. Il viso di Robotti gli ricordò la scommessa.
Perduta.
- Pare che non vincerò – mormorò il vecchio.
Robotti distolse lo sguardo. La madonna e San Giuseppe erano già nella stalla rischiarata da un lume.
Ad un tratto si udì un grido. Non l’urlo del parto e neppure il vagito del piccolo Gesù. Era una bambina tra il pubblico che urlava indicando il cielo.
- La neve! La neve!
Improvvisamente nevicava. Grosse, copiose falde precipitavano dal cielo a terra, imbiancando il prato davanti alla baita e le lose del tetto. E tutto il resto. Il pubblico sbandò per la sorpresa ed esplose in urla di gioia, come quando scoppiano i fuochi d’artificio. E tutto accadeva mentre nasceva il Salvatore.
Il parroco non c’era più. Ma doveva aver fatto in tempo a vedere la neve perché nei suoi occhi era ancora impressa un’espressione di gioia, quasi di trionfo. All’ultimo istante il miracolo era avvenuto.
Robotti si calò il cappello in testa e si allontanò. Fatti pochi passi non nevicava più e il terreno era asciutto.
Fece un segnale con un braccio ad un uomo poco distante e un secondo più tardi la nevicata finì, improvvisamente come era iniziata. Tutta quella neve si sarebbe trasformata in fango o in ghiaccio entro poche ore. Dipendeva dalla temperatura dell’aria quella notte.
Robotti ritornò presso Don Gesso, ma qualche smorfia imbarazzata da parte di una donna gli fece capire che non era più gradito. Accanto al corpo del prete c’era posto solamente per fede e carità.
